Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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lunedì 24 agosto 2026

Papa Leone XIV sulla Musica Sacra


 

Eccovi in calce le parole di Papa Leone XVI sulla Musica Sacra: nihil sub sole novi... ma chi controlla che tutto si svolga secondo le indicazioni magisteriali?... I vescovi?!... Non è forse vero che la Santa Messa è valida anche senza musica né canto?... Assieme a Giacomo Baroffio... Somniare somnium... :-/
 

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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 7. La musica sacra




Cari fratelli e sorelle,

il sesto capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra. 

Esso afferma: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112) e specifica: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.).

Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903)

La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare.

Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura.

Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121).

Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede.

Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio al tema della partecipazione attiva dei fedeli (cfr n. 114). Essa «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana» (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli» (ibid. 55). 

Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: «Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e «un sacro silenzio» (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio.

Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC, 120).

Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata «educazione del senso religioso» (SC, 119) e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre» (ibid.).

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito «di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19).

A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica» (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3)

Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» (SC, 115), e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr ibid.).

Cari fratelli e sorelle, i Padri della Chiesa hanno tenuto in grande considerazione il canto liturgico, simbolo della comunione ecclesiale. Perciò possiamo concludere con queste belle espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo» (Lettera agli Efesini, 4, 2).


- testo tratto da vatican.va




giovedì 20 agosto 2026

Cielo e terra nel canto gregoriano (di Giacomo Baroffio Dahnk)


 

Giacomo Baroffio Dahnk

 

Cielo e terra nel canto gregoriano


due Meditazioni del 2007 e del 1996

 

 

L’argomento si estende su un arco cronologico di oltre duemila anni e coinvolge aspetti che appartengono a diverse aree della vita culturale e spirituale. Sarà possibile pertanto proporre soltanto alcuni tasselli di un affascinante mosaico, senza avere la pretesa di offrire una ricostruzione dettagliata del fenomeno in tutti i suoi aspetti.

 

1] In primo luogo un chiarimento di fondo. Quando si legge sulla musica nella tarda antichità e nel medioevo, spesso ci si trova in una situazione ambigua, forse perché si danno per scontate alcune posizioni ritenute ovvie. Mi riferisco a due concezioni di fondo che riguardano la comprensione della musica. Per molti autori, antichi e contemporanei, la musica medioevale è una categoria eminentemente filosofica. La musica è uno spazio eccellente di speculazioni. L’attenzione ai suoni porta a una sofisticata elaborazione concettuale che si costruisce attraverso calcoli matematici e parametri metrici. Ho pertanto l’impressione che spesso ci si serva della musica semplicemente quale ancilla dell’aritmetica e dell’arte oratoria. Una seconda realtà, ben diversa, è la musica nella sua sostanza sonora, l’arte cioè dei suoni che vibrano nella persona e delle armonie che attraversano il mondo. E’ il linguaggio poetico con cui l’uomo esprime i suoi sentimenti più profondi, la melodia che sale dal pozzo del cuore.

Ho l’impressione che spesso si parli di musica medioevale senza precisare di quale “musica” si tratti. Ciò accade anche in  riferimento ai cosiddetti teorici, soprattutto per quelli transalpini, che parlano di tutto tranne che dei suoni reali. Oppure piegano o cercano di imbrigliare l’esperienza sonora in schemi progettati in ambiti del tutto estranei, talora con valenze simboliche. Basti pensare, ad esempio, alla fuorviante ed estremamente riduttiva classificazione delle melodie nello schema degli otto modi. È ormai una classificazione universalmente recepita, che personalmente cerco di salvare attribuendo a ogni modo tradizionale una valenza assai elastica, considerandolo una “famiglia” che al suo interno offre ampie possibilità di tipologie melodiche e strutturali differenti.

