Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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giovedì 6 agosto 2026

Guccini all'organo (con Fausto Caporali)


Domenica 5 gennaio 2025 alla messa canonicale delle ore 11 in Cattedrale a Cremona, durante l'Offertorio il maestro Fausto Caporali ha suonato all'organo la musica de "Il vecchio e il bambino" di Francesco Guccini.

"Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera". La musica de "Il vecchio e il bambino" del cantautore Francesco GUCCINI è diventata oggi musica d'organo del maestro Fausto CAPORALI per la presentazione dei doni all'offertorio nella Messa delle 11 in Cattedrale. Una musica bellissima, quasi commovente suonata sul grande organo Mascioni del Duomo di Cremona con la solita grande abilità ormai conosciuta in tutto il Mondo dal maestro Caporali, tra l'altro titolare della Cattedra di Organo complementare e Canto gregoriano presso il Conservatorio di Milano. 

Qualcuno ha riconosciuto la canzone del cantautore italiano, altri si sono certamente chiesti che cosa fosse quella bella musica mai eseguita all'organo. Per chi è diventato grande con la musica di Francesco Guccini, non è stato difficile ricoscerla. Il brano è del 1972, oltre cinquant'anni fa e, oltre a quella del cantautore, ne esiste un'altra splendida versione de "I Nomadi". 

Quella di Guccini fa parte dell'album "Radici" e in essa un vecchio racconta a un bambino di un mondo ormai scomparso: il vecchio incarna la vita vissuta e camminano insieme verso un futuro incerto. 

Così Alberto Pellegrino racconta su Musicultura quella canzone: «Di fronte alla desolata pianura che si apre dinanzi ai suoi occhi, il vecchio sente il bisogno di raccontare con triste disincanto la visione di un mondo che appartiene al passato.  Le sue parole rievocano la bellezza di un vissuto ormai perduto per sempre, la nostalgia per un mondo che ora appare nebuloso e incerto. Il disastro nucleare e la devastazione ambientale sono rappresentati in modo incisivo ed emozionante: quel deserto coperto di polvere rossa, quella luce offuscata dal fumo degli incendi, quel silenzio agghiacciante riempiono di lacrime gli occhi del vecchio, provocano in lui un’ondata di ricordi che gli fanno venire in mente quanto fosse bella quella pianura con gli alberi, i fiori, i colori e le voci, Ora che tutto questo è scomparso, quel mondo lontano appare al bambino come un’invenzione della fantasia da parte del vecchio che, dopo aver subito “le ingiurie degli anni”, non riesce più a distinguere i sogni dalla tragica realtà che li circonda». 

Un testo bellissimo, una poesia supportata da una musica struggente eseguita anche da intere orchestre. Caporali non è nuovo a queste contaminazioni, sono diventati famosi i suoi concerti con Antonella Ruggiero, già straordinaria voce dei Matia Bazar o con il jazzista Enrico Rava.

Alla fine della Messa delle 11, come accade spesso, molti turisti e fedeli anche oggi, hanno applaudito le variazioni organistiche del maestro Fausto Caporali. In chiesa avevamo sentito De André con alcuni brani della Buona Novella, ma mai Guccini. 

Perché «dobbiamo portare quello che di bello c'è nel mondo dentro la Chiesa - dice Caporali - lo ha detto anche don Julìan Carròn [*]. D'altra parte - sottolinea ancora Caporali - l'Aria sulla quarta corda di Bach, che è un brano laico, viene spesso suonato in chiesa». 

E la bella musica, anche quella non nata per funzioni religiose, rende sempre gloria a Dio. 


[articolo tratto da cremonasera.it]


[*] 2005 al 2021 presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione



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martedì 2 dicembre 2025

La musica liturgica: tradizione, tendenze attuali e possibili scenari futuri (di F. Caporali)

Melozzo da Forlì, 1477, Re Davide salmista, foto di Sailko)



LA MUSICA LITURGICA: TRADIZIONE, TENDENZE ATTUALI E POSSIBILI SCENARI FUTURI






Si va dai giudizi impietosi di Riccardo Muti, che condanna le “quattro strimpellate di chitarra o canti approssimativamente intonati” sentiti durante una Messa, o del musicologo Quirino Principe, che afferma che la Chiesa postconciliare ha buttato a mare uno dei suoi massimi patrimoni culturali, fino all’assoluzione da parte di uno dei più autorevoli compositori contemporanei di musica sacra, padre Giuseppe Magrino: “Abbiamo ascoltato musiche sacre che hanno accompagnato i giovani (…) musiche di gioia, di fede, di speranza, di ricerca di Dio. Le musiche risultano spesso orecchiabili (…)  riescono ad aggregare giovani provenienti da diversi paesi e culture”. 

