FOGLIE AL VENTO
appunti di ermeneutica circolare
Ogni realtà creaturale
è connessa con tutte le altre
Nella concretezza della materia
nella sublimazione dello spirito
Ogni singolo fatto è illuminato
da quanto l’ha preceduto
Ogni singolo fatto getta luce
su quanto avverrà in seguito
Yanky Beilner
Nella foresta delle tradizioni liturgiche, l’albero ultramillenario del repertorio cantoriale gregoriano si fa strada tra ogni sorta di piante e di altre presenze. Ci sono persone umane e animali, strade e viottoli, modeste capanne e solide costruzioni edificate per sfidare il tempo che si snoda da secoli. In misura variabile, durante l’intero anni circulum, non solo in autunno, la pianta lascia cadere qualche ramo, ormai fragile, e le foglie. Queste per mesi hanno inghiottito la luce radiosa e velata del sole, la bevanda inebriante delle piogge, il ristoro delle notti serene, le contrastanti sollecitazioni del vento...
Il vento... aiuta le foglie a staccarsi dai rami, anzi, le trascina verso l’alto per metri e chilometri. In volo le fa precipitare, spesso le danneggia. Le preme una sull’altra contro la terra, senza distinguere se il terreno è asciutto o se è divenuto tutto una fetida pozzanghera. Mirtilli e fiorellini, muffe e muschi, castagne e pietre, legni di ogni genere e residui di immondezza accolgono le foglie. Sole solette o in gruppi compatti.
Le foglie accettano l’ospitalità, ma sono costrette a pagarne le spese. A stretto contatto con infinite materie estranee, la singola foglia vive con trepidazione una metamorfosi per contatto. L’esito di questo evento – sempre d’incontro, spesso di scontro – sarà sempre diverso e spesso imprevedibile. Molte modifiche alterano la foglia che cambia consistenza e colore, fino a divenire irriconoscibile e ‘inesistente’ perché è divenuta tutt’altro in confronto al suo ciclo vitale. Ormai è divenuta terra, tanto stretta è stata abbracciata a sé dalla Madre Terra.
Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dalla foglia, dal suo sbocciare timido e silenzioso sino alla dissoluzione finale. Qualcuno un giorno forse affronterà la storia vissuta dal canto gregoriano, dai primi vagiti, fonti di speranza, alla scomparsa in una società iconoclasta: è nemica del bello e non sopporta la verità. Predilige, anzi, l’orrendo e vive di menzogna.
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Studiare il canto gregoriano esige che si parta da zero. Il bagaglio degli attrezzi necessari per affrontare l’itinerario nei boschi in montagna deve essere ridotto al minimo. Un equipaggiamento sontuoso e molto dotato finirebbe soltanto per divenire un ostacolo. Un peso inutile ci farà ripiegare dalla via prevista, scegliendo scorciatoie insidiose e fuorvianti. Succede spesso che iniziamo una ricerca, convinti che sia sufficiente basarsi sui dati conosciuti e già verificati in un itinerario precedente. Oppure ci fidiamo ciecamente delle parole sentite al bar e confermate da qualche fanfarone nel rifugio alpino.
Non c’è quindi da meravigliarsi se il programma andrà in fumo. Saremo però pronti a trovare delle scuse e nasconderemo il fallimento con asserzioni decise; il tono incontestabile della voce le renderà travolgenti. Ma così non è; in barba a tutto ciò che vi pare.
In una pietra abbiamo visto delle tracce di fogliame; in una lastra granitica abbiamo individuato la foglia di un arbusto d’alta montagna... e così via. Senza rendercene conto, abbiamo richiamato alla vita tutto un bagaglio di nozioni che avevamo letto senza capire granché; ma tutto ciò non è importante. Conta il nostro successo effimero nello scoprire che la foglia – spesso immaginata, mai realmente trovata – nella nostra fantasia diviene tangibile e corrisponde alle nostre aspettative logico-razionali, senza nessuna garanzia.
Questo procedere della ricerca si basa su presupposti falsi che non sono di nessun aiuto. È una delle piaghe che sviliscono la ricerca scientifica e la rendono, talora, risibile. Un’invenzione fantasiosa che nega alla ricerca storica delle fondamenta reali e credibili.
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La condizione indispensabile – da prendere in considerazione e osservare con attenzione – è la realtà oggetto dell’indagine, per quello che essa è e come si presenta quale testimone di una regione e di un dato cronologico. Non è ammissibile che l’indagine musicale sia condotta principalmente e si esaurisca con l’applicazione pedissequa di principi e metodi mutuati da altre realtà e discipline.
Un caso di successo planetario – ma infondato e ingannevole – è la ricostruzione della realtà modale gregoriana. Esperti imperturbabili da secoli presentano l’organigramma delle melodie liturgiche come se fosse una radiografia che coglie la natura reale e l’aspetto centrale del repertorio. Di fatto, lo schema fondamentale è una rigida gabbia in cui sono state sospinte con violenza le melodie distribuite in 8 recinti. Peccato che questa invenzione ha imposto una convinzione simbolica di armonica perfezione e ha fatto fortuna in altri ambiti, per esempio nell’architettura ottogonale dei battisteri.
Otto modi, si ripete in maniera acritica, trovando certamente alcune affinità e particolari significati qua e là. Tutti sottolineati e, in parte inventati, da singoli autori pieni di passione per il simbolismo e lo spiritualismo.
Gli arabi – eccelsi maestri di matematica – hanno esaminato la loro musica con il massimo rispetto, facendo della gamma sonora l’oggetto di analisi libere da comodi preconcetti. Decine sono i modi da loro individuati nelle proprie tradizioni. Come decine sono i modi gregoriani reali che, al limite, potrebbero essere raccolti in 8 famiglie allargate per un totale di decine di singoli modi.
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Il canto gregoriano va recuperato per quello che è, grazie alla sua storia che affonda le radici nella rilevanza primaria data dalla Chiesa alla Parola di D-i-o. Pur esprimendosi con un linguaggio melodico, il gregoriano nella sua essenza è una profezia orante che si sviluppa nella familiarità con la Parola. Quest’ultima il cantore è chiamato ad assimilare fino a vivere di essa e non poter fare a meno di annunciarla, con la vita e con il canto.
La dimensione musicale rimane in sottofondo. Essa aiuta la Parola a introdursi nel cuore orante del cantore e dell’assemblea attoniti. Alla fine dell’azione liturgica, si conclude un ciclo. La melodia finisce la sua funzione e scompare. Lascia libero tutto il campo, dove nel silenzio risuona il dialogo tra D-i-o e l’orante, il pio cantore e il pio devoto.
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La Pasqua di resurrezione anche nel 2025 è una tappa importante. Occorre ridestarsi dal torpore che ci affatica. Destiamo il cuore per ascoltare D-i-o, apriamo gli occhi per contemplare la bellezza della sua misericordia. Cantiamo a Lui il canto nella novità dello Spirito che associa il nostro destino a quello di Cristo Salvatore, morto e risorto per noi.
Abbazia di Loreto
Mercogliano
26 aprile 2025
