Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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giovedì 20 agosto 2026

Cielo e terra nel canto gregoriano (di Giacomo Baroffio Dahnk)


 

Giacomo Baroffio Dahnk

 

Cielo e terra nel canto gregoriano


due Meditazioni del 2007 e del 1996

 

 

L’argomento si estende su un arco cronologico di oltre duemila anni e coinvolge aspetti che appartengono a diverse aree della vita culturale e spirituale. Sarà possibile pertanto proporre soltanto alcuni tasselli di un affascinante mosaico, senza avere la pretesa di offrire una ricostruzione dettagliata del fenomeno in tutti i suoi aspetti.

 

1] In primo luogo un chiarimento di fondo. Quando si legge sulla musica nella tarda antichità e nel medioevo, spesso ci si trova in una situazione ambigua, forse perché si danno per scontate alcune posizioni ritenute ovvie. Mi riferisco a due concezioni di fondo che riguardano la comprensione della musica. Per molti autori, antichi e contemporanei, la musica medioevale è una categoria eminentemente filosofica. La musica è uno spazio eccellente di speculazioni. L’attenzione ai suoni porta a una sofisticata elaborazione concettuale che si costruisce attraverso calcoli matematici e parametri metrici. Ho pertanto l’impressione che spesso ci si serva della musica semplicemente quale ancilla dell’aritmetica e dell’arte oratoria. Una seconda realtà, ben diversa, è la musica nella sua sostanza sonora, l’arte cioè dei suoni che vibrano nella persona e delle armonie che attraversano il mondo. E’ il linguaggio poetico con cui l’uomo esprime i suoi sentimenti più profondi, la melodia che sale dal pozzo del cuore.

Ho l’impressione che spesso si parli di musica medioevale senza precisare di quale “musica” si tratti. Ciò accade anche in  riferimento ai cosiddetti teorici, soprattutto per quelli transalpini, che parlano di tutto tranne che dei suoni reali. Oppure piegano o cercano di imbrigliare l’esperienza sonora in schemi progettati in ambiti del tutto estranei, talora con valenze simboliche. Basti pensare, ad esempio, alla fuorviante ed estremamente riduttiva classificazione delle melodie nello schema degli otto modi. È ormai una classificazione universalmente recepita, che personalmente cerco di salvare attribuendo a ogni modo tradizionale una valenza assai elastica, considerandolo una “famiglia” che al suo interno offre ampie possibilità di tipologie melodiche e strutturali differenti.

 

2] Un ulteriore ostacolo nell’affrontare l’argomento nasce dalla difficoltà di precisare e circoscrivere gli elementi in gioco. Vorrei fare qualche precisazione sulla categoria “canto gregoriano”, un termine molto variabile, una vera “fisarmonica” fenomenica e concettuale. Consideriamo la componente cronologica: il repertorio abbraccia brani composti a Solesmes nel ‘900 e altri pezzi che risalgono alle epoche precedenti fino ad arrivare indietro ai primi secoli dell’era volgare. Per non parlare delle strutture e forme musicali che il cristianesimo ha assunto dalla tradizione ebraica e dalla cultura musicale mediterranea pre-cristiana. Oltre alla cultura letteraria, anche la musica liturgica latina affonda le radici nella cultura indo-europea che spaziabva da Gibileterra alla Cina. Il canto gregoriano è un repertorio dove c’è di tutto, nova et vetera, pezzi indigeni italici e di culture estranee, sensibilità diverse e linguaggi differenziati.

Chi ascolta oggi qualche brano gregoriano, troverà probabilmente esotico un pezzo come il canto dell’antifona di comunione In splendoribus. Il brano richiama un po’ il Puccini delle melodie orientaleggianti più che il canto dei vespri tradizionale delle parrocchie. Si tratta, infatti, di una melodia costruita secondo la figura del chiasmo su una scala pentatonica con l’esclusione dei semitoni mi e del si (scala re fa sol la do).

Oltre a una grande varietà di scale e di linguaggi musicali, il gregoriano è stato caratterizzato fino all’epoca moderna dalla presenza di una o più voci di accompagnamento o di sostegno. Questo aspetto è stato ricuperato negli ultimi anni ed è oggi praticato da numerosi gruppi corali. Bisogna quindi sfatare il mito del gregoriano quale canto monodico. 

C’è poi la questione del ritmo, fortemente ipotecato dalla prassi solesmense affermatasi alla fine dell’ ‘800. Essa prevede per tutti i brani e tutti i generi musicali un’unica modalità esecutiva con le note più o meno tutte di lunghezza identica. È chiaro che tale interpretazione non è un dogma, anche perché non è stato sempre così. Difficile è però stabilire quale criterio ritmico sia stato seguito nell’esecuzione di quali melodie. Probabilmente erano praticate varie soluzioni. Un esempio potrebbe essere un inno cantato prima con le note uguali e successivamente in una versione ritmica [Te lucis ante terminum].

Più interessanti, tuttavia, sono altri due aspetti che non sono stati finora approfonditi in modo adeguato. Il primo: la scala utilizzata, certo, non era quella moderna temperata. Ma quale era? Erano previsti macrointervalli (più estesi del nostro tono) e microintervalli (più ridotti di un tono)? Secondo problema, non indifferente per i suoi risvolti psicologici e religiosi, è la natura dell’emissione. [cfr. canto dell’alleluia Pascha nostrum  nel CD 1000 anni].

Il timbro della voce nel canto liturgico ha un’importanza che non si può sottovalutare. Per certi aspetti è la dimensione più caratterizzante del canto liturgico quale espressione della fede. “Dimmi come canti e ti dirò in quale D-i-o tu credi” si può affermare. L’emissione della voce che subisce alterazioni rispetto al canto “quotidiano” (sul lavoro, in momenti di svago e di socializzazione) dice, ad esempio, una percezione unilaterale di D-i-o come il Tutt’Altro, con una profonda rottura tra l’ambito della vita di ogni giorno e i momenti di preghiera e di culto.

Questi pochi accenni bastano a mettere in evidenza il problema insito nel termine “canto gregoriano”. 

 

3] Quando si parla di canto gregoriano o semplicemente di canto liturgico cristiano, spesso si assiste a una specie di corto circuito. Sembra che sia istituita una relazione di uguaglianza: canto gregoriano = lode. Anche questa prospettiva non è corretta perché riduttiva e irreale. Occorre ricordare che il Cristo risorto della gloria è lo stesso Cristo sfigurato e annientato della croce. Occorre anche prendere atto che la vita umana è sotto il segno della precarietà. L’esistenza di molti è segnata dal dolore e dalla sofferenza, dalla melanconia e dall’angoscia. Tristezza e disperazione non sono condizioni esistenziali riconducibili al Vangelo; ma il dolore e la sofferenza sì. Il canto può divenire allora anche il grido di chi si sente abbandonato dal Padre e da tutti. Talora è partecipazione vissuta al mistero della Croce. Come direbbe san Paolo, nel dolore e nel canto della sofferenza, la creatura aggiunge ciò che mancava alla passione del Redentore.