Il dibattito è tuttora molto vivo fra tradizionalisti e innovatori, dilettanti e diplomati, chitarra contro organo, coro contro assemblea, polifonia contro pop e chi più ne ha più ne metta.

In origine vi erano semplici canti sillabici intonati dalle prime comunità cristiane. Verso il V – VI secolo venne elaborato l’Antifonario, ossia il libro che conteneva i testi dei canti liturgici, apparvero le prime testimonianze di musicisti specializzati (Scholae) e fu elaborato il cosiddetto canto gregoriano, esempio perfetto di arte canora inserita nella liturgia del proprio tempo.

La musica liturgica divenne sempre più una forma d’arte esclusiva. Durante il Basso Medioevo vi furono abbazie celebri per la composizione musicale. Notre Dame di Parigi divenne famosa per la fastosità della musica polifonica con musicisti come Leoninus e Perotinus e per secoli gli intrecci contrappuntistici dei maestri di cappella furono protagonisti della storia della musica.

Nel periodo della Controriforma le disposizioni ecclesiastiche toccarono anche il campo musicale: si tentò di proibire le melodie profane nell’ambito della liturgia e si auspicò una maggiore sintonia con la celebrazione. La grande musica continuò a risplendere nella Liturgia durate i secoli tramite autori come Claudio Monteverdi, Antonio Vivaldi, J. S. Bach, W. A. Mozart.

Nell’1800 la musica liturgica ebbe il suo punto più alto di teatralità, con brani che ricalcavano cavatine e romanze d’opera. Dopo un netto taglio rispetto alla profanità dilagante dentro ai riti con il Motu proprio del 1903 – ed è questo il momento in cui la grande musica scomparve dalle chiese -, il Concilio Vaticano II negli anni ’60 del Novecento elaborò, sulla scorta della tradizione, i regolamenti per dare un significato diverso alla musica in chiesa. Vennero introdotti canti nelle lingue parlate, furono accolti strumenti moderni, si sperimentarono nuovi stili. 

Le decisioni del Concilio sono il segno di una messa a fuoco del ruolo che deve avere la musica in chiesa: l’interesse non va alla musica in sé ma all’assemblea del popolo di Dio che ne deve usare in modo proficuo; non è il mezzo che conta, ma le Persone che ne fanno uso; non è lo stile usato ma è l’efficacia di suscitare un Incontro; non è il tipo di repertorio ma il riconoscere le capacità in atto per manifestare nel canto l’Esperienza di Dio. 

È per questo motivo che, scorrendo le dichiarazioni conciliari si trova una larghezza di vedute che non chiude a nessuna epoca, a nessuno stile, a nessun linguaggio antico o moderno, purché sia adottato con pertinenza: “La Chiesa approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, dotate delle dovute qualità” (tradotto: l’arte è importante, ma può essere arte una cantata di Bach come una canzone di Battiato). 

“Si conservi e si incrementi con somma cura il patrimonio della musica sacra e si promuovano con impegno le ´scholae cantorum´, senza trascurare la partecipazione attiva dei fedeli” (si può eseguire l’antico e comporre il nuovo nel rispetto della comunità orante). 

“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale” (se un’assemblea capisce l’antica lingua musicale gregoriana, ben venga la tradizione). 

“Non si escludano affatto nella celebrazione dei divini uffici, gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia” (tutti i generi sono ammessi, preferendo quello peculiare della Chiesa).  

C’è chi piega queste parole dalla parte della storia più o meno antica e chi vede porte per aprire al moderno, chi ammette il dilettante della chitarra e chi esige l’esperto diplomato. In realtà c’è posto per tutti. 

Probabilmente il dissidio sta nel fatto che nel momento in cui si parla di partecipazione, punto imprescindibile e inalienabile di riflessione, la musica che serve a questo scopo non è di fatto arte; è sicuramente un elemento di vitalizzazione interiore ed esteriore dei fedeli riuniti, ma non arriva a elaborare manifestazioni di “bello” da estrinsecare/contemplare. 

Quando interviene l’assemblea si può parlare di socialità del canto, di integrazione identitaria, ma non di “momento artistico”. Non è arte il canto comunitario, non è arte l’accompagnamento con qualsiasi strumento vi sia, non è arte la declamazione intonata, il versetto minimale, la codetta strumentale, il sottofondo d’atmosfera. L’arte, per contro, è frutto di dettagli studiati, di emotività chiusa in forme accurate e riconoscibili, di saperi professionali, di eloquenza articolata. 

