Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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giovedì 20 agosto 2026

Cielo e terra nel canto gregoriano (di Giacomo Baroffio Dahnk)


 

Giacomo Baroffio Dahnk

 

Cielo e terra nel canto gregoriano


due Meditazioni del 2007 e del 1996

 

 

L’argomento si estende su un arco cronologico di oltre duemila anni e coinvolge aspetti che appartengono a diverse aree della vita culturale e spirituale. Sarà possibile pertanto proporre soltanto alcuni tasselli di un affascinante mosaico, senza avere la pretesa di offrire una ricostruzione dettagliata del fenomeno in tutti i suoi aspetti.

 

1] In primo luogo un chiarimento di fondo. Quando si legge sulla musica nella tarda antichità e nel medioevo, spesso ci si trova in una situazione ambigua, forse perché si danno per scontate alcune posizioni ritenute ovvie. Mi riferisco a due concezioni di fondo che riguardano la comprensione della musica. Per molti autori, antichi e contemporanei, la musica medioevale è una categoria eminentemente filosofica. La musica è uno spazio eccellente di speculazioni. L’attenzione ai suoni porta a una sofisticata elaborazione concettuale che si costruisce attraverso calcoli matematici e parametri metrici. Ho pertanto l’impressione che spesso ci si serva della musica semplicemente quale ancilla dell’aritmetica e dell’arte oratoria. Una seconda realtà, ben diversa, è la musica nella sua sostanza sonora, l’arte cioè dei suoni che vibrano nella persona e delle armonie che attraversano il mondo. E’ il linguaggio poetico con cui l’uomo esprime i suoi sentimenti più profondi, la melodia che sale dal pozzo del cuore.

Ho l’impressione che spesso si parli di musica medioevale senza precisare di quale “musica” si tratti. Ciò accade anche in  riferimento ai cosiddetti teorici, soprattutto per quelli transalpini, che parlano di tutto tranne che dei suoni reali. Oppure piegano o cercano di imbrigliare l’esperienza sonora in schemi progettati in ambiti del tutto estranei, talora con valenze simboliche. Basti pensare, ad esempio, alla fuorviante ed estremamente riduttiva classificazione delle melodie nello schema degli otto modi. È ormai una classificazione universalmente recepita, che personalmente cerco di salvare attribuendo a ogni modo tradizionale una valenza assai elastica, considerandolo una “famiglia” che al suo interno offre ampie possibilità di tipologie melodiche e strutturali differenti.

 

2] Un ulteriore ostacolo nell’affrontare l’argomento nasce dalla difficoltà di precisare e circoscrivere gli elementi in gioco. Vorrei fare qualche precisazione sulla categoria “canto gregoriano”, un termine molto variabile, una vera “fisarmonica” fenomenica e concettuale. Consideriamo la componente cronologica: il repertorio abbraccia brani composti a Solesmes nel ‘900 e altri pezzi che risalgono alle epoche precedenti fino ad arrivare indietro ai primi secoli dell’era volgare. Per non parlare delle strutture e forme musicali che il cristianesimo ha assunto dalla tradizione ebraica e dalla cultura musicale mediterranea pre-cristiana. Oltre alla cultura letteraria, anche la musica liturgica latina affonda le radici nella cultura indo-europea che spaziabva da Gibileterra alla Cina. Il canto gregoriano è un repertorio dove c’è di tutto, nova et vetera, pezzi indigeni italici e di culture estranee, sensibilità diverse e linguaggi differenziati.

Chi ascolta oggi qualche brano gregoriano, troverà probabilmente esotico un pezzo come il canto dell’antifona di comunione In splendoribus. Il brano richiama un po’ il Puccini delle melodie orientaleggianti più che il canto dei vespri tradizionale delle parrocchie. Si tratta, infatti, di una melodia costruita secondo la figura del chiasmo su una scala pentatonica con l’esclusione dei semitoni mi e del si (scala re fa sol la do).

Oltre a una grande varietà di scale e di linguaggi musicali, il gregoriano è stato caratterizzato fino all’epoca moderna dalla presenza di una o più voci di accompagnamento o di sostegno. Questo aspetto è stato ricuperato negli ultimi anni ed è oggi praticato da numerosi gruppi corali. Bisogna quindi sfatare il mito del gregoriano quale canto monodico. 