Un’altra serie di considerazioni è provocata da alcune domande: in fin dei conti, che cosa esprime il canto gregoriano? Nella prospettiva della comunicazione interpersonale, il suo messaggio da parte di chi viene, a chi è rivolto? Il canto liturgico – nelle grandi religioni dall’induismo all’ebraismo – nasce intorno alla Parola di D-i-o: per diffonderla in modo più chiaro, udibile e comprensibile; per difenderla dalle ingerenze di una proclamazione che è sempre, necessariamente, una interpretazione. Attraverso il canto la Parola compie un duplice movimento: a] da D-i-o all’assemblea orante che la Parola vivifica con il suo messaggio; b] dall’assemblea, fecondata come da una rugiada ristoratrice dalla Parola, a D-i-o.

Si pone qui però subito il problema della recezione: D-i-o comprende la vita e l’espressione del cuore umano attraverso le parole e nonostante le parole del canto. Ma l’assemblea vive un’esperienza del tutto diversa. Che cosa ascolta, che cosa riesce a cogliere e ad assimilare? Pensiamo prima di tutto alla frammentarietà dei testi messi in musica: poche frasi che spesso non esauriscono una tematica. Nel repertorio innodico, inoltre, il linguaggio poetico ha certo un suo fascino, ma non si lascia comprendere a livello puramente logico razionale; esige un approccio nel segno dell’intuizione, del pieno abbandono, del sognare lasciando che la fantasia corra ed elabori le scintille e le suggestioni di pochi vocaboli colti qua e là. A questo proposito, ma non solo per l’innodia, c’è la questione seria della comprensione o anche totale incomprensione di una lingua estranea, com’è il latino per la massima parte del popolo cristiano, anche in Italia. Ciò tuttavia non è solo uno scoglio su cui rischia di arenarsi e spezzare l’esperienza liturgica; è piuttosto un banco di prova dove emerge la reale disponibilità all’ascolto. Ascolto che passa anche attraverso le parole, ma che sostanzialmente è incontro tra due persone al di là delle parole. È il momento in cui verificare la reale apertura del cuore nella capacità di un dono reciproco nella fede / fiducia / confidenza. Le parole nella loro portata razionale hanno senza dubbio una rilevanza, ma non sono tutto e possono anche mancare o assolvere una funzione puramente “rappresentativa” perché non dicono i concetti che abitualmente sono chiamate a esprimere, quanto piuttosto rivelano con il loro “semplice” suono un clima di profonda empatia e condivisione di vita.

La recezione del canto gregoriano pone il problema della sua reale incidenza sull’assemblea liturgica. Di fatto, dopo quanto ho detto, è chiaro che non si può misurare l’effetto del canto con il metro della sola comprensione razionale di lunghi e complicati discorsi teologici. Sono convinto di una cosa: un semplice fedele che per decenni ha frequentato una chiesa con le sue liturgie e le sue devozioni (la Messa, certo, ma anche i vespri domenicali a scadenza settimanale; e poi i funerali, il rosario, la via crucis) può aver recepito ed essere stato plasmato nella sua coscienza religiosa anche da pochi contenuti semplici, soprattutto quando sono ripetuti. Penso – a livello di canto e con un riferimento alla tematica cielo-terra – ad alcuni brani che bene o male tutti sapevano una volta cantare: dall’antifona esequiale In paradisum deducant te angeli alle due antifone mariane Salve regina misericordiae e Alma redemptoris mater.

Sulle ali di queste melodie semplici e suggestive, il cuore toglie l’ancora e si distacca dalle parole materiali per librarsi nell’esperienza di quanto i testi suggerivano timidamente. Il canto gregoriano non è più testo, non è più nepputr musica. E’ preghiera. La sua patria è la liturgia dove vige la legge dell’adorazione e della contemplazione, dove nell’estasi si esce dal girone vorticoso e frastornante degli impegni quotidiani per ritrovare la via che porta al tempio interiore. Nel cuore si scopre la fonte della melodia gregoriana trasfigurata. Cadono i veli e si scopre se stessi e la radice del proprio essere. Scompaiono le visioni dell’immaginazione e ci si trova alla presenza di D-i.o. Nel silenzio. Silenzio da cui rinasce la melodia gregoriana che con la Parola illumina il cammino verso altri anfratti del cuore umano e permette di volgere lo sguardo su altri squarci del mistero di D-i-o e dell’uomo.

Nel pozzo interiore ciascun orante tocca l’abisso più profondo della terra e scopre insieme l’altezza vertiginosa del cielo. Nel cuore di chi prega, terra e cielo si stagliano sempre più netti – con la loro pesantezza da un lato e la loro levità dall’altro: peccato e grazia. Nel momento in cui la contrapposizione sembra sfociare in uno scontro titanico, riemerge il canto che tutto riconduce all’unità nel segno della nuova creazione, del rinnovamento cosmico [inno Immense caeli conditor]. Cielo e terra, santi, angeli e uomini s’uniscono una voce in un unico canto di adorazione che s’eleva con la tripplice acclamazione Santo Santo Santo.


*          *          *


Musica Celeste

 

Un suono attraversa il cielo

un canto nuovo echeggia su tutta la terra.

L’eco della misericordia divina squarcia gli spazi e i tempi:

Cristo è nato è vissuto è morto è risorto

ieri domani…e anche oggi.

 

Sempre il vagito dell’infante

innalza la volta della grotta alle stelle.

Sempre il mormorio della preghiera notturna

scende a rivoli nel silenzio del monte.

Sempre il grido dalle tenebre della Croce

è l’annunzio della luce senza fine.

Sempre una briciola della tavola dell'Agnello

colma la fame del mondo che sussulta.

Sempre una goccia di rugiada inebriante - la tua Parola -

trasforma il deserto del cuore in oasi fiorita.

 

Il cuore dei figli.

non divenga più spelonca di meschine piccinerie,

i rumori non appiattiscano più la vita

soffocandola in vociare di nulla,

le parole d'arroganza

si spengano prima di essere pensate,

l’arsura infocata

non paralizzi il cuore inaridito.

 

La tua Parola

dilati l’orizzonte della vita

percorra la scala delle tue note:

verità e misericordia, 

giustizia e libertà...

 

Non dimenticarti di chi talora

vorrebbe Te dimenticare.

