Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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sabato 21 marzo 2026

Musica liturgica ascesi verso il cielo: sentimento o sentimentalismo? (di Giosuè Berbenni)



"Musica liturgica ascesi verso il cielo: 
sentimento o sentimentalismo?"



(Chiesa parr. di S. Pantaleone in Negrone di Scanzorosciate, lun. 24 nov. 2025, ore 20.45)

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SOMMARIO. Premessa. Il punto saldo. La liturgia. Le chiese sempre più vuote. La musica della tradizione cristiana: musica liturgica, musica sacra e musica religiosa. Sentimento e sentimentalismo. La musica per la liturgia. Educare al sacro. La centralità dell’Eucaristia. Vivere la liturgia con la musica. Studio e ricerca. La partecipazione dei fedeli. Conclusione.

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PREMESSA. Non sono un biblista, né un liturgista. Sono un musicista organista professionista diplomato al Conservatorio di Stato e laureato in giurisprudenza, specialista della storia organaria e del restauro con numerose pubblicazioni. Ho esperienza di circa 50 anni di organista professionista della parrocchiale di Trescore Balneario e ora promotore della Spiritualità del musicista, tema nuovo, partendo dall’esperienza personale, di cui ho dato alle stampe due libri: "La santità dell’organista" e "Liriche spirituali di un musicista".

PUNTO SALDO. Punto saldo della musica e di ogni forma d’arte è che l’uomo si elevi a Dio, creatore, redentore e sommo bene e lo glorifichi con tutto il cuore l’anima e la mente. Ogni epoca storica e ogni luogo della terra esprime con l’arte, nello specifico la musica, la propria identità di offerta a Dio. È scontato che la nostra arte, in particolare la musica, sia diversa da quella vissuta da altri popoli. L’immagine del sogno di Giacobbe della scala tra cielo e terra percorsa da Angeli la contestualizzo così nella musica:
• Dio, attraverso i suoi messaggeri (gli Angeli), dal cielo manda sulla terra agli uomini le intuizioni, i talenti, perché con l’arte della musica venga suscitato il desiderio di Lui;
• l’uomo nella salita dalla terra al cielo porta a Dio la lode e la gloria con le preziosità dell’arte musicale.

LA LITURGIA. Prima di entrare nello specifico del tema Musica liturgica ascesi verso il cielo: sentimento o sentimentalismo? occorre chiarire cosa si intende per liturgia. La liturgia è il culto reso a Dio. Il primo soggetto della liturgia è Dio, non l'uomo. Il Concilio Vaticano II dice che il ruolo della liturgia è "principalmente il culto della maestà divina", "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia" (Sacrosanctum Concilium 10, 33).
La liturgia ha due dimensioni: la prima è la discesa di Dio sulla amata terra, la seconda è la salita dell’uomo al suo Creatore benefattore, redentore e sommo bene.
• Con la discesa di Dio sulla amata terra tramite suo Figlio il Cristo, si realizza il punto di incontro tra Dio e l'umanità, tra l'eternità e il tempo. Grazie alla liturgia Cristo è sempre e realmente presente per realizzare, nel tempo e nello spazio, la nostra salvezza. Tutto ciò grazie all'azione dello Spirito di Dio che agisce e opera efficacemente attraverso i Sacramenti per la nostra santificazione.
• Con la salita dell'uomo a Dio, si esprime il culto a Dio mediante il linguaggio liturgico, nel quale rientrano i gesti di azione e di espressione del celebrante e dell'assemblea, tra cui la musica cantata e strumentale. La comunità partecipa al memoriale del mistero pasquale unendosi e offrendosi per le mani del sacerdote a Dio Padre insieme a Cristo con lo Spirito Santo.

LE CHIESE SEMPRE PIÙ VUOTE. Malgrado questo meraviglioso quadro della discesa di Dio sulla terra e dell’ascesa dell’uomo a Dio, osserviamo che le chiese sono sempre più vuote, tanto da dire: qualcosa non funziona. Come mai? Troppo diffusa è l’idea che la relazione con Dio si basa sull’emozione individuale, sul modo di pensare racchiuso in queste frasi: io la penso così, Credo a Dio ma non alla Chiesa e altro. Dunque una relazione non fondata sull’oggettività della fede insegnata e tramandata nei secoli dalla Chiesa ma sulle emozioni.
Il rapporto con Dio diventa una proiezione di sé stessi, a seconda della convenienza. Ecco perché è importante l’oggettività del magistero della Santa Chiesa. Nella musica questo soggettivismo del mi piace e non mi piace si manifesta in modo evidente.

