Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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mercoledì 13 novembre 2024

Chi canta prega... tre volte! (Giacomo Baroffio su sant'Agostino e la "trina oratio")

Cantate Domino canticum novum



riflessione di Giacomo Baroffio nella II domenica per annum [B]



               domenica II dopo l’Epifania - 240114



Di passaggio in una comunità religiosa, ho lasciato una frase beneaugurale. Per forza doveva essere breve; avevo poco tempo e c’era poco spazio sulla carta. Conosco le sorelle da una quarantina di anni e mettono ancora tutto l’impegno per celebrare le Ore e l’Eucarestia quotidiane con il canto liturgico tradizionale. In modo sintetico ho scritto 

cantare è pregare almeno tre volte”.

Non ho certamente pensato di correggere sant’Agostino, al quale si attribuisce l’affermazione

chi canta prega due volte”.

Non ho questa presunzione, tanto più che – pur avendo letto e studiato il santo vescovo – non sono un suo discepolo, come invece è ancora Joseph Ratzinger, soprattutto quando testimonia la sua relazione figliale con l’Ipponate nella profondità, chiarezza e coerenza del suo pensiero filosofico e teologico.

La “duplex oratio” agostiniana evidenzia lo spessore e l’ampiezza del nostro pregare, quando riusciamo a esprimere la fede con il canto. S’avverte subito, rispetto al parlato, una particolare intensità, una tensione che pervade tutta la persona orante. 

Ogni preghiera – come può essere, ad esempio, il Pater noster – è pluridimensionale. Si esprime cioè con quella che possiamo chiamare una oratio trina. 

L’attenzione è spesso accalappiata dall’elemento musicale, melodico, armonico... Questo fatto potrebbe divenire un ostacolo, quando cantore e assemblea perdono il sentiero principale della fede finendo fuori strada in altri itinerari. Ad esempio, l’orgoglio della primadonna canterina. Si pensi al protagonismo assurdo dei diaconi ‘fustigati’ da papa san Gregorio Magno nell’anno 595. 
Altro pericolo si corre quando ci si lascia sedurre da una ricerca puramente estetica oppure da interessi storici o tecnici che ci renderebbero solo ridicoli. Perché mai? Per il fatto che forse potremo sapere tutto di un testo e di una melodia, senza però capire nulla di ciò che è in gioco.

Ogni preghiera cantata, in realtà, per essere vera è almeno “trina”. Porci alla presenza di D-i-o, spalancare a Lui la nostra esistenza: sono gesti autentici nella misura in cui avvengono grazie alla sinergia tra i vari ‘strati’ della nostra persona. Ne ricordo tre:

1] la dimensione fisica: è garantita dalle corde vocali, capaci di vibrare quando sono sollecitate da muscoli e dall’aria dei polmoni. L’emissione della voce dipende da tutta una serie di ingranaggi di un laboratorio in grado di affrontare finalità assai complesse;

2] la dimensione razionale: è capace di organizzare l’esistenza quotidiana in una prospettiva aperta al futuro, in continuo confronto tra i dati già acquisiti e il frutto delle successive riflessioni e proiezioni. Tutto sotto il controllo dell’intelligenza; 

3] la dimensione emotiva profonda: elabora i segnali dell’intuizione nel segno di una libertà e autonomia che trovano un equilibrio con la sfera razionale, per un progresso individuale e sociale, nel rispetto di ogni persona o gruppo.

Tutto ciò evidenzia un aspetto fondamentale della preghiera: essa presuppone l’accoglienza del dono gratuito della fede. Inoltre 

1] la preghiera riesce a svilupparsi nella semplicità assoluta dei figli che si rivolgono a D-i-o nel silenzio, con un sorriso, versando una lacrima, pronunciando una sola parola “Abba/Babbo”. 

2] La preghiera può raggiungere anche massime espressioni culturali, quali sono i testi di un sant’Agostino o di un sant’Anselmo. A livello musicale si pensi alle melodie gregoriane e alle opere di Johann Sebastian Bach. Per questi motivi mi sento di ribadire

cantare è pregare almeno tre volte: nell’impegnare il corpo, la ragione, l’emozione”.

Qualcuno potrebbe allora chiedersi: ma che significa “almeno”? Nulla di segreto; semplicemente non si esclude che grazie a un unico canto si possa pregare 4 o anche 40 o 4.000 o 40.000 volte. Succede più spesso di quanto uno possa immaginare. È l’esperienza di tanti credenti che durante la liturgia forse non sanno neppure distinguere tra un Sanctus gregoriano o una formulazione polifonica alla Palestrina. Il nostro credente, si trova forse isolato in mezzo a un’assemblea sconosciuta e anonima. Si potrebbe uscire dalla chiesa, si potrebbe pure rimanere fermi e gironzolare nei viali di tante distrazioni fantasiose che occuperebbero e darebbero un senso superficiale a quei minuti che scompaiono nel nulla. Tutto è possibile. Anche qualcosa che non ci si aspetterebbe. 