 

Insegna a noi la melodia celeste

a noi la sobria ebbrezza dello Spirito

nella vita del Verbo che si è fatto carne,

balsamo d’immortalità 

per chi vive nel tempo.




mercoledì 12 agosto 2026

La pratica dei concerti-scambio nel mondo organistico italiano

 


«Gentile Maestro, da tanti anni per me rimane un sogno di poter suonare una volta nel Duomo di Agropoli. Volentieri la inviterei come scambio artistico al mio Festival in Gruyère. Per favore, mi fa sapere che ne pensa. Un caro saluto». (Felicienne Échanger, organista della chiesa di Sainte-Marie-du-Trou)


* * *



Contro la tristezza dello scambismo

«Si tratta di veri e propri "club dello scambio" basati esclusivamente sulla complicità e sul vantaggio reciproco. E stando bene attenti a tenere fuori gli altri (soprattutto se sono bravi). Poiché per vincere concorsi, o anche semplicemente per segnalarsi, serve un curricolo sufficientemente nutrito di concerti che rendano evidente la propria carriera artistica, il gioco è fatto, con santa pace degli organizzatori, dei finanziatori e del pubblico, spesso ignari. E anche - ovviamente - con santa pace dei bravi organisti che sono estranei a questi trucchi. Perché si tratta di un vero e proprio trucco, di una scorciatoia per guadagnarsi referenze a buon mercato e a volte senza averne le qualità e i meriti. Quello che appare come una meritevole manifestazione culturale è a volte un inganno, una presa in giro, una strumentalizzazione e una partita truccata».
[Giancarlo Parodi in: Battista Quinto Borghi, La musica dietro lo specchio / Appunti su Giancarlo Parodi, Pensa Multimedia, Lecce 2026]


giovedì 6 agosto 2026

Guccini all'organo (con Fausto Caporali)


Domenica 5 gennaio 2025 alla messa canonicale delle ore 11 in Cattedrale a Cremona, durante l'Offertorio il maestro Fausto Caporali ha suonato all'organo la musica de "Il vecchio e il bambino" di Francesco Guccini.

"Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera". La musica de "Il vecchio e il bambino" del cantautore Francesco GUCCINI è diventata oggi musica d'organo del maestro Fausto CAPORALI per la presentazione dei doni all'offertorio nella Messa delle 11 in Cattedrale. Una musica bellissima, quasi commovente suonata sul grande organo Mascioni del Duomo di Cremona con la solita grande abilità ormai conosciuta in tutto il Mondo dal maestro Caporali, tra l'altro titolare della Cattedra di Organo complementare e Canto gregoriano presso il Conservatorio di Milano. 

Qualcuno ha riconosciuto la canzone del cantautore italiano, altri si sono certamente chiesti che cosa fosse quella bella musica mai eseguita all'organo. Per chi è diventato grande con la musica di Francesco Guccini, non è stato difficile ricoscerla. Il brano è del 1972, oltre cinquant'anni fa e, oltre a quella del cantautore, ne esiste un'altra splendida versione de "I Nomadi". 

Quella di Guccini fa parte dell'album "Radici" e in essa un vecchio racconta a un bambino di un mondo ormai scomparso: il vecchio incarna la vita vissuta e camminano insieme verso un futuro incerto. 

Così Alberto Pellegrino racconta su Musicultura quella canzone: «Di fronte alla desolata pianura che si apre dinanzi ai suoi occhi, il vecchio sente il bisogno di raccontare con triste disincanto la visione di un mondo che appartiene al passato.  Le sue parole rievocano la bellezza di un vissuto ormai perduto per sempre, la nostalgia per un mondo che ora appare nebuloso e incerto. Il disastro nucleare e la devastazione ambientale sono rappresentati in modo incisivo ed emozionante: quel deserto coperto di polvere rossa, quella luce offuscata dal fumo degli incendi, quel silenzio agghiacciante riempiono di lacrime gli occhi del vecchio, provocano in lui un’ondata di ricordi che gli fanno venire in mente quanto fosse bella quella pianura con gli alberi, i fiori, i colori e le voci, Ora che tutto questo è scomparso, quel mondo lontano appare al bambino come un’invenzione della fantasia da parte del vecchio che, dopo aver subito “le ingiurie degli anni”, non riesce più a distinguere i sogni dalla tragica realtà che li circonda». 

Un testo bellissimo, una poesia supportata da una musica struggente eseguita anche da intere orchestre. Caporali non è nuovo a queste contaminazioni, sono diventati famosi i suoi concerti con Antonella Ruggiero, già straordinaria voce dei Matia Bazar o con il jazzista Enrico Rava.

Alla fine della Messa delle 11, come accade spesso, molti turisti e fedeli anche oggi, hanno applaudito le variazioni organistiche del maestro Fausto Caporali. In chiesa avevamo sentito De André con alcuni brani della Buona Novella, ma mai Guccini. 

Perché «dobbiamo portare quello che di bello c'è nel mondo dentro la Chiesa - dice Caporali - lo ha detto anche don Julìan Carròn [*]. D'altra parte - sottolinea ancora Caporali - l'Aria sulla quarta corda di Bach, che è un brano laico, viene spesso suonato in chiesa». 

E la bella musica, anche quella non nata per funzioni religiose, rende sempre gloria a Dio. 


[articolo tratto da cremonasera.it]


[*] 2005 al 2021 presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione



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sabato 21 marzo 2026

Musica liturgica ascesi verso il cielo: sentimento o sentimentalismo? (di Giosuè Berbenni)



"Musica liturgica ascesi verso il cielo: 
sentimento o sentimentalismo?"



(Chiesa parr. di S. Pantaleone in Negrone di Scanzorosciate, lun. 24 nov. 2025, ore 20.45)

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SOMMARIO. Premessa. Il punto saldo. La liturgia. Le chiese sempre più vuote. La musica della tradizione cristiana: musica liturgica, musica sacra e musica religiosa. Sentimento e sentimentalismo. La musica per la liturgia. Educare al sacro. La centralità dell’Eucaristia. Vivere la liturgia con la musica. Studio e ricerca. La partecipazione dei fedeli. Conclusione.

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PREMESSA. Non sono un biblista, né un liturgista. Sono un musicista organista professionista diplomato al Conservatorio di Stato e laureato in giurisprudenza, specialista della storia organaria e del restauro con numerose pubblicazioni. Ho esperienza di circa 50 anni di organista professionista della parrocchiale di Trescore Balneario e ora promotore della Spiritualità del musicista, tema nuovo, partendo dall’esperienza personale, di cui ho dato alle stampe due libri: "La santità dell’organista" e "Liriche spirituali di un musicista".