Quando vi sono persone (cori, musicisti, solisti), spazi (collocazioni adeguate come adeguata è la posizione di quadri o arredi sacri), mezzi (strumenti perfetti, tecnologia antica e moderna) e tempi (se non si può concedere più di qualche minuto, la musica nella Liturgia non avrà mai la grandezza di quella del passato) per inserire momenti d’arte nella Liturgia allora si realizza un’aggiunta speciale, uno svelare/velare che enfatizza l’azione misterica. 

Il musicista o i musicisti/artisti a servizio del canto restano un semplice supporto funzionale; quando invece sono lasciati liberi di esplicare la loro tecnica, a condizione di tenere ben presente che il canto e la musica liturgica sono segno privilegiato della comunità ecclesiale che realizza l’unità nella fede e nell’amore e che occorre attivare buone intese con il celebrante e la comunità, allora possono interpretare/commentare/colorare esteticamente il momento celebrativo. 

La sua/loro opera aggiunge valore perché l’arte è quel “di più” teso fra razionale e irrazionale che rimanda ad un Mistero senza confini. 

Quando si ritroverà il giusto dialogo fra il rinnovato modo di sentire “qui e adesso” l’evento comunitario di culto e santificazione e la possibilità di inserire “arte”, forse ricompariranno sinergie preziose.


- articolo uscito sul periodico «Il Mosaico della Chiesa di Cremona», ISSN 2975-0962, Dicembre 2025

sabato 8 novembre 2025

Considerazioni per una rivalutazione del ruolo dell'organista (di F. Caporali, F. Finotti, G. Parodi, S. Rattini)


[Paolo Bottini all'organo "Fratelli Bossi Urbani" (1872) della chiesa di San Pedretto di Castelvetro Piacentino]




Gentili lettori,

invito a far vostre le seguenti sagge parole:

- «[...] la convinzione diffusa che l'azione di tutela sia compiuta nel momento in cui cassa e fonica [dell'organo] sono restaurate, è erronea; lo strumento a quel punto è recuperato, ma se non riprende a suonare regolarmente, ogni intervento sarà stato inutile. Il restauro, quindi, non è momento finale, ma stadio iniziale del recupero della funzione dello strumento e della sua creatività. Infatti esso, suonato regolarmente e sottoposto a periodiche manutenzioni, potrà vivere a lungo senza aver bisogno di ulteriori interventi di restauro, importanti, ma comunque traumatici». [*] 

Sappiamo tutti bene che la valorizzazione di un organo in chiesa dipende esclusivamente dalla volontà degli enti ecclesiastici di dare il giusto risalto alla figura di coloro che sono di volta in volta deputati all'utilizzo liturgico degli organi stessi.

Occorre dunque urgentemente che la Chiesa italiana metta in opera azioni concrete affinché vi siano sempre più organisti (competenti) seduti alla consolle degli organi: diversamente saranno viepiù inopportuni gli interventi di restauro o costruzione di organi!

Per approfondimenti vogliate leggere le Considerazioni per una rivalutazione del ruolo dell'organista a firma di Fausto Caporali, Francesco Finotti, Giancarlo Parodi e Stefano Rattini.

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti
 
Paolo Bottini

Cremona, 8 novembre 2025


[*] Giovanna Di Matteo (storica dell'arte), dalla prefazione al volume Il Suono dell'Arte / Gli organi antichi della provincia di Chieti, a cura di Alberto Mammarella, Edigrafital, S. Atto di Teramo 2002

mercoledì 1 novembre 2017

Il "lavoro nero" dell'organista di chiesa



Gentili lettori,

il 26 ottobre 2017 a Cagliari si teneva la 48.a Settimana Sociale dedicata al lavoro.

Anche il Papa Francesco è intervenuto con un video-messaggio nel quale ha condannato la precarietà e il lavoro nero.

Non ho potuto altro che pensare a tutti quei suonatori d'organo che la domenica in tantissime chiese italiane svolgono più o meno regolare servizio liturgico in cambio di una misera mancia brevi manu: molti di essi sono diplomati in conservatorio, alcuni hanno anche osato conseguire il titolo di studio in "Organo per la liturgia" fortemente auspicato dalla CEI nel 2001 ma che dal punto di vista degli sbocchi lavorativi è una solenne illusione (in altre parole: i vescovi italiani t'incoraggiano a prender la laurea di secondo livello in organo liturgico ma poi in cambio di cinque messe ogni domenica e festa ti allungano un'elemosina in contanti o magari in natura!).