Accade l’evento canto-preghiera quando, guardando senza vedere nulla, si percepisce un canto in modo nuovo. Del testo si è sentito il solo inizio, con cui non si sa che fare. Ma un fioco “De profundis...” o un “Gloria...” aprono qualche cancello interiore. Ci si ritrova in un altro spazio, in una situazione diversa. Poco per volta ci si ritrova con se stessi, ci si stringe al proprio cuore dove palpita e risuona il cuore stesso di D-i-o. E ci si abbandona al canto che suscita un’eco nel profondo. Spezzoni di parole e poche note squarciano l’orizzonte come la stella ha guidato i tre Sapienti. 

Il canto non è più musica, ma luce che ci guida sempre più dentro di noi fino al centro del tempio interiore, non costruito secondo i paradigmi della generazione umana, bensì innalzato dalla potenza dello Spirito Santo. 

Allora si vive la sobria ebbrezza del Pneuma e si comprende l’esperienza di sant’Agostino quando ci confida: “Cantare amantis est”.

cantare è pregare con tutti i credenti
ridestati alla fede dal sonno
il loro numero sfugge a ogni censimento
è una sinfonia segreta dello Spirito Santo

       Bruder Jakob

venerdì 28 luglio 2023

La sacra liturgia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa

 


Nel volume La sacra liturgia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa sono riportati gli atti di un convegno che si tenne a Roma dieci anni fa: venti liturgisti di fama internazionale, cardinali, vescovi e altri studiosi, provenienti da tutto il mondo, indagarono sulla centralità della liturgia e sul ruolo che essa riveste nella missione della Chiesa. 

Il libro approfondisce vari temi legati alla liturgia: l’arte liturgica, l’architettura, l’ars celebrandi, la musica; esplora l’importanza del rituale nella psicologia umana, il ruolo dei vecchi riti liturgici nella nuova evangelizzazione, la formazione liturgica, la legge liturgica, il ruolo del vescovo diocesano in materia di liturgia. Dal volume emerge come la Sacra liturgia sia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa e come essa sia una risorsa fondamentale per la formazione del clero, dei religiosi e dei laici.

Per chi ancora crede nella centralità del culto divino nella vita della Chiesa... nonostante il «crollo della liturgia» denunciato ormai nel 1997 dal cardinale Joseph Ratzinger!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, il 28 luglio 2023, Johann Sebastian Bach in memoriam

lunedì 2 gennaio 2023

I VESCOVI italiani non hanno nessun interesse per la LITURGIA (parola di Joseph Ratzinger)!


 

Una bella testimonianza di Giacomo Baroffio sul cardinale Joseph RATZINGER: 


- «Una volta mi sfogai dicendogli: “Non capisco proprio come i vescovi italiani non siano attenti al canto nella liturgia, se ne disinteressino completamente”. Risposta: “Il problema è molto più delicato. I vescovi italiani non hanno nessun interesse per la liturgia. È quindi naturale che ignorino il canto”. “Scusi, ma perché non va a dirlo all’Assemblea della CEI?”. Fece un grande sospiro, più eloquente di tanti discorsi.»

E noi andiamo lamentandoci della scarsa considerazione verso organi e organisti?!... È proprio vero, dunque, che «La crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia.» (Joseph Ratzinger, La mia vita, Edizioni San Paolo, 1997).

sabato 12 dicembre 2020

Abbasso il pop liturgico!




Gentili lettori,

eccovi in calce spiegato perché la musica ammiccante allo stile della musica "pop" non dovrebbe essere ammessa nel culto divino!

Introducendo musica "mondana" nel culto, si creano giocoforza partiti che tifano per essa contro altri che tifano per la musica ufficiale ammessa nella liturgia, ovvero il canto gregoriano, la polifonica sacra e la musica d'organo: questo non va bene, ovviamente, perché crea dissapori non indifferenti proprio in quell'ambito della vita della Chiesa che è «culmine e fonte» della vita cristiana stessa, ovvero la liturgia!

Parola di Joseph Ratzinger!

Cordialmente vostro


Cremona, il 12 dicembre 2020

* * *


[Un] grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche.

Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati.

Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti.

Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. 

In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita.

Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II.