PUNTO SALDO. Punto saldo della musica e di ogni forma d’arte è che l’uomo si elevi a Dio, creatore, redentore e sommo bene e lo glorifichi con tutto il cuore l’anima e la mente. Ogni epoca storica e ogni luogo della terra esprime con l’arte, nello specifico la musica, la propria identità di offerta a Dio. È scontato che la nostra arte, in particolare la musica, sia diversa da quella vissuta da altri popoli. L’immagine del sogno di Giacobbe della scala tra cielo e terra percorsa da Angeli la contestualizzo così nella musica:
• Dio, attraverso i suoi messaggeri (gli Angeli), dal cielo manda sulla terra agli uomini le intuizioni, i talenti, perché con l’arte della musica venga suscitato il desiderio di Lui;
• l’uomo nella salita dalla terra al cielo porta a Dio la lode e la gloria con le preziosità dell’arte musicale.

LA LITURGIA. Prima di entrare nello specifico del tema Musica liturgica ascesi verso il cielo: sentimento o sentimentalismo? occorre chiarire cosa si intende per liturgia. La liturgia è il culto reso a Dio. Il primo soggetto della liturgia è Dio, non l'uomo. Il Concilio Vaticano II dice che il ruolo della liturgia è "principalmente il culto della maestà divina", "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia" (Sacrosanctum Concilium 10, 33).
La liturgia ha due dimensioni: la prima è la discesa di Dio sulla amata terra, la seconda è la salita dell’uomo al suo Creatore benefattore, redentore e sommo bene.
• Con la discesa di Dio sulla amata terra tramite suo Figlio il Cristo, si realizza il punto di incontro tra Dio e l'umanità, tra l'eternità e il tempo. Grazie alla liturgia Cristo è sempre e realmente presente per realizzare, nel tempo e nello spazio, la nostra salvezza. Tutto ciò grazie all'azione dello Spirito di Dio che agisce e opera efficacemente attraverso i Sacramenti per la nostra santificazione.
• Con la salita dell'uomo a Dio, si esprime il culto a Dio mediante il linguaggio liturgico, nel quale rientrano i gesti di azione e di espressione del celebrante e dell'assemblea, tra cui la musica cantata e strumentale. La comunità partecipa al memoriale del mistero pasquale unendosi e offrendosi per le mani del sacerdote a Dio Padre insieme a Cristo con lo Spirito Santo.

LE CHIESE SEMPRE PIÙ VUOTE. Malgrado questo meraviglioso quadro della discesa di Dio sulla terra e dell’ascesa dell’uomo a Dio, osserviamo che le chiese sono sempre più vuote, tanto da dire: qualcosa non funziona. Come mai? Troppo diffusa è l’idea che la relazione con Dio si basa sull’emozione individuale, sul modo di pensare racchiuso in queste frasi: io la penso così, Credo a Dio ma non alla Chiesa e altro. Dunque una relazione non fondata sull’oggettività della fede insegnata e tramandata nei secoli dalla Chiesa ma sulle emozioni.
Il rapporto con Dio diventa una proiezione di sé stessi, a seconda della convenienza. Ecco perché è importante l’oggettività del magistero della Santa Chiesa. Nella musica questo soggettivismo del mi piace e non mi piace si manifesta in modo evidente.

LA MUSICA DELLA TRADIZIONE CRISTIANA. Occorre distinguere la musica liturgica, dalla musica sacra e dalla musica religiosa.
La musica liturgica, strumentale e cantata, è realizzata nella liturgia, cioè nel culto che la comunità cristiana fa a Dio attraverso azioni e simboli.
La musica sacra, strumentale e cantata, è creata su testi sacri del Vecchio e Nuovo  Testamento, ed è eseguita in ambito concertistico o di elevazione spirituale.
La musica religiosa strumentale e cantata, è costruita su parole di ispirazione cristiana, ed è eseguita in diversi contesti di carattere spirituale.

SENTIMENTO E SENTIMENTALISMO. Entriamo nel tema del sentimento e sentimentalismo della musica nella liturgia. Le parole sentimento e sentimentalismo hanno la comune radice il sentire. Alla parola sentimento diamo il sinonimo di sensibilità, stabilità, nobiltà. Il sentimento è ancorato all’intelletto. Alla parola sentimentalismo diamo il sinonimo di sdolcinatura, provvisorietà, fino alla banalità che avviene se non è ancorata al vero sentimento. È sempre inopportuno dare delle classificazioni nette su processi di modi di vivere e di idee che legano intere generazioni. I momenti che viviamo sono contradditori e molto veloci. Non è facile capire dove si va.
Ci chiediamo: in casa nostra la musica eseguita nella liturgia è pervasa da sentimento o sentimentalismo? In base alla nostra esperienza diciamo che ci sono liturgie con musiche legate alla sensibilità e all’intelletto tipiche del sentimento e altre in cui prevale la sdolcinatura e la banalizzazione. Si assistono a liturgie dove prevale il sentimentalismo.
Spesso si sente dire: quel canto è vecchio, sorpassato, questo canto, invece, è moderno dei nostri giorni. Diciamo subito che nella liturgia la musica non va qualificata in base all’età ma alla sua bellezza o bruttezza. Ci chiediamo: che cosa deve avere una musica per essere considerata bella? Non senz’altro l’orecchiabilità, perché la musica più orecchiabile di tutte è la musica leggera che porta alla banalità. Cerchiamo di dire qualche principio chiaro sulla musica per la liturgia.


La musica per la liturgia.

• La musica fa parte dell’arte. Secondo il magistero millenario della Chiesa Cattolica l’arte, tale è la musica, deve avere e perseguire tre caratteristiche: il bello, il bene e il vero. Lo ricorda san Tommaso: bonum, verum et pulchrum in unum convertuntur. Cioè attraverso il bello diventa più facile promuovere il bene in contrasto con la bruttezza del male, ed è più facile giungere al vero che porta a Dio.
• La musica per la liturgia, cioè per il culto divino, deve avere un proprio ed esclusivo carattere di forma, testo, tecnica e bravura compositiva, nonché essere tecnicamente e armonicamente compiuta ed eseguita bene, pensata e scritta non per destinazioni diverse, altrimenti è facile portare nella liturgia la musica di strada. Dunque musica autentica, partecipata, ben fatta, presente ma non invadente.

EDUCARE AL SACRO. La parola che vince l’incertezza che viviamo nella liturgia è l’educare al sacro, educare inteso come e formare modellare la persona nella sua sensibilità. Viene spontaneo chiedere: educa al sacro il sentimento o il sentimentalismo? Rispondiamo in modo deciso che è il sentimento che educa al sacro, quale sensibilità legata all’intelletto, mentre il sentimentalismo, porta alla banalità e a lungo andare allontana dal sacro. Sappiamo che educare è l’azione più impegnativa che la persona e la comunità svolgono: nella famiglia, nella scuola, nelle comunità civile e parrocchiale. Ci vogliono intere generazioni per educare. È l’azione più importante che Dio ci chiede. Nella liturgia la musica deve mirare a questo: educare al sacro. Ci chiediamo: nelle nostre odierne liturgie questo avviene?

