Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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sabato 12 dicembre 2020

Abbasso il pop liturgico!




Gentili lettori,

eccovi in calce spiegato perché la musica ammiccante allo stile della musica "pop" non dovrebbe essere ammessa nel culto divino!

Introducendo musica "mondana" nel culto, si creano giocoforza partiti che tifano per essa contro altri che tifano per la musica ufficiale ammessa nella liturgia, ovvero il canto gregoriano, la polifonica sacra e la musica d'organo: questo non va bene, ovviamente, perché crea dissapori non indifferenti proprio in quell'ambito della vita della Chiesa che è «culmine e fonte» della vita cristiana stessa, ovvero la liturgia!

Parola di Joseph Ratzinger!

Cordialmente vostro


Cremona, il 12 dicembre 2020

* * *


[Un] grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche.

Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati.

Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti.

Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. 

In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita.

Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II.


(Joseph Ratzinger, La mia vita - Ricordi (1927-1977), San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 113-115)
 

domenica 18 ottobre 2020

Le parti cantate della nuova edizione italiana del Messale Romano: speriamo siano cantate (bene) dai nostri sacerdoti!

Gentili lettori,


immagino saprete tutti che fra poco entrerà finalmente in vigore la nuova edizione italiana del Messale Romano.

La grande novità è che le partiture musicali non saranno più in appendice e/o come allegato asportabile, bensì 'infra', all'interno delle pagine del Messale e, quanto pare, in abbondanza e ispirate in particolar modo al canto gregoriano.

Vi è però un "però": posto che cantare non è obbligatorio, chi inciterà i nostri sacerdoti (e i seminaristi che sacerdoti diventeranno) a cantare, non solo, ma a cantare bene?!...

In proposito sant'Agostino ha scritto: «Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese. Canta bene, fratello» [S. Agostino, Esposizioni sui salmi, Commento secondo al salmo 32, paragrafo 8].

Ulteriori informazioni, con qualche exemplum di partitura, in questo articolo di presentazione apparso il 17 settembre 2020 su Avvenire.

Grazie per la cortese attenzione e buona lettura a voi.

Paolo Bottini

Cremona, il 18 ottobre 2020

venerdì 15 febbraio 2013

L'altare come la piazza!




Gentili lettori,

nella mia precedente ("Il nascondimento del musicista di chiesa") mi dichiaravo ben d'accordo con Benedetto XVI quando ha detto che 
«vi è una ragione in più per ritenere che sia nuovamente l'ora di trovare il vero distacco del mondo, di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa». [v. il testo completo QUI]

Oltre a quanto affermato, sono altresì convinto che tra le cose mondane da togliere nella Chiesa ci sarebbe anche quella generalizzata pericolosa tendenza a desacralizzare la Messa, ovvero il preciso intento di annullare la soglia tra sagrato ed altare: si partecipa alla Messa e si ha la sensazione non di stare alla presenza del Mistero... ma semplicemente del sacerdote-attore che fa di tutto per creare un clima di familiarità più che di preghiera e devoto raccoglimento davanti all'Eucaristia!

In proposito proprio ieri, 14 febbraio 2013, il dimissionario Benedetto XVI, rivolgendosi al clero della diocesi di Roma in Aula Paolo VI in Vaticano, ha spiegato come questa perdita del senso del sacro nella liturgia, derivi da una tendenziosa interpretazione del Concilio vaticano secondo - operata dai mass media, a causa dei quali il mondo ha percepito distortamente i veri intenti del vero Concilio, il Concilio dei Padri - per cui 
«non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede» [v. discorso completo cliccando QUI].

Oggi questa particolare tendenza nel culto divino si attua infatti - anzi, più visibilmente - attraverso la ormai ricorrente e banale proposta di repertori di canti in stile alquanto 'leggero', ovvero ammiccante il mondo della canzone ritmica di genere "pop"...

Molti di questi canti, tipo Gen Rosso o Gen Verde et cetera, in genere non di cattiva qualità musicale, sono in realtà nati per uso non liturgico... soltanto che questo i ragazzini nelle parrocchie non lo sanno, anzi spesso non conoscono nemmeno l'autore del testo e/o della musica e i canti vengono imparati ad orecchio (infatti spesso non concordano con l'originale!)...

Sì, perché in parrocchia i canti li scelgono gli adolescenti dell'oratorio (assieme ai loro incompetenti catechisti) con l'avallo del parroco!...

E il Repertorio nazionale dei canti liturgici? Ma chi lo conosce?! Inoltre, se lo conosci... lo eviti, perché in esso non sono contentuti canti 'chitarrabili'! Questa è la mentalità comune...

Dico che la Conferenza Episcopale Italiana dovrebbe commissionare nuovi testi per nuove antifone (introito, offertorio, comunione) che siano poi musicabili da compositori esemplari che, come suggeriva il santo papa Pio X [§], largamente si ispirino al melodizzare gregoriano nelle loro novelle creazioni!

Non sarebbe questo un segnale forte di pratica attuazione della riforma liturgica, invece di annaspare organizzando convegni, tavole rotonde, giornate di formazione liturgico-musicale che, certamente, sono utili ma che in fine servono solamente alla formazione personale e non scaturiscono vere azioni a livello diocesano?!

Che la CEI dia un segnale concreto verso il miglioramento della tragica situazione liturgico-musicale italiana!

Paolo Bottini


[§] «tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell'andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme». (San Pio X papa, motu proprio "Tra le sollecitudini" sulla musica sacra, 1903)

domenica 4 novembre 2012

Bisogna tornare a cantare la Parola di Dio!




Gentili lettori,

nel marasma dei canti liturgici oggi in auge in Italia (il Repertorio nazionale proposto dalla CEI credo sia preso minimamente in considerazione dalle parrocchie, in genere restie pure ad adottare eventuali repertori diocesani!), io credo che la carta vincente che contribuirebbe a far rinascere un po' di comune entusiasmo e maggiore attenzione alla pertinenza liturgica del canto nei sacri riti, sarebbe quella di tornare a mettere in musica le antifone della messa, così come sono attualmente proposte nel Messale )!

Si tratterebbe di poter disporre di brevissimi motti musicali a mo' di ritornello che qualsiasi assemblea potrebbe far propri di domenica in domenica, senza bisogno di preparazione in quanto, data la facilità e brevità, si apprenderebbero subito, alternandoli al canto di versetti salmici a cura di un solista o di un coretto.

Perché meglio è cantare la Parola di Dio, meno la parola dell'uomo!

Tuttavia conditio sine qua non: avere a disposizione almeno un discreto cantore ogni domenica (anche se mancasse qualsiasi strumento musicale) che garantisca l'alternanza solista-assemblea!

Una proposta su questa linea, certo molto più raffinata di quanto abbia appena descritto, è stata fatta ormai otto anni fa da Fulvio Rampi, si tratta di:

Nova et vetera. Forme tropate per i Canti di Ingresso e di Comunione, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004, pp. 216.

E recentemente (ancora dalla mia Cremona, vera fucina liturgico-musicale!) ecco una nuovissima raccolta di canti per la liturgia direttamente tolti dai testi del Messale Romano elaborati da don Natale Bellani e musicati da Franco Berettini.

Bisogna tornare ogni domenica a cantare la Parola di Dio, tornando alla semplicità, così come negli anni a cavallo del Concilio era già stato pensato in Italia ad esempio da un don Piero Damilano e in Francia da un Joseph Gelineau [§]: percorsi che si sono alquanto smarriti nel frattempo...

Meditate, gente, meditate...

Paolo Bottini

Cremona, il 4 novembre 2012

[§] esempio di canti composti da Gelineau