(Joseph Ratzinger, La mia vita - Ricordi (1927-1977), San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 113-115)
 

domenica 22 novembre 2015

Ufficio Vaticano Musica Sacra


Gentili lettori,

pare evidente che nell’attuale anarchia liturgico-musicale (parrocchia che vai, musica che trovi!) sarebbe vieppiù urgente che si istituisca finalmente un organismo dirimente a livello universale, ovvero un ufficio per la musica sacra in seno alla congregazione vaticana per il Culto Divino, come da tempo già mons. Miserachs (ex preside del PIMS e maestro di cappella di S. Maria Maggiore a Roma) invocava (v. http://www.zenit.org/it/articles/necessario-un-ufficio-pontificio-di-vigilanza-sulla-musica-sacra ) e come di recente è stato meglio delineato (v. http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350250 ).

Parlo di un organismo che si occupi precipuamente di regolare con un certo rigore un aspetto del culto, la musica e il canto, che non sono secondari, anzi sono essi stessi culto!

Voglio tuttavia (pessimisticamente) scommettere che nemmeno il nuovo auspicabile Ufficio Vaticano per la Musica Sacra saprebbe mettere facilmente ordine nel marasma del canto e della musica nella liturgia (qui in Italia in particolar modo), perché prima di tutto bisognerebbe arginare quelle storpiature del culto scaturite, in ormai oltre cinquant’anni, da un’indebita interpretazione di "Sacrosanctum Concilium" (o addirittura da un’insana indifferenza verso la medesima istruzione) e dei documenti liturgici ufficiali (a partire dall'Ordinamento Generale del Messale Romano).

Voi organisti e musicisti di chiesa non sentiatevi indifferenti verso il vero problema che assilla la Chiesa oggi: la deriva verso la desacralizzazione del culto!

Non dimenticate le parole del cardinal Ratzinger nel 1997: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (v. http://digilander.libero.it/gregduomocremona/ratzinger_la_mia_vita.htm ).

Ma infine una considerazione fondamentale: nessun miglioramento dell’aspetto canoro e musicale del culto sarà possibile senza l’apporto di chi canto e musica lo sa fare bene, e chi sa fare bene canto e musica ha pure diritto alla sua mercè...

Come vedete il busillis sta nell’investimento economico per formare musicisti professionisti che siano in grado di interagire come si deve con la liturgia...

Ma anche risolto il problema economico, rimarrebbe un’altro ostacolo: l’ostracismo dei parroci, raramente attenti alla corretta applicazione della riforma liturgica operata dal Vaticano II, spesso supportati dall’indifferenza dei loro vescovi, il quali ritengono inutile pontificare in materia liturgica così come poco caritatevole tirare le orecchie ai preti che compiono abusi liturgici più o meno manifesti...

Bisognerebbe allora, di pari passo all’assunzione di musicisti di chiesa preparati, preoccuparsi più approfonditamente della formazione liturgica e musicale dei seminaristi...

Perdonate i tanti puntini di sospensione... a me sembra che in questa Chiesa non si possa più parlare seriamente di liturgia senza essere subito tacciati di vaneggiamenti filosofici!

Vi saluto con vieppiù affranta devozione.


Cremona, nel giorno di S. Cecilia dell’anno 2015

mercoledì 24 dicembre 2014

«La codificazione ufficiale della mediocrità» secondo Oscar Mischiati


Gentili lettori,

tutti hanno conosciuto Oscar Mischiati come un personaggio - diciamo così - di non facile approccio... ma quel che è certo, egli era un sapiente e una persona di buon senso: lo dimostra lo scritto che Vi consegno qui in calce (dettato ormai quasi trent’anni fa), il quale credo sia gradito alla maggior parte di Voi, in quanto non molto noto.

Al contrario, penso che queste parole mischiatiane risultino sgradite agli uomini di chiesa, proprio perché girano il coltello nella piaga... sì: la piaga della crisi liturgica della Chiesa!

Una Chiesa che, tradendo sostanzialmente la riforma liturgica promulgata dal concilio Vaticano II, sta alimentando la trasformazione della messa in uno show microfonato repleto di verbosità ridondanti, applausi da circo, brusio di chiacchiere e musica pop!

Una Chiesa che, mediamente, spende il minimo delle proprie energie (spirituali quanto economiche) per il decoro del culto, perché non ritiene il culto una priorità (come invece è dichiarato che sia) [§]!

In questo desolante contesto, cari lettori, cosa volete che interessi in questa Chiesa una musica di qualità fatta da professionisti?!

Buon Natale a tutti.

Cordialmente Vostro

Paolo Bottini

[§] « la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (costituzione conciliare sulla liturgia "Sacrosanctum Concilium", n. 10)

* * *

Intervento di OSCAR MISCHIATI nel convegno di studi

"I beni culturali ecclesiastici tra culto e tutela"

Promosso dalla Amministrazione Provinciale di Varese con la collaborazione di:
Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici della Lombardia
Commissione per la Tutela degli Organi Artistici
Consulta regionale per i beni culturali ecclesiastici della Lombardia

Varese, Palace Hotel
Sabato 24 gennaio 1987

Il patrimonio organario antico italiano è ricchissimo, non solo per la quantità, ma anche per la qualità e varietà.