LA CENTRALITÀ DELL’EUCARISTIA. Nella liturgia la centralità è l’Eucaristia. Di fronte a questa sublime realtà due sono le alternative: o il silenzio o lo stupore. La musica contribuisce allo stupore. Ad esempio come organista lo sperimento durante l’adorazione eucaristica nella chiesa parrocchiale di Trescore ogni volta che nel silenzio suono sommessamente la melodia Adoro Te devote, di origine medioevale. Avvilente, invece, è sentirsi dire da una persona di altra parrocchia che in chiesa è attratto quando sente come sottofondo la musica dei Pink Floyd, gruppo rock britannico, accusato di satanismo. Questa persona non è attratta dal mistico ma dalla piacevolezza che ricorda le notti passate al night.

VIVERE LA LITURGIA CON LA MUSICA. La liturgia si esprime attraverso il rito cioè il modo e l'ordine con cui si compie una funzione sacra. La liturgia è unica per tutti. Non esiste la liturgia per i ragazzi e la liturgia per gli adulti. Questa distinzione è basata solamente sulla forma di comunicazione. Il linguaggio musicale da usarsi va mirato ad una particolare porzione di fedeli o deve cercare di cogliere tutti? La musica che si ascolta nelle messe dei ragazzi si basa per lo più su uno strumentale improvvisato (chitarre e altro), su melodie orecchiabili di basso livello così da essere banali e non da ultimo con comportamenti non adatti nella chiesa quali la postura fisica, l’abbigliamento, la mancata devozione. Di fatto sono diffuse le musiche prive di ogni contatto musicale con la tradizione, cioè senza un collegamento con la grande cultura musicale. Questo porta inevitabilmente all’incomunicabilità tra generazioni. In questo modo non si aiuta l’educazione al sacro della persona, dunque alla sua maturazione globale e ad una fede adulta. Le chiese vuote, in particolare di giovani, lo dimostrano. Anch’essi vanno rispettati con un’educazione al bello e ai grandi orizzonti.

STUDIO E RICERCA. Come fare a superare questa situazione? Diviene allora importante lo studio e la ricerca di un linguaggio musicale comune alle generazioni, moderno colto e professionale, semplice, che affondi le sue radici in ciò che ci ha preceduto e colga insieme le sfide della cultura attuale, frutto di studio, ricerca e cultura, al fine di rispettare la dignità del popolo di Dio non costringendolo a diseducarsi con continue banalità. Tutto, dunque, deve aiutare alla salita a Dio e al desiderio di Lui, come nel sogno di Giacobbe, dove gli Angeli, sulla scala che unisce la terra al cielo, portano i nostri doni più preziosi.

LA PARTECIPAZIONE DEI FEDELI. La partecipazione dei fedeli è fondamentale nel culto a Dio. La partecipazione non è solo quando si canta ma anche quando si ascolta, e quindi si riflette e si medita. È come osservare antiche vetrate di cattedrali, vere catechesi di istruzione ai valori eterni che Dio ha rivelato all’umanità amata. Dunque la partecipazione dei fedeli nella liturgia sia viva, gioiosa, coinvolgente, umile, sincera, trasparente, tanto da suscitare e aumentare il desiderio di Dio.

CONCLUSIONE. Il rapporto tra l’uomo e Dio è immutabile: o di adorazione-glorificazione oppure di rifiuto. Nella liturgia lo Spirito di Dio con la musica ci illumina a camminare verso la strada della continua salita a Dio. La nostra guida è Maria santissima, invocata Regina della Musica e delle Arti, di cui ascolteremo il canto medioevale Alma Redemptoris Mater che dice:
«O inclita Madre del Redentore, o porta sempre aperta della salvezza, o stella del mare, soccorri la debolezza del tuo popolo, sorgi a rinfrancarlo: tu che hai stupito la natura, generando il tuo stesso Creatore, Vergine sempre purissima, accogli dalle labbra di Gabriele il grande annuncio ed abbi pietà di noi peccatori».


giovedì 12 marzo 2026

Il canto gregoriano ucciso da una società iconoclasta (di Giacomo Baroffio)

 



FOGLIE AL VENTO

appunti di ermeneutica circolare


Ogni realtà creaturale

è connessa con tutte le altre

Nella concretezza della materia

nella sublimazione dello spirito

Ogni singolo fatto è illuminato

da quanto l’ha preceduto

Ogni singolo fatto getta luce

su quanto avverrà in seguito

Yanky Beilner

 

Nella foresta delle tradizioni liturgiche, l’albero ultramillenario del repertorio cantoriale gregoriano si fa strada tra ogni sorta di piante e di altre presenze. Ci sono persone umane e animali, strade e viottoli, modeste capanne e solide costruzioni edificate per sfidare il tempo che si snoda da secoli. In misura variabile, durante l’intero anni circulum, non solo in autunno, la pianta lascia cadere qualche ramo, ormai fragile, e le foglie. Queste per mesi hanno inghiottito la luce radiosa e velata del sole, la bevanda inebriante delle piogge, il ristoro delle notti serene, le contrastanti sollecitazioni del vento...

Il vento... aiuta le foglie a staccarsi dai rami, anzi, le trascina verso l’alto per metri e chilometri. In volo le fa precipitare, spesso le danneggia. Le preme una sull’altra contro la terra, senza distinguere se il terreno è asciutto o se è divenuto tutto una fetida pozzanghera. Mirtilli e fiorellini, muffe e muschi, castagne e pietre, legni di ogni genere e residui di immondezza accolgono le foglie. Sole solette o in gruppi compatti. 

Le foglie accettano l’ospitalità, ma sono costrette a pagarne le spese. A stretto contatto con infinite materie estranee, la singola foglia vive con trepidazione una metamorfosi per contatto. L’esito di questo evento – sempre d’incontro, spesso di scontro – sarà sempre diverso e spesso imprevedibile. Molte modifiche alterano la foglia che cambia consistenza e colore, fino a divenire irriconoscibile e ‘inesistente’ perché è divenuta tutt’altro in confronto al suo ciclo vitale. Ormai è divenuta terra, tanto stretta è stata abbracciata a sé dalla Madre Terra.

Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dalla foglia, dal suo sbocciare timido e silenzioso sino alla dissoluzione finale. Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dal canto gregoriano, dai primi vagiti, fonti di speranza, alla scomparsa in una società iconoclasta: è nemica del bello e non sopporta la verità. Predilige, anzi, l’orrendo e vive di menzogna.