 

2] Un ulteriore ostacolo nell’affrontare l’argomento nasce dalla difficoltà di precisare e circoscrivere gli elementi in gioco. Vorrei fare qualche precisazione sulla categoria “canto gregoriano”, un termine molto variabile, una vera “fisarmonica” fenomenica e concettuale. Consideriamo la componente cronologica: il repertorio abbraccia brani composti a Solesmes nel ‘900 e altri pezzi che risalgono alle epoche precedenti fino ad arrivare indietro ai primi secoli dell’era volgare. Per non parlare delle strutture e forme musicali che il cristianesimo ha assunto dalla tradizione ebraica e dalla cultura musicale mediterranea pre-cristiana. Oltre alla cultura letteraria, anche la musica liturgica latina affonda le radici nella cultura indo-europea che spaziabva da Gibileterra alla Cina. Il canto gregoriano è un repertorio dove c’è di tutto, nova et vetera, pezzi indigeni italici e di culture estranee, sensibilità diverse e linguaggi differenziati.

Chi ascolta oggi qualche brano gregoriano, troverà probabilmente esotico un pezzo come il canto dell’antifona di comunione In splendoribus. Il brano richiama un po’ il Puccini delle melodie orientaleggianti più che il canto dei vespri tradizionale delle parrocchie. Si tratta, infatti, di una melodia costruita secondo la figura del chiasmo su una scala pentatonica con l’esclusione dei semitoni mi e del si (scala re fa sol la do).

Oltre a una grande varietà di scale e di linguaggi musicali, il gregoriano è stato caratterizzato fino all’epoca moderna dalla presenza di una o più voci di accompagnamento o di sostegno. Questo aspetto è stato ricuperato negli ultimi anni ed è oggi praticato da numerosi gruppi corali. Bisogna quindi sfatare il mito del gregoriano quale canto monodico. 

C’è poi la questione del ritmo, fortemente ipotecato dalla prassi solesmense affermatasi alla fine dell’ ‘800. Essa prevede per tutti i brani e tutti i generi musicali un’unica modalità esecutiva con le note più o meno tutte di lunghezza identica. È chiaro che tale interpretazione non è un dogma, anche perché non è stato sempre così. Difficile è però stabilire quale criterio ritmico sia stato seguito nell’esecuzione di quali melodie. Probabilmente erano praticate varie soluzioni. Un esempio potrebbe essere un inno cantato prima con le note uguali e successivamente in una versione ritmica [Te lucis ante terminum].

Più interessanti, tuttavia, sono altri due aspetti che non sono stati finora approfonditi in modo adeguato. Il primo: la scala utilizzata, certo, non era quella moderna temperata. Ma quale era? Erano previsti macrointervalli (più estesi del nostro tono) e microintervalli (più ridotti di un tono)? Secondo problema, non indifferente per i suoi risvolti psicologici e religiosi, è la natura dell’emissione. [cfr. canto dell’alleluia Pascha nostrum  nel CD 1000 anni].

Il timbro della voce nel canto liturgico ha un’importanza che non si può sottovalutare. Per certi aspetti è la dimensione più caratterizzante del canto liturgico quale espressione della fede. “Dimmi come canti e ti dirò in quale D-i-o tu credi” si può affermare. L’emissione della voce che subisce alterazioni rispetto al canto “quotidiano” (sul lavoro, in momenti di svago e di socializzazione) dice, ad esempio, una percezione unilaterale di D-i-o come il Tutt’Altro, con una profonda rottura tra l’ambito della vita di ogni giorno e i momenti di preghiera e di culto.

Questi pochi accenni bastano a mettere in evidenza il problema insito nel termine “canto gregoriano”. 

 

3] Quando si parla di canto gregoriano o semplicemente di canto liturgico cristiano, spesso si assiste a una specie di corto circuito. Sembra che sia istituita una relazione di uguaglianza: canto gregoriano = lode. Anche questa prospettiva non è corretta perché riduttiva e irreale. Occorre ricordare che il Cristo risorto della gloria è lo stesso Cristo sfigurato e annientato della croce. Occorre anche prendere atto che la vita umana è sotto il segno della precarietà. L’esistenza di molti è segnata dal dolore e dalla sofferenza, dalla melanconia e dall’angoscia. Tristezza e disperazione non sono condizioni esistenziali riconducibili al Vangelo; ma il dolore e la sofferenza sì. Il canto può divenire allora anche il grido di chi si sente abbandonato dal Padre e da tutti. Talora è partecipazione vissuta al mistero della Croce. Come direbbe san Paolo, nel dolore e nel canto della sofferenza, la creatura aggiunge ciò che mancava alla passione del Redentore.