C’è poi la questione del ritmo, fortemente ipotecato dalla prassi solesmense affermatasi alla fine dell’ ‘800. Essa prevede per tutti i brani e tutti i generi musicali un’unica modalità esecutiva con le note più o meno tutte di lunghezza identica. È chiaro che tale interpretazione non è un dogma, anche perché non è stato sempre così. Difficile è però stabilire quale criterio ritmico sia stato seguito nell’esecuzione di quali melodie. Probabilmente erano praticate varie soluzioni. Un esempio potrebbe essere un inno cantato prima con le note uguali e successivamente in una versione ritmica [Te lucis ante terminum].

Più interessanti, tuttavia, sono altri due aspetti che non sono stati finora approfonditi in modo adeguato. Il primo: la scala utilizzata, certo, non era quella moderna temperata. Ma quale era? Erano previsti macrointervalli (più estesi del nostro tono) e microintervalli (più ridotti di un tono)? Secondo problema, non indifferente per i suoi risvolti psicologici e religiosi, è la natura dell’emissione. [cfr. canto dell’alleluia Pascha nostrum  nel CD 1000 anni].

Il timbro della voce nel canto liturgico ha un’importanza che non si può sottovalutare. Per certi aspetti è la dimensione più caratterizzante del canto liturgico quale espressione della fede. “Dimmi come canti e ti dirò in quale D-i-o tu credi” si può affermare. L’emissione della voce che subisce alterazioni rispetto al canto “quotidiano” (sul lavoro, in momenti di svago e di socializzazione) dice, ad esempio, una percezione unilaterale di D-i-o come il Tutt’Altro, con una profonda rottura tra l’ambito della vita di ogni giorno e i momenti di preghiera e di culto.

Questi pochi accenni bastano a mettere in evidenza il problema insito nel termine “canto gregoriano”. 

 

3] Quando si parla di canto gregoriano o semplicemente di canto liturgico cristiano, spesso si assiste a una specie di corto circuito. Sembra che sia istituita una relazione di uguaglianza: canto gregoriano = lode. Anche questa prospettiva non è corretta perché riduttiva e irreale. Occorre ricordare che il Cristo risorto della gloria è lo stesso Cristo sfigurato e annientato della croce. Occorre anche prendere atto che la vita umana è sotto il segno della precarietà. L’esistenza di molti è segnata dal dolore e dalla sofferenza, dalla melanconia e dall’angoscia. Tristezza e disperazione non sono condizioni esistenziali riconducibili al Vangelo; ma il dolore e la sofferenza sì. Il canto può divenire allora anche il grido di chi si sente abbandonato dal Padre e da tutti. Talora è partecipazione vissuta al mistero della Croce. Come direbbe san Paolo, nel dolore e nel canto della sofferenza, la creatura aggiunge ciò che mancava alla passione del Redentore.

Un’altra serie di considerazioni è provocata da alcune domande: in fin dei conti, che cosa esprime il canto gregoriano? Nella prospettiva della comunicazione interpersonale, il suo messaggio da parte di chi viene, a chi è rivolto? Il canto liturgico – nelle grandi religioni dall’induismo all’ebraismo – nasce intorno alla Parola di D-i-o: per diffonderla in modo più chiaro, udibile e comprensibile; per difenderla dalle ingerenze di una proclamazione che è sempre, necessariamente, una interpretazione. Attraverso il canto la Parola compie un duplice movimento: a] da D-i-o all’assemblea orante che la Parola vivifica con il suo messaggio; b] dall’assemblea, fecondata come da una rugiada ristoratrice dalla Parola, a D-i-o.

Si pone qui però subito il problema della recezione: D-i-o comprende la vita e l’espressione del cuore umano attraverso le parole e nonostante le parole del canto. Ma l’assemblea vive un’esperienza del tutto diversa. Che cosa ascolta, che cosa riesce a cogliere e ad assimilare? Pensiamo prima di tutto alla frammentarietà dei testi messi in musica: poche frasi che spesso non esauriscono una tematica. Nel repertorio innodico, inoltre, il linguaggio poetico ha certo un suo fascino, ma non si lascia comprendere a livello puramente logico razionale; esige un approccio nel segno dell’intuizione, del pieno abbandono, del sognare lasciando che la fantasia corra ed elabori le scintille e le suggestioni di pochi vocaboli colti qua e là. A questo proposito, ma non solo per l’innodia, c’è la questione seria della comprensione o anche totale incomprensione di una lingua estranea, com’è il latino per la massima parte del popolo cristiano, anche in Italia. Ciò tuttavia non è solo uno scoglio su cui rischia di arenarsi e spezzare l’esperienza liturgica; è piuttosto un banco di prova dove emerge la reale disponibilità all’ascolto. Ascolto che passa anche attraverso le parole, ma che sostanzialmente è incontro tra due persone al di là delle parole. È il momento in cui verificare la reale apertura del cuore nella capacità di un dono reciproco nella fede / fiducia / confidenza. Le parole nella loro portata razionale hanno senza dubbio una rilevanza, ma non sono tutto e possono anche mancare o assolvere una funzione puramente “rappresentativa” perché non dicono i concetti che abitualmente sono chiamate a esprimere, quanto piuttosto rivelano con il loro “semplice” suono un clima di profonda empatia e condivisione di vita.