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Studiare il canto gregoriano esige che si parta da zero. Il bagaglio degli attrezzi necessari per affrontare l’itinerario nei boschi in montagna deve essere ridotto al minimo. Un equipaggiamento sontuoso e molto dotato finirebbe soltanto per divenire un ostacolo. Un peso inutile ci farà ripiegare dalla via prevista, scegliendo scorciatoie insidiose e fuorvianti. Succede spesso che iniziamo una ricerca, convinti che sia sufficiente basarsi sui dati conosciuti e già verificati in un itinerario precedente. Oppure ci fidiamo ciecamente delle parole sentite al bar e confermate da qualche fanfarone nel rifugio alpino.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il programma andrà in fumo. Saremo però pronti a trovare delle scuse e nasconderemo il fallimento con asserzioni decise; il tono incontestabile della voce le renderà travolgenti. Ma così non è; in barba a tutto ciò che vi pare.

In una pietra abbiamo visto delle tracce di fogliame; in una lastra granitica abbiamo individuato la foglia di un arbusto d’alta montagna... e così via. Senza rendercene conto, abbiamo richiamato alla vita tutto un bagaglio di nozioni che avevamo letto senza capire granché; ma tutto ciò non è importante. Conta il nostro successo effimero nello scoprire che la foglia – spesso immaginata, mai realmente trovata – nella nostra fantasia diviene tangibile e corrisponde alle nostre aspettative logico-razionali, senza nessuna garanzia.

Questo procedere della ricerca si basa su presupposti falsi che non sono di nessun aiuto. È una delle piaghe che sviliscono la ricerca scientifica e la rendono, talora, risibile. Un’invenzione fantasiosa che nega alla ricerca storica delle fondamenta reali e credibili.

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La condizione indispensabile – da prendere in considerazione e osservare con attenzione – è la realtà oggetto dell’indagine, per quello che essa è e come si presenta quale testimone di una regione e di un dato cronologico. Non è ammissibile che l’indagine musicale sia condotta principalmente e si esaurisca con l’applicazione pedissequa di principi e metodi mutuati da altre realtà e discipline. 

Un caso di successo planetario – ma infondato e ingannevole – è la ricostruzione della realtà modale gregoriana. Esperti imperturbabili da secoli presentano l’organigramma delle melodie liturgiche come se fosse una radiografia che coglie la natura reale e l’aspetto centrale del repertorio. Di fatto, lo schema fondamentale è una rigida gabbia in cui sono state sospinte con violenza le melodie distribuite in 8 recinti. Peccato che questa invenzione ha imposto una convinzione simbolica di armonica perfezione e ha fatto fortuna in altri ambiti, per esempio nell’architettura ottogonale dei battisteri.

Otto modi, si ripete in maniera acritica, trovando certamente alcune affinità e particolari significati qua e là. Tutti sottolineati e, in parte inventati, da singoli autori pieni di passione per il simbolismo e lo spiritualismo. 

Gli arabi – eccelsi maestri di matematica – hanno esaminato la loro musica con il massimo rispetto, facendo della gamma sonora l’oggetto di analisi libere da comodi preconcetti. Decine sono i modi da loro individuati nelle proprie tradizioni. Come decine sono i modi gregoriani reali che, al limite, potrebbero essere raccolti in 8 famiglie allargate per un totale di decine di singoli modi.

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Il canto gregoriano va recuperato per quello che è, grazie alla sua storia che affonda le radici nella rilevanza primaria data dalla Chiesa alla Parola di D-i-o. Pur esprimendosi con un linguaggio melodico, il gregoriano nella sua essenza è una profezia orante che si sviluppa nella familiarità con la Parola. Quest’ultima il cantore è chiamato ad assimilare fino a vivere di essa e non poter fare a meno di annunciarla, con la vita e con il canto. 

La dimensione musicale rimane in sottofondo. Essa aiuta la Parola a introdursi nel cuore orante del cantore e dell’assemblea attoniti. Alla fine dell’azione liturgica, si conclude un ciclo. La melodia finisce la sua funzione e scompare. Lascia libero tutto il campo, dove nel silenzio risuona il dialogo tra D-i-o e l’orante, il pio cantore e il pio devoto.

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La Pasqua di resurrezione anche nel 2025 è una tappa importante. Occorre ridestarsi dal torpore che ci affatica. Destiamo il cuore per ascoltare D-i-o, apriamo gli occhi per contemplare la bellezza della sua misericordia. Cantiamo a Lui il canto nella novità dello Spirito che associa il nostro destino a quello di Cristo Salvatore, morto e risorto per noi.

 
 

Abbazia di Loreto

Mercogliano

26 aprile 2025​​​           


Giacomo BAROFFIO


 

domenica 22 febbraio 2026

“Vespro d'organo” versus “Messa con organo”

[L'organo "Metzler" (2002) del Duomo di Monza]


“Vespro d'organo” versus “Messa con organo”


VESPRO d'ORGANO
Negli ultimi decenni si è inteso denominare “Vespri d'Organo” dei particolari momenti di elevazione musicale in un contesto non meramente concertistico, ovvero appuntamenti pomeridiani di ascolto di musica per organo, solitamente antecedenti la messa vespertina festiva, preceduti magari da letture bibliche e un momento di preghiera. Una più esaustiva presentazione di questa modalità di utilizzo degli organi nelle chiese la offre il M.° mons. Umberto Pineschi, canonico del Duomo di Pistoia nella pagina internet su organieorganisti.it .

MESSA con ORGANO
Talvolta coloro che promuovono particolari iniziative a favore della valorizzazione degli organi nelle chiese, intendono mettere in risalto il ruolo primario dello strumento facendo in modo che suoni brani solistici nei momenti indicati dall'istruzione Musicam Sacram al n. 65: 
«Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo [...]; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all'offertorio, alla comunione e al termine della Messa».
Per il resto, l'organo accompagna il canto dell'assemblea nelle parti dell'Ordinario. Questa è stata la proposta elaborata presso alcune realtà liturgico-musicali italiane, con la considerazione che il momento di particolare valorizzazione dell'organo, nelle rispettive chiese che lo accolgono, va a diretto vantaggio dell'assemblea che normalmente frequenta la messa domenicale: la scelta, invece, di proporre un “Vespro d'Organo” pomeridiano, quasi certamente non vedrebbe la partecipazione di tutti coloro che invece sono normalmente presenti la domenica alla messa parrocchiale.

sabato 14 febbraio 2026

Abbasso il "Gloria" di Lourdes!