Un’altra serie di considerazioni è provocata da alcune domande: in fin dei conti, che cosa esprime il canto gregoriano? Nella prospettiva della comunicazione interpersonale, il suo messaggio da parte di chi viene, a chi è rivolto? Il canto liturgico – nelle grandi religioni dall’induismo all’ebraismo – nasce intorno alla Parola di D-i-o: per diffonderla in modo più chiaro, udibile e comprensibile; per difenderla dalle ingerenze di una proclamazione che è sempre, necessariamente, una interpretazione. Attraverso il canto la Parola compie un duplice movimento: a] da D-i-o all’assemblea orante che la Parola vivifica con il suo messaggio; b] dall’assemblea, fecondata come da una rugiada ristoratrice dalla Parola, a D-i-o.

Si pone qui però subito il problema della recezione: D-i-o comprende la vita e l’espressione del cuore umano attraverso le parole e nonostante le parole del canto. Ma l’assemblea vive un’esperienza del tutto diversa. Che cosa ascolta, che cosa riesce a cogliere e ad assimilare? Pensiamo prima di tutto alla frammentarietà dei testi messi in musica: poche frasi che spesso non esauriscono una tematica. Nel repertorio innodico, inoltre, il linguaggio poetico ha certo un suo fascino, ma non si lascia comprendere a livello puramente logico razionale; esige un approccio nel segno dell’intuizione, del pieno abbandono, del sognare lasciando che la fantasia corra ed elabori le scintille e le suggestioni di pochi vocaboli colti qua e là. A questo proposito, ma non solo per l’innodia, c’è la questione seria della comprensione o anche totale incomprensione di una lingua estranea, com’è il latino per la massima parte del popolo cristiano, anche in Italia. Ciò tuttavia non è solo uno scoglio su cui rischia di arenarsi e spezzare l’esperienza liturgica; è piuttosto un banco di prova dove emerge la reale disponibilità all’ascolto. Ascolto che passa anche attraverso le parole, ma che sostanzialmente è incontro tra due persone al di là delle parole. È il momento in cui verificare la reale apertura del cuore nella capacità di un dono reciproco nella fede / fiducia / confidenza. Le parole nella loro portata razionale hanno senza dubbio una rilevanza, ma non sono tutto e possono anche mancare o assolvere una funzione puramente “rappresentativa” perché non dicono i concetti che abitualmente sono chiamate a esprimere, quanto piuttosto rivelano con il loro “semplice” suono un clima di profonda empatia e condivisione di vita.

La recezione del canto gregoriano pone il problema della sua reale incidenza sull’assemblea liturgica. Di fatto, dopo quanto ho detto, è chiaro che non si può misurare l’effetto del canto con il metro della sola comprensione razionale di lunghi e complicati discorsi teologici. Sono convinto di una cosa: un semplice fedele che per decenni ha frequentato una chiesa con le sue liturgie e le sue devozioni (la Messa, certo, ma anche i vespri domenicali a scadenza settimanale; e poi i funerali, il rosario, la via crucis) può aver recepito ed essere stato plasmato nella sua coscienza religiosa anche da pochi contenuti semplici, soprattutto quando sono ripetuti. Penso – a livello di canto e con un riferimento alla tematica cielo-terra – ad alcuni brani che bene o male tutti sapevano una volta cantare: dall’antifona esequiale In paradisum deducant te angeli alle due antifone mariane Salve regina misericordiae e Alma redemptoris mater.