LA MUSICA DELLA TRADIZIONE CRISTIANA. Occorre distinguere la musica liturgica, dalla musica sacra e dalla musica religiosa.
La musica liturgica, strumentale e cantata, è realizzata nella liturgia, cioè nel culto che la comunità cristiana fa a Dio attraverso azioni e simboli.
La musica sacra, strumentale e cantata, è creata su testi sacri del Vecchio e Nuovo  Testamento, ed è eseguita in ambito concertistico o di elevazione spirituale.
La musica religiosa strumentale e cantata, è costruita su parole di ispirazione cristiana, ed è eseguita in diversi contesti di carattere spirituale.

SENTIMENTO E SENTIMENTALISMO. Entriamo nel tema del sentimento e sentimentalismo della musica nella liturgia. Le parole sentimento e sentimentalismo hanno la comune radice il sentire. Alla parola sentimento diamo il sinonimo di sensibilità, stabilità, nobiltà. Il sentimento è ancorato all’intelletto. Alla parola sentimentalismo diamo il sinonimo di sdolcinatura, provvisorietà, fino alla banalità che avviene se non è ancorata al vero sentimento. È sempre inopportuno dare delle classificazioni nette su processi di modi di vivere e di idee che legano intere generazioni. I momenti che viviamo sono contradditori e molto veloci. Non è facile capire dove si va.
Ci chiediamo: in casa nostra la musica eseguita nella liturgia è pervasa da sentimento o sentimentalismo? In base alla nostra esperienza diciamo che ci sono liturgie con musiche legate alla sensibilità e all’intelletto tipiche del sentimento e altre in cui prevale la sdolcinatura e la banalizzazione. Si assistono a liturgie dove prevale il sentimentalismo.
Spesso si sente dire: quel canto è vecchio, sorpassato, questo canto, invece, è moderno dei nostri giorni. Diciamo subito che nella liturgia la musica non va qualificata in base all’età ma alla sua bellezza o bruttezza. Ci chiediamo: che cosa deve avere una musica per essere considerata bella? Non senz’altro l’orecchiabilità, perché la musica più orecchiabile di tutte è la musica leggera che porta alla banalità. Cerchiamo di dire qualche principio chiaro sulla musica per la liturgia.


La musica per la liturgia.

• La musica fa parte dell’arte. Secondo il magistero millenario della Chiesa Cattolica l’arte, tale è la musica, deve avere e perseguire tre caratteristiche: il bello, il bene e il vero. Lo ricorda san Tommaso: bonum, verum et pulchrum in unum convertuntur. Cioè attraverso il bello diventa più facile promuovere il bene in contrasto con la bruttezza del male, ed è più facile giungere al vero che porta a Dio.
• La musica per la liturgia, cioè per il culto divino, deve avere un proprio ed esclusivo carattere di forma, testo, tecnica e bravura compositiva, nonché essere tecnicamente e armonicamente compiuta ed eseguita bene, pensata e scritta non per destinazioni diverse, altrimenti è facile portare nella liturgia la musica di strada. Dunque musica autentica, partecipata, ben fatta, presente ma non invadente.

EDUCARE AL SACRO. La parola che vince l’incertezza che viviamo nella liturgia è l’educare al sacro, educare inteso come e formare modellare la persona nella sua sensibilità. Viene spontaneo chiedere: educa al sacro il sentimento o il sentimentalismo? Rispondiamo in modo deciso che è il sentimento che educa al sacro, quale sensibilità legata all’intelletto, mentre il sentimentalismo, porta alla banalità e a lungo andare allontana dal sacro. Sappiamo che educare è l’azione più impegnativa che la persona e la comunità svolgono: nella famiglia, nella scuola, nelle comunità civile e parrocchiale. Ci vogliono intere generazioni per educare. È l’azione più importante che Dio ci chiede. Nella liturgia la musica deve mirare a questo: educare al sacro. Ci chiediamo: nelle nostre odierne liturgie questo avviene?

LA CENTRALITÀ DELL’EUCARISTIA. Nella liturgia la centralità è l’Eucaristia. Di fronte a questa sublime realtà due sono le alternative: o il silenzio o lo stupore. La musica contribuisce allo stupore. Ad esempio come organista lo sperimento durante l’adorazione eucaristica nella chiesa parrocchiale di Trescore ogni volta che nel silenzio suono sommessamente la melodia Adoro Te devote, di origine medioevale. Avvilente, invece, è sentirsi dire da una persona di altra parrocchia che in chiesa è attratto quando sente come sottofondo la musica dei Pink Floyd, gruppo rock britannico, accusato di satanismo. Questa persona non è attratta dal mistico ma dalla piacevolezza che ricorda le notti passate al night.