 


Diciamolo con chiarezza.
Il cosiddetto "Gloria di Lourdes" non è il Gloria della liturgia.
È una canzone costruita con ritornello e strofe.
E il Gloria non è una canzone. 
Il Gloria è un inno. Un testo unico, compatto, solenne. Non ha ritornello. Non è pensato per essere spezzato. 
Non è scritto per avere un solista che recita e un'assemblea che risponde. 
Quando lo trasformiamo in strofe con ritornello, stiamo cambiando la forma della preghiera della Chiesa.
Non è un dettaglio musicale: è una questione liturgica. 
Per anni si è detto: "È più facile per l'assemblea." "Pastoralmente funziona.
Ma dopo sessant'anni di riforma liturgica, questa giustificazione non regge più.
La vera pastorale non abbassa il livello.
Educa. Forma. Fa crescere. 
Se un'assemblea riesce a cantare un ritornello quattro volte, può anche cantare un inno intero, se guidata bene.
Il punto non è togliere qualcosa. È restituire al Gloria la sua dignità. 
Agli animatori va detto con serenità: non stiamo facendo una battaglia contro un canto. Stiamo scegliendo di rispettare la forma della liturgia.
Non siamo noi a dover adattare il Gloria alle nostre abitudini.
Siamo noi ad adattarci alla liturgia della Chiesa. 
Quando il Gloria torna ad essere un inno, non perdiamo qualcosa. Guadagniamo verità.

martedì 2 dicembre 2025

La musica liturgica: tradizione, tendenze attuali e possibili scenari futuri (di F. Caporali)

Melozzo da Forlì, 1477, Re Davide salmista, foto di Sailko)



LA MUSICA LITURGICA: TRADIZIONE, TENDENZE ATTUALI E POSSIBILI SCENARI FUTURI






Si va dai giudizi impietosi di Riccardo Muti, che condanna le “quattro strimpellate di chitarra o canti approssimativamente intonati” sentiti durante una Messa, o del musicologo Quirino Principe, che afferma che la Chiesa postconciliare ha buttato a mare uno dei suoi massimi patrimoni culturali, fino all’assoluzione da parte di uno dei più autorevoli compositori contemporanei di musica sacra, padre Giuseppe Magrino: “Abbiamo ascoltato musiche sacre che hanno accompagnato i giovani (…) musiche di gioia, di fede, di speranza, di ricerca di Dio. Le musiche risultano spesso orecchiabili (…)  riescono ad aggregare giovani provenienti da diversi paesi e culture”. 

Il dibattito è tuttora molto vivo fra tradizionalisti e innovatori, dilettanti e diplomati, chitarra contro organo, coro contro assemblea, polifonia contro pop e chi più ne ha più ne metta.

In origine vi erano semplici canti sillabici intonati dalle prime comunità cristiane. Verso il V – VI secolo venne elaborato l’Antifonario, ossia il libro che conteneva i testi dei canti liturgici, apparvero le prime testimonianze di musicisti specializzati (Scholae) e fu elaborato il cosiddetto canto gregoriano, esempio perfetto di arte canora inserita nella liturgia del proprio tempo.

La musica liturgica divenne sempre più una forma d’arte esclusiva. Durante il Basso Medioevo vi furono abbazie celebri per la composizione musicale. Notre Dame di Parigi divenne famosa per la fastosità della musica polifonica con musicisti come Leoninus e Perotinus e per secoli gli intrecci contrappuntistici dei maestri di cappella furono protagonisti della storia della musica.

Nel periodo della Controriforma le disposizioni ecclesiastiche toccarono anche il campo musicale: si tentò di proibire le melodie profane nell’ambito della liturgia e si auspicò una maggiore sintonia con la celebrazione. La grande musica continuò a risplendere nella Liturgia durate i secoli tramite autori come Claudio Monteverdi, Antonio Vivaldi, J. S. Bach, W. A. Mozart.

Nell’1800 la musica liturgica ebbe il suo punto più alto di teatralità, con brani che ricalcavano cavatine e romanze d’opera. Dopo un netto taglio rispetto alla profanità dilagante dentro ai riti con il Motu proprio del 1903 – ed è questo il momento in cui la grande musica scomparve dalle chiese -, il Concilio Vaticano II negli anni ’60 del Novecento elaborò, sulla scorta della tradizione, i regolamenti per dare un significato diverso alla musica in chiesa. Vennero introdotti canti nelle lingue parlate, furono accolti strumenti moderni, si sperimentarono nuovi stili. 

Le decisioni del Concilio sono il segno di una messa a fuoco del ruolo che deve avere la musica in chiesa: l’interesse non va alla musica in sé ma all’assemblea del popolo di Dio che ne deve usare in modo proficuo; non è il mezzo che conta, ma le Persone che ne fanno uso; non è lo stile usato ma è l’efficacia di suscitare un Incontro; non è il tipo di repertorio ma il riconoscere le capacità in atto per manifestare nel canto l’Esperienza di Dio. 

È per questo motivo che, scorrendo le dichiarazioni conciliari si trova una larghezza di vedute che non chiude a nessuna epoca, a nessuno stile, a nessun linguaggio antico o moderno, purché sia adottato con pertinenza: “La Chiesa approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, dotate delle dovute qualità” (tradotto: l’arte è importante, ma può essere arte una cantata di Bach come una canzone di Battiato). 

“Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra e si promuovano con impegno le ´scholae cantorum´, senza trascurare la partecipazione attiva dei fedeli” (si può eseguire l’antico e comporre il nuovo nel rispetto della comunità orante). 

“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale” (se un’assemblea capisce l’antica lingua musicale gregoriana, ben venga la tradizione). 

“Non si escludano affatto nella celebrazione dei divini uffici, gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia” (tutti i generi sono ammessi, preferendo quello peculiare della Chiesa).  

C’è chi piega queste parole dalla parte della storia più o meno antica e chi vede porte per aprire al moderno, chi ammette il dilettante della chitarra e chi esige l’esperto diplomato. In realtà c’è posto per tutti. 

Probabilmente il dissidio sta nel fatto che nel momento in cui si parla di partecipazione, punto imprescindibile e inalienabile di riflessione, la musica che serve a questo scopo non è di fatto arte; è sicuramente un elemento di vitalizzazione interiore ed esteriore dei fedeli riuniti, ma non arriva a elaborare manifestazioni di “bello” da estrinsecare/contemplare. 

Quando interviene l’assemblea si può parlare di socialità del canto, di integrazione identitaria, ma non di “momento artistico”. Non è arte il canto comunitario, non è arte l’accompagnamento con qualsiasi strumento vi sia, non è arte la declamazione intonata, il versetto minimale, la codetta strumentale, il sottofondo d’atmosfera. L’arte, per contro, è frutto di dettagli studiati, di emotività chiusa in forme accurate e riconoscibili, di saperi professionali, di eloquenza articolata. 