Sulle ali di queste melodie semplici e suggestive, il cuore toglie l’ancora e si distacca dalle parole materiali per librarsi nell’esperienza di quanto i testi suggerivano timidamente. Il canto gregoriano non è più testo, non è più nepputr musica. E’ preghiera. La sua patria è la liturgia dove vige la legge dell’adorazione e della contemplazione, dove nell’estasi si esce dal girone vorticoso e frastornante degli impegni quotidiani per ritrovare la via che porta al tempio interiore. Nel cuore si scopre la fonte della melodia gregoriana trasfigurata. Cadono i veli e si scopre se stessi e la radice del proprio essere. Scompaiono le visioni dell’immaginazione e ci si trova alla presenza di D-i.o. Nel silenzio. Silenzio da cui rinasce la melodia gregoriana che con la Parola illumina il cammino verso altri anfratti del cuore umano e permette di volgere lo sguardo su altri squarci del mistero di D-i-o e dell’uomo.

Nel pozzo interiore ciascun orante tocca l’abisso più profondo della terra e scopre insieme l’altezza vertiginosa del cielo. Nel cuore di chi prega, terra e cielo si stagliano sempre più netti – con la loro pesantezza da un lato e la loro levità dall’altro: peccato e grazia. Nel momento in cui la contrapposizione sembra sfociare in uno scontro titanico, riemerge il canto che tutto riconduce all’unità nel segno della nuova creazione, del rinnovamento cosmico [inno Immense caeli conditor]. Cielo e terra, santi, angeli e uomini s’uniscono una voce in un unico canto di adorazione che s’eleva con la tripplice acclamazione Santo Santo Santo.


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Musica Celeste

 

Un suono attraversa il cielo

un canto nuovo echeggia su tutta la terra.

L’eco della misericordia divina squarcia gli spazi e i tempi:

Cristo è nato è vissuto è morto è risorto

ieri domani…e anche oggi.

 

Sempre il vagito dell’infante

innalza la volta della grotta alle stelle.

Sempre il mormorio della preghiera notturna

scende a rivoli nel silenzio del monte.

Sempre il grido dalle tenebre della Croce

è l’annunzio della luce senza fine.

Sempre una briciola della tavola dell'Agnello

colma la fame del mondo che sussulta.

Sempre una goccia di rugiada inebriante - la tua Parola -

trasforma il deserto del cuore in oasi fiorita.

 

Il cuore dei figli.

non divenga più spelonca di meschine piccinerie,

i rumori non appiattiscano più la vita

soffocandola in vociare di nulla,

le parole d'arroganza

si spengano prima di essere pensate,

l’arsura infocata

non paralizzi il cuore inaridito.

 

La tua Parola

dilati l’orizzonte della vita

percorra la scala delle tue note:

verità e misericordia, 

giustizia e libertà...

 

Non dimenticarti di chi talora

vorrebbe Te dimenticare.

 

Insegna a noi la melodia celeste

a noi la sobria ebbrezza dello Spirito

nella vita del Verbo che si è fatto carne,

balsamo d’immortalità 

per chi vive nel tempo.




mercoledì 12 agosto 2026

La pratica dei concerti-scambio nel mondo organistico italiano

 


«Gentile Maestro, da tanti anni per me rimane un sogno di poter suonare una volta nel Duomo di Agropoli. Volentieri la inviterei come scambio artistico al mio Festival in Gruyère. Per favore, mi fa sapere che ne pensa. Un caro saluto». (Felicienne Échanger, organista della chiesa di Sainte-Marie-du-Trou)


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Contro la tristezza dello scambismo

«Si tratta di veri e propri "club dello scambio" basati esclusivamente sulla complicità e sul vantaggio reciproco. E stando bene attenti a tenere fuori gli altri (soprattutto se sono bravi). Poiché per vincere concorsi, o anche semplicemente per segnalarsi, serve un curricolo sufficientemente nutrito di concerti che rendano evidente la propria carriera artistica, il gioco è fatto, con santa pace degli organizzatori, dei finanziatori e del pubblico, spesso ignari. E anche - ovviamente - con santa pace dei bravi organisti che sono estranei a questi trucchi. Perché si tratta di un vero e proprio trucco, di una scorciatoia per guadagnarsi referenze a buon mercato e a volte senza averne le qualità e i meriti. Quello che appare come una meritevole manifestazione culturale è a volte un inganno, una presa in giro, una strumentalizzazione e una partita truccata».
[Giancarlo Parodi in: Battista Quinto Borghi, La musica dietro lo specchio / Appunti su Giancarlo Parodi, Pensa Multimedia, Lecce 2026]


giovedì 6 agosto 2026

Guccini all'organo (con Fausto Caporali)