VIVERE LA LITURGIA CON LA MUSICA. La liturgia si esprime attraverso il rito cioè il modo e l'ordine con cui si compie una funzione sacra. La liturgia è unica per tutti. Non esiste la liturgia per i ragazzi e la liturgia per gli adulti. Questa distinzione è basata solamente sulla forma di comunicazione. Il linguaggio musicale da usarsi va mirato ad una particolare porzione di fedeli o deve cercare di cogliere tutti? La musica che si ascolta nelle messe dei ragazzi si basa per lo più su uno strumentale improvvisato (chitarre e altro), su melodie orecchiabili di basso livello così da essere banali e non da ultimo con comportamenti non adatti nella chiesa quali la postura fisica, l’abbigliamento, la mancata devozione. Di fatto sono diffuse le musiche prive di ogni contatto musicale con la tradizione, cioè senza un collegamento con la grande cultura musicale. Questo porta inevitabilmente all’incomunicabilità tra generazioni. In questo modo non si aiuta l’educazione al sacro della persona, dunque alla sua maturazione globale e ad una fede adulta. Le chiese vuote, in particolare di giovani, lo dimostrano. Anch’essi vanno rispettati con un’educazione al bello e ai grandi orizzonti.

STUDIO E RICERCA. Come fare a superare questa situazione? Diviene allora importante lo studio e la ricerca di un linguaggio musicale comune alle generazioni, moderno colto e professionale, semplice, che affondi le sue radici in ciò che ci ha preceduto e colga insieme le sfide della cultura attuale, frutto di studio, ricerca e cultura, al fine di rispettare la dignità del popolo di Dio non costringendolo a diseducarsi con continue banalità. Tutto, dunque, deve aiutare alla salita a Dio e al desiderio di Lui, come nel sogno di Giacobbe, dove gli Angeli, sulla scala che unisce la terra al cielo, portano i nostri doni più preziosi.

LA PARTECIPAZIONE DEI FEDELI. La partecipazione dei fedeli è fondamentale nel culto a Dio. La partecipazione non è solo quando si canta ma anche quando si ascolta, e quindi si riflette e si medita. È come osservare antiche vetrate di cattedrali, vere catechesi di istruzione ai valori eterni che Dio ha rivelato all’umanità amata. Dunque la partecipazione dei fedeli nella liturgia sia viva, gioiosa, coinvolgente, umile, sincera, trasparente, tanto da suscitare e aumentare il desiderio di Dio.

CONCLUSIONE. Il rapporto tra l’uomo e Dio è immutabile: o di adorazione-glorificazione oppure di rifiuto. Nella liturgia lo Spirito di Dio con la musica ci illumina a camminare verso la strada della continua salita a Dio. La nostra guida è Maria santissima, invocata Regina della Musica e delle Arti, di cui ascolteremo il canto medioevale Alma Redemptoris Mater che dice:
«O inclita Madre del Redentore, o porta sempre aperta della salvezza, o stella del mare, soccorri la debolezza del tuo popolo, sorgi a rinfrancarlo: tu che hai stupito la natura, generando il tuo stesso Creatore, Vergine sempre purissima, accogli dalle labbra di Gabriele il grande annuncio ed abbi pietà di noi peccatori».


giovedì 12 marzo 2026

Il canto gregoriano ucciso da una società iconoclasta (di Giacomo Baroffio)

 



FOGLIE AL VENTO

appunti di ermeneutica circolare


Ogni realtà creaturale

è connessa con tutte le altre

Nella concretezza della materia

nella sublimazione dello spirito

Ogni singolo fatto è illuminato

da quanto l’ha preceduto

Ogni singolo fatto getta luce

su quanto avverrà in seguito

Yanky Beilner

 

Nella foresta delle tradizioni liturgiche, l’albero ultramillenario del repertorio cantoriale gregoriano si fa strada tra ogni sorta di piante e di altre presenze. Ci sono persone umane e animali, strade e viottoli, modeste capanne e solide costruzioni edificate per sfidare il tempo che si snoda da secoli. In misura variabile, durante l’intero anni circulum, non solo in autunno, la pianta lascia cadere qualche ramo, ormai fragile, e le foglie. Queste per mesi hanno inghiottito la luce radiosa e velata del sole, la bevanda inebriante delle piogge, il ristoro delle notti serene, le contrastanti sollecitazioni del vento...