La recezione del canto gregoriano pone il problema della sua reale incidenza sull’assemblea liturgica. Di fatto, dopo quanto ho detto, è chiaro che non si può misurare l’effetto del canto con il metro della sola comprensione razionale di lunghi e complicati discorsi teologici. Sono convinto di una cosa: un semplice fedele che per decenni ha frequentato una chiesa con le sue liturgie e le sue devozioni (la Messa, certo, ma anche i vespri domenicali a scadenza settimanale; e poi i funerali, il rosario, la via crucis) può aver recepito ed essere stato plasmato nella sua coscienza religiosa anche da pochi contenuti semplici, soprattutto quando sono ripetuti. Penso – a livello di canto e con un riferimento alla tematica cielo-terra – ad alcuni brani che bene o male tutti sapevano una volta cantare: dall’antifona esequiale In paradisum deducant te angeli alle due antifone mariane Salve regina misericordiae e Alma redemptoris mater.

Sulle ali di queste melodie semplici e suggestive, il cuore toglie l’ancora e si distacca dalle parole materiali per librarsi nell’esperienza di quanto i testi suggerivano timidamente. Il canto gregoriano non è più testo, non è più nepputr musica. E’ preghiera. La sua patria è la liturgia dove vige la legge dell’adorazione e della contemplazione, dove nell’estasi si esce dal girone vorticoso e frastornante degli impegni quotidiani per ritrovare la via che porta al tempio interiore. Nel cuore si scopre la fonte della melodia gregoriana trasfigurata. Cadono i veli e si scopre se stessi e la radice del proprio essere. Scompaiono le visioni dell’immaginazione e ci si trova alla presenza di D-i.o. Nel silenzio. Silenzio da cui rinasce la melodia gregoriana che con la Parola illumina il cammino verso altri anfratti del cuore umano e permette di volgere lo sguardo su altri squarci del mistero di D-i-o e dell’uomo.

Nel pozzo interiore ciascun orante tocca l’abisso più profondo della terra e scopre insieme l’altezza vertiginosa del cielo. Nel cuore di chi prega, terra e cielo si stagliano sempre più netti – con la loro pesantezza da un lato e la loro levità dall’altro: peccato e grazia. Nel momento in cui la contrapposizione sembra sfociare in uno scontro titanico, riemerge il canto che tutto riconduce all’unità nel segno della nuova creazione, del rinnovamento cosmico [inno Immense caeli conditor]. Cielo e terra, santi, angeli e uomini s’uniscono una voce in un unico canto di adorazione che s’eleva con la tripplice acclamazione Santo Santo Santo.


*          *          *


Musica Celeste

 

Un suono attraversa il cielo

un canto nuovo echeggia su tutta la terra.

L’eco della misericordia divina squarcia gli spazi e i tempi:

Cristo è nato è vissuto è morto è risorto

ieri domani…e anche oggi.

 

Sempre il vagito dell’infante

innalza la volta della grotta alle stelle.

Sempre il mormorio della preghiera notturna

scende a rivoli nel silenzio del monte.

Sempre il grido dalle tenebre della Croce

è l’annunzio della luce senza fine.

Sempre una briciola della tavola dell'Agnello

colma la fame del mondo che sussulta.

Sempre una goccia di rugiada inebriante - la tua Parola -

trasforma il deserto del cuore in oasi fiorita.

 

Il cuore dei figli.

non divenga più spelonca di meschine piccinerie,

i rumori non appiattiscano più la vita

soffocandola in vociare di nulla,

le parole d'arroganza

si spengano prima di essere pensate,

l’arsura infocata

non paralizzi il cuore inaridito.

 

La tua Parola

dilati l’orizzonte della vita

percorra la scala delle tue note:

verità e misericordia, 

giustizia e libertà...

 

Non dimenticarti di chi talora

vorrebbe Te dimenticare.

 

Insegna a noi la melodia celeste

a noi la sobria ebbrezza dello Spirito

nella vita del Verbo che si è fatto carne,

balsamo d’immortalità 

per chi vive nel tempo.




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