Quando vi sono persone (cori, musicisti, solisti), spazi (collocazioni adeguate come adeguata è la posizione di quadri o arredi sacri), mezzi (strumenti perfetti, tecnologia antica e moderna) e tempi (se non si può concedere più di qualche minuto, la musica nella Liturgia non avrà mai la grandezza di quella del passato) per inserire momenti d’arte nella Liturgia allora si realizza un’aggiunta speciale, uno svelare/velare che enfatizza l’azione misterica. 

Il musicista o i musicisti/artisti a servizio del canto restano un semplice supporto funzionale; quando invece sono lasciati liberi di esplicare la loro tecnica, a condizione di tenere ben presente che il canto e la musica liturgica sono segno privilegiato della comunità ecclesiale che realizza l’unità nella fede e nell’amore e che occorre attivare buone intese con il celebrante e la comunità, allora possono interpretare/commentare/colorare esteticamente il momento celebrativo. 

La sua/loro opera aggiunge valore perché l’arte è quel “di più” teso fra razionale e irrazionale che rimanda ad un Mistero senza confini. 

Quando si ritroverà il giusto dialogo fra il rinnovato modo di sentire “qui e adesso” l’evento comunitario di culto e santificazione e la possibilità di inserire “arte”, forse ricompariranno sinergie preziose.


- articolo uscito sul periodico «Il Mosaico della Chiesa di Cremona», ISSN 2975-0962, Dicembre 2025

sabato 8 novembre 2025

Considerazioni per una rivalutazione del ruolo dell'organista (di F. Caporali, F. Finotti, G. Parodi, S. Rattini)


[Paolo Bottini all'organo "Fratelli Bossi Urbani" (1872) della chiesa di San Pedretto di Castelvetro Piacentino]




Gentili lettori,

invito a far vostre le seguenti sagge parole:

- «[...] la convinzione diffusa che l'azione di tutela sia compiuta nel momento in cui cassa e fonica [dell'organo] sono restaurate, è erronea; lo strumento a quel punto è recuperato, ma se non riprende a suonare regolarmente, ogni intervento sarà stato inutile. Il restauro, quindi, non è momento finale, ma stadio iniziale del recupero della funzione dello strumento e della sua creatività. Infatti esso, suonato regolarmente e sottoposto a periodiche manutenzioni, potrà vivere a lungo senza aver bisogno di ulteriori interventi di restauro, importanti, ma comunque traumatici». [*] 

Sappiamo tutti bene che la valorizzazione di un organo in chiesa dipende esclusivamente dalla volontà degli enti ecclesiastici di dare il giusto risalto alla figura di coloro che sono di volta in volta deputati all'utilizzo liturgico degli organi stessi.

Occorre dunque urgentemente che la Chiesa italiana metta in opera azioni concrete affinché vi siano sempre più organisti (competenti) seduti alla consolle degli organi: diversamente saranno viepiù inopportuni gli interventi di restauro o costruzione di organi!

Per approfondimenti vogliate leggere le Considerazioni per una rivalutazione del ruolo dell'organista a firma di Fausto Caporali, Francesco Finotti, Giancarlo Parodi e Stefano Rattini.

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti
 
Paolo Bottini

Cremona, 8 novembre 2025


[*] Giovanna Di Matteo (storica dell'arte), dalla prefazione al volume Il Suono dell'Arte / Gli organi antichi della provincia di Chieti, a cura di Alberto Mammarella, Edigrafital, S. Atto di Teramo 2002

venerdì 17 ottobre 2025

Il canto nella liturgia della messa: parte necessaria ed integrante!

(Simone Martini, Assisi)


Dato che «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (costituzione del Concilio vaticano II “Sacrosanctum Concilium” sulla sacra liturgia, n. 112), non dovrebbe esserci atto di culto senza almeno alcune parti cantate! 

Forse vi sarà capitato di chiedere a chi sa più di voi «cosa cantiamo domenica a messa?» e vi siete sentiti rispondere (giustamente, dato che «la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica», sempre SC 112): «almeno qualcosa che ci azzecchi col vangelo del giorno!»... ma siccome poi non avete trovato nulla di utile, avete riciclato per l'ennesima volta “Servo per amore” o “Noi canteremo gloria a te”! 

Datevi il tempo per compulsare integralmente la succitata costituzione conciliare (è la prima in ordine cronologico promulgata da quella sacrosanta assise!): in particolare nel capitolo sesto troverete importanti indicazioni per una corretta impostazione dell'impianto liturgico-musicale della messa. In particolare, posto che, secondo i nn. 28-29-30 dell'istruzione postconciliare “Musicam sacram” (promulgata dal papa Paolo VI il 5 marzo 1967), occorrerebbe rispettare una graduatoria d'importanza relativamente al canto liturgico – che vede al primo posto non i canti del Proprio (che siamo invece abituati a valorizzare a scapito di altre parti) e nemmeno dell'Ordinario (che vengono al secondo posto) bensì tutte quelle brevi parti che favoriscono primariamente quella tanto raccomandata “attiva partecipazione” dei fedeli al rito della messa (ovvero l’orazione sulle offerte; il prefazio, con il dialogo e il Sanctus; la dossologia finale del Canone; il “Padre nostro” con la precedente ammonizione e l’embolismo con l'acclamazione “Tuo è il regno”; il Pax Domini; l’orazione dopo la comunione; le formule di congedo) – tra i canti del Proprio, sicuramente quello che si fa all'ingresso del sacerdote è di particolare utilità per «favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività» (Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 47). 

Cosa cantare all'ingresso nella messa? Naturalmente l'ideale sarebbe poter utilizzare il testo (per esteso oppure con opportuno adattamento/abbreviazione) della relativa antifona (alternata ad un congruo numero di versetti del suo salmo) così come riportata nel Messale... ma siccome ancora scarseggiano queste forme musicali (che veramente favorirebbero spontaneamente la migliore partecipazione dei fedeli, sempre che vi siano un coro-guida che sostiene e che esegue in alternanza i versetti salmici!), è quanto meno raccomandato che si esegua (proprio in virtù del succitato SC 112) «un altro canto adatto all’azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale» (OGMR 48). Dunque sicuramente il testo deve essere il più strettamente connesso alle letture del giorno o quanto meno al carattere precipuo del tempo liturgico... 

Se già provvedete a questo, avete fatto un buon passo. Ma un altro da fare è il seguente: prendete il libretto dei canti della vostra parrocchia e controllate quanti di essi fanno effettivamente parte del “Repertorio nazionale di canti per la liturgia”: sarebbe opportuno che i canti in uso siano di preferenza tolti da quell'ufficiale elenco promulgato dall'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana nel 2000 ...

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.


Cremona, il 17 ottobre 2025