Il vento... aiuta le foglie a staccarsi dai rami, anzi, le trascina verso l’alto per metri e chilometri. In volo le fa precipitare, spesso le danneggia. Le preme una sull’altra contro la terra, senza distinguere se il terreno è asciutto o se è divenuto tutto una fetida pozzanghera. Mirtilli e fiorellini, muffe e muschi, castagne e pietre, legni di ogni genere e residui di immondezza accolgono le foglie. Sole solette o in gruppi compatti. 

Le foglie accettano l’ospitalità, ma sono costrette a pagarne le spese. A stretto contatto con infinite materie estranee, la singola foglia vive con trepidazione una metamorfosi per contatto. L’esito di questo evento – sempre d’incontro, spesso di scontro – sarà sempre diverso e spesso imprevedibile. Molte modifiche alterano la foglia che cambia consistenza e colore, fino a divenire irriconoscibile e ‘inesistente’ perché è divenuta tutt’altro in confronto al suo ciclo vitale. Ormai è divenuta terra, tanto stretta è stata abbracciata a sé dalla Madre Terra.

Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dalla foglia, dal suo sbocciare timido e silenzioso sino alla dissoluzione finale. Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dal canto gregoriano, dai primi vagiti, fonti di speranza, alla scomparsa in una società iconoclasta: è nemica del bello e non sopporta la verità. Predilige, anzi, l’orrendo e vive di menzogna.

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Studiare il canto gregoriano esige che si parta da zero. Il bagaglio degli attrezzi necessari per affrontare l’itinerario nei boschi in montagna deve essere ridotto al minimo. Un equipaggiamento sontuoso e molto dotato finirebbe soltanto per divenire un ostacolo. Un peso inutile ci farà ripiegare dalla via prevista, scegliendo scorciatoie insidiose e fuorvianti. Succede spesso che iniziamo una ricerca, convinti che sia sufficiente basarsi sui dati conosciuti e già verificati in un itinerario precedente. Oppure ci fidiamo ciecamente delle parole sentite al bar e confermate da qualche fanfarone nel rifugio alpino.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il programma andrà in fumo. Saremo però pronti a trovare delle scuse e nasconderemo il fallimento con asserzioni decise; il tono incontestabile della voce le renderà travolgenti. Ma così non è; in barba a tutto ciò che vi pare.

In una pietra abbiamo visto delle tracce di fogliame; in una lastra granitica abbiamo individuato la foglia di un arbusto d’alta montagna... e così via. Senza rendercene conto, abbiamo richiamato alla vita tutto un bagaglio di nozioni che avevamo letto senza capire granché; ma tutto ciò non è importante. Conta il nostro successo effimero nello scoprire che la foglia – spesso immaginata, mai realmente trovata – nella nostra fantasia diviene tangibile e corrisponde alle nostre aspettative logico-razionali, senza nessuna garanzia.

Questo procedere della ricerca si basa su presupposti falsi che non sono di nessun aiuto. È una delle piaghe che sviliscono la ricerca scientifica e la rendono, talora, risibile. Un’invenzione fantasiosa che nega alla ricerca storica delle fondamenta reali e credibili.

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La condizione indispensabile – da prendere in considerazione e osservare con attenzione – è la realtà oggetto dell’indagine, per quello che essa è e come si presenta quale testimone di una regione e di un dato cronologico. Non è ammissibile che l’indagine musicale sia condotta principalmente e si esaurisca con l’applicazione pedissequa di principi e metodi mutuati da altre realtà e discipline. 

Un caso di successo planetario – ma infondato e ingannevole – è la ricostruzione della realtà modale gregoriana. Esperti imperturbabili da secoli presentano l’organigramma delle melodie liturgiche come se fosse una radiografia che coglie la natura reale e l’aspetto centrale del repertorio. Di fatto, lo schema fondamentale è una rigida gabbia in cui sono state sospinte con violenza le melodie distribuite in 8 recinti. Peccato che questa invenzione ha imposto una convinzione simbolica di armonica perfezione e ha fatto fortuna in altri ambiti, per esempio nell’architettura ottogonale dei battisteri.

Otto modi, si ripete in maniera acritica, trovando certamente alcune affinità e particolari significati qua e là. Tutti sottolineati e, in parte inventati, da singoli autori pieni di passione per il simbolismo e lo spiritualismo. 

Gli arabi – eccelsi maestri di matematica – hanno esaminato la loro musica con il massimo rispetto, facendo della gamma sonora l’oggetto di analisi libere da comodi preconcetti. Decine sono i modi da loro individuati nelle proprie tradizioni. Come decine sono i modi gregoriani reali che, al limite, potrebbero essere raccolti in 8 famiglie allargate per un totale di decine di singoli modi.