Domenica 5 gennaio 2025 alla messa canonicale delle ore 11 in Cattedrale a Cremona, durante l'Offertorio il maestro Fausto Caporali ha suonato all'organo la musica de "Il vecchio e il bambino" di Francesco Guccini.

"Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera". La musica de "Il vecchio e il bambino" del cantautore Francesco GUCCINI è diventata oggi musica d'organo del maestro Fausto CAPORALI per la presentazione dei doni all'offertorio nella Messa delle 11 in Cattedrale. Una musica bellissima, quasi commovente suonata sul grande organo Mascioni del Duomo di Cremona con la solita grande abilità ormai conosciuta in tutto il Mondo dal maestro Caporali, tra l'altro titolare della Cattedra di Organo complementare e Canto gregoriano presso il Conservatorio di Milano. 

Qualcuno ha riconosciuto la canzone del cantautore italiano, altri si sono certamente chiesti che cosa fosse quella bella musica mai eseguita all'organo. Per chi è diventato grande con la musica di Francesco Guccini, non è stato difficile ricoscerla. Il brano è del 1972, oltre cinquant'anni fa e, oltre a quella del cantautore, ne esiste un'altra splendida versione de "I Nomadi". 

Quella di Guccini fa parte dell'album "Radici" e in essa un vecchio racconta a un bambino di un mondo ormai scomparso: il vecchio incarna la vita vissuta e camminano insieme verso un futuro incerto. 

Così Alberto Pellegrino racconta su Musicultura quella canzone: «Di fronte alla desolata pianura che si apre dinanzi ai suoi occhi, il vecchio sente il bisogno di raccontare con triste disincanto la visione di un mondo che appartiene al passato.  Le sue parole rievocano la bellezza di un vissuto ormai perduto per sempre, la nostalgia per un mondo che ora appare nebuloso e incerto. Il disastro nucleare e la devastazione ambientale sono rappresentati in modo incisivo ed emozionante: quel deserto coperto di polvere rossa, quella luce offuscata dal fumo degli incendi, quel silenzio agghiacciante riempiono di lacrime gli occhi del vecchio, provocano in lui un’ondata di ricordi che gli fanno venire in mente quanto fosse bella quella pianura con gli alberi, i fiori, i colori e le voci, Ora che tutto questo è scomparso, quel mondo lontano appare al bambino come un’invenzione della fantasia da parte del vecchio che, dopo aver subito “le ingiurie degli anni”, non riesce più a distinguere i sogni dalla tragica realtà che li circonda». 

Un testo bellissimo, una poesia supportata da una musica struggente eseguita anche da intere orchestre. Caporali non è nuovo a queste contaminazioni, sono diventati famosi i suoi concerti con Antonella Ruggiero, già straordinaria voce dei Matia Bazar o con il jazzista Enrico Rava.

Alla fine della Messa delle 11, come accade spesso, molti turisti e fedeli anche oggi, hanno applaudito le variazioni organistiche del maestro Fausto Caporali. In chiesa avevamo sentito De André con alcuni brani della Buona Novella, ma mai Guccini. 

Perché «dobbiamo portare quello che di bello c'è nel mondo dentro la Chiesa - dice Caporali - lo ha detto anche don Julìan Carròn [*]. D'altra parte - sottolinea ancora Caporali - l'Aria sulla quarta corda di Bach, che è un brano laico, viene spesso suonato in chiesa». 

E la bella musica, anche quella non nata per funzioni religiose, rende sempre gloria a Dio. 


[articolo tratto da cremonasera.it]


[*] 2005 al 2021 presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione



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