I soldi per la riqualificazione della musica cultuale ci sarebbero - lo spiegava bene nel 2007 l'organista titolare del Duomo di Cremona Fausto Caporali nel suo articolo "Ogni due organi restaurati, si finanzi un organista!" (ma già nel 1999 don Marino Tozzi, sacerdote nella diocesi di Forlì-Bertinoro, dimostrava la praticabilità di attingere ai fondi dell'Otto per Mille al fine di contribuire agli emolumenti degli organisti delle Cattedrali, tanto per cominciare!) - soltanto che a nessuno alla CEI passa minimamente per il cervello di investire denaro dal calderone dell'otto-per-mille per pagare organisti professionisti che siano anche responsabili della musica e del canto, quanto meno a partire proprio dalla chiesa cattedrale di ogni diocesi!

Ma il problema è meramente culturale, come puntualizzato da monsignor Vincenzo De Gregorio: la Chiesa non sente la necessità di investire in una materia che ritiene di opzionale importanza come la musica e il canto nel culto divino, di conseguenza il campo liturgico - che veramente sarebbe vitale per la vita cristiana [cfr. Sacrosanctum Concilium 10] - è governato dall'anarchia: una vera e propria anarchia liturgico-musicale!.

Insomma: suonare l'organo a messa non è un lavoro, è un servizio liturgico come qualsiasi altro (lettore, salmista, chierichetto, cantore, chitarrista, bonghista...) e come tale va svolto gratuitamente!

:-/

Per un ulteriore approfondimento invito a leggere alcune considerazioni di don Valentino DONELLA 
(Direttore del Bollettino Ceciliano) circa la questione del riconoscimento economico dell'attività di organista di chiesa...

Cordialmente vostro

Paolo Bottini
www.paolobottini.it

Cremona, domenica 29 ottobre 2017

sabato 10 novembre 2012

La messa "Caudanina": partecipazione attiva ‘ante litteram’




Gentili lettori,

almeno per nome immagino conoscerete il mio illustre concittadino Federico CAUDANA, dal 1907 al 1963 organista titolare e maestro di cappella della Cattedrale di Cremona e fin dal 1924 autore di spicco presso l’editore Carrara di Bergamo.

Musicista di formazione tardo-ottocentesca (studiò e si diplomò al Conservatorio di Milano), ha contribuito, con il suo stile generosamente melodico (ben lontano da certo «letargico» cecilianesimo) alla valorizzazione del canto popolare, grazie anche agli stimoli costanti ricevuti da Vittorio Carrara, musico-editore che ha fatto la storia della musica sacra in Italia.

Il suo esperimento meglio riuscito fu certamente la messa Laus tibi Christe, pubblicata dalle Edizioni Carrara di Bergamo nel 1939, la cui scorrevole e intuitiva cantabilità facilitò ampia diffusione (venne per questo battezzata "Caudanina"), tanto che ancora oggi a livello popolare è la musica per cui Federico Caudana è ricordato in Italia e nel mondo. Su questa messa apparve subito la seguente recensione ne «L’Osservatore Romano»:

«Lavoro di fattura semplice e quanto mai appropriato al fine preposto. La pratica corale consente al M.° Caudana un esperto trattamento del canto, all’intento di ottenere i migliori risultati, evitando ogni difficoltà di esecuzione alla massa degli esecutori. La melodia, sillabica e diatonica, ha il suo motivo generatore nell’accentuazione della parola, ed è disegnata in modo che la chiarezza del testo sia sempre evidente e non risulti difficile la declamazione. Un accompagnamento sobrio sostiene il canto senza appesantirlo; accompagnamento facile, ma pure curato con molta attenzione. Questa nuova Messa, scritta per il popolo e destinata alla grande massa del popolo, se da un lato dà prova dell’abilità, in materia di canto popolare, dell’illustre Maestro, da un altro mostra, ancora una volta, come le Edizioni Musicali Carrara mirino al più nobile dei risultati: quello della rieducazione popolare per mezzo dell’arte».


Cliccando il seguente collegamento potrete ascoltare la versione integrale della Messa "Caudanina", eseguita utilizzando l'accompagnamento organistico originale così come pubblicato dalle Edizioni Carrara nel 1939.

Far cantare la gente a messa: quasi un quarto di secolo prima della Sacrosanctum Concilium e con risultati che erano ben più soddisfacenti rispetto a quel poco che invece si riesce a fare oggi dopo quasi mezzo secolo dalla riforma liturgica del Vaticano Secondo: infatti sembra che nel frattempo le nostre assemblee liturgiche si siano impigrite e abbiano via via perso il senso di una vera piena e consapevole attiva partecipazione all’Eucaristia domenicale (una involuzione, dunque, rispetto a quanto invocato dal Concilio!), vissuta sempre più precetto da assolvere che come inappagabile emozione da rivivere ogni sette giorni!

Cordiali saluti ed auguri di buona musica a tutti.

Paolo Bottini