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Il canto gregoriano va recuperato per quello che è, grazie alla sua storia che affonda le radici nella rilevanza primaria data dalla Chiesa alla Parola di D-i-o. Pur esprimendosi con un linguaggio melodico, il gregoriano nella sua essenza è una profezia orante che si sviluppa nella familiarità con la Parola. Quest’ultima il cantore è chiamato ad assimilare fino a vivere di essa e non poter fare a meno di annunciarla, con la vita e con il canto. 

La dimensione musicale rimane in sottofondo. Essa aiuta la Parola a introdursi nel cuore orante del cantore e dell’assemblea attoniti. Alla fine dell’azione liturgica, si conclude un ciclo. La melodia finisce la sua funzione e scompare. Lascia libero tutto il campo, dove nel silenzio risuona il dialogo tra D-i-o e l’orante, il pio cantore e il pio devoto.

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La Pasqua di resurrezione anche nel 2025 è una tappa importante. Occorre ridestarsi dal torpore che ci affatica. Destiamo il cuore per ascoltare D-i-o, apriamo gli occhi per contemplare la bellezza della sua misericordia. Cantiamo a Lui il canto nella novità dello Spirito che associa il nostro destino a quello di Cristo Salvatore, morto e risorto per noi.

 
 

Abbazia di Loreto

Mercogliano

26 aprile 2025​​​           


Giacomo BAROFFIO


 

domenica 22 febbraio 2026

“Vespro d'organo” versus “Messa con organo”

[L'organo "Metzler" (2002) del Duomo di Monza]


“Vespro d'organo” versus “Messa con organo”


VESPRO d'ORGANO
Negli ultimi decenni si è inteso denominare “Vespri d'Organo” dei particolari momenti di elevazione musicale in un contesto non meramente concertistico, ovvero appuntamenti pomeridiani di ascolto di musica per organo, solitamente antecedenti la messa vespertina festiva, preceduti magari da letture bibliche e un momento di preghiera. Una più esaustiva presentazione di questa modalità di utilizzo degli organi nelle chiese la offre il M.° mons. Umberto Pineschi, canonico del Duomo di Pistoia nella pagina internet su organieorganisti.it .

MESSA con ORGANO
Talvolta coloro che promuovono particolari iniziative a favore della valorizzazione degli organi nelle chiese, intendono mettere in risalto il ruolo primario dello strumento facendo in modo che suoni brani solistici nei momenti indicati dall'istruzione Musicam Sacram al n. 65: 
«Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo [...]; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all'offertorio, alla comunione e al termine della Messa».
Per il resto, l'organo accompagna il canto dell'assemblea nelle parti dell'Ordinario. Questa è stata la proposta elaborata presso alcune realtà liturgico-musicali italiane, con la considerazione che il momento di particolare valorizzazione dell'organo, nelle rispettive chiese che lo accolgono, va a diretto vantaggio dell'assemblea che normalmente frequenta la messa domenicale: la scelta, invece, di proporre un “Vespro d'Organo” pomeridiano, quasi certamente non vedrebbe la partecipazione di tutti coloro che invece sono normalmente presenti la domenica alla messa parrocchiale.

sabato 14 febbraio 2026

Abbasso il "Gloria" di Lourdes!

 


Diciamolo con chiarezza.
Il cosiddetto "Gloria di Lourdes" non è il Gloria della liturgia.
È una canzone costruita con ritornello e strofe.
E il Gloria non è una canzone. 
Il Gloria è un inno. Un testo unico, compatto, solenne. Non ha ritornello. Non è pensato per essere spezzato. 
Non è scritto per avere un solista che recita e un'assemblea che risponde. 
Quando lo trasformiamo in strofe con ritornello, stiamo cambiando la forma della preghiera della Chiesa.
Non è un dettaglio musicale: è una questione liturgica. 
Per anni si è detto: "È più facile per l'assemblea." "Pastoralmente funziona.
Ma dopo sessant'anni di riforma liturgica, questa giustificazione non regge più.
La vera pastorale non abbassa il livello.
Educa. Forma. Fa crescere. 
Se un'assemblea riesce a cantare un ritornello quattro volte, può anche cantare un inno intero, se guidata bene.
Il punto non è togliere qualcosa. È restituire al Gloria la sua dignità. 
Agli animatori va detto con serenità: non stiamo facendo una battaglia contro un canto. Stiamo scegliendo di rispettare la forma della liturgia.
Non siamo noi a dover adattare il Gloria alle nostre abitudini.
Siamo noi ad adattarci alla liturgia della Chiesa. 
Quando il Gloria torna ad essere un inno, non perdiamo qualcosa. Guadagniamo verità.