È difficile, allo stato attuale delle conoscenze, fornire dati precisi sulla consistenza, considerata anche l’estrema disuguaglianza nella distribuzione territoriale: ad esempio una provincia come quella di Belluno presenta soltanto un’ottantina di strumenti con interesse storico-artistico, la sola città di Bologna ne possiede oltre un centinaio. D’altro canto, se alcuni tipi d’organo (quello veneziano settecentesco, quello lombardo ottocentesco) presentano caratteri abbastanza diffusi e comuni (ciascuno nel proprio genere, ben inteso), profonde diversità qualificano e segnano gli strumenti attraverso i tempi e i luoghi: un organo rinascimentale toscano non è la stessa cosa di un coevo strumento lombardo. E gli esempi potrebbero continuare.

La maggior parte di tale patrimonio versa in condizioni precarie di sopravvivenza, vuoi per prolungati periodi di abbandono (segnati dai danni prodotti dal tarlo, dai topi, talvolta dallo stillicidio dell’acqua piovana), vuoi per azioni vandaliche di asportazione e danneggiamento del materiale (tipico il caso di canne divelte e calpestate), vuoi infine per interventi inconsulti di manomissione: perlopiù volti ad adattare gli strumenti alle limitate cognizioni musicali e al cattivo gusto di organisti dilettanti, sprovveduti o velleitari; s’intende alludere alla sostituzione di tastiere e pedaliere ’più comode’ rispetto alla presunta scomodità di quelle originali, così come all’eliminazione di autentiche sonorità organistiche (Flauto in XII, Cornetto, registri ad ancia, file acute di Ripieno) perché ’stridule’ e alla loro sostituzione con materiale scadente (zinco) confezionato in maniera industriale e finalizzato ad effetti sdolcinati e d’infimo gusto, estranei all’arte e alla cultura musicale, meno che mai convenienti ai livelli di qualità e di dignità del tempio e del rito.

Eppure queste operazioni per lunghi (troppo lunghi!) decenni sono state qualificate come "riforma liturgica" laddove è da stigmatizzare un atteggiamento tuttora perdurante: quello di assumere come metro di valutazione degli organi (e non solo quelli) una categoria storicamente e culturalmente inconsistente quale quella di "liturgico" (ciò che era liturgicamente tassativo per Pio XII non lo è stato più con Paolo VI; né la situazione ha finora cessato di essere fluida; ma qui basti rilevare la relatività del termine).

Con il decadere dell’esercizio della musica in chiesa da livelli di qualità non di rado prestigiosa (di necessità, storicamente concreta e individuata: di volta in volta il gregoriano nel periodo romanico, la primitiva polifonia nel gotico, la grande arte contrappuntistico-imitativa nel Rinascimento e nel Barocco, lo stile "concertato" nel Barocco fino a ben addentro l’Ottocento) a livelli non professionali si accompagnò un singolare fenomeno: la codificazione ufficiale della mediocrità.

Alla creatività dell’arte si pretese di sostituire prescrizioni e norme atte ad orientare l’esercizio di "routine" mantenuto al più bassi profilo; così l’organo "diventava" liturgico se avesse avuto tastiere di 58 tasti, pedaliera di almeno 27 tasti, registri non spezzati "bassi" e "soprani, ecc. Atteggiamento che non si sa se definire più assurdo o ingenuo, ma al quale si deve la manomissione e la distruzione di centinaia di insigni strumenti (tra i tanti casi: i quattro organi della basilica del Santo a Padova, le coppie di organi di San Marco a Venezia, del Santuario di Loreto, della Cattedrale di Volterra, di S. Stefano dei Cavalieri a Pisa, ecc.).

Ma non meno assurde e ridicole sono le pretese "liturgiche" attuali di volere l’organo o l’organista in mezzo all’assemblea, confondendo pateticamente le esigenze del canto assembleare con le leggi dell’acustica e con le esigenze di un serio esercizio dell’arte dei suoni.

In ossequio a tale confuso velleitarismo si vorrebbero comandati gli organi a distanza mediante trasmissione elettrica, di fatto contraddicendo all’esigenza primaria della fonte sonora prossima a chi canta e suona e indulgendo ad un tipo squalificato di organo ripudiato universalmente dalla cultura organistica e musicale.

Senza contare che la riforma protestante e calvinista sono riuscite a far cantare le assemblee dei fedeli senza rimuovere o manomettere gli organi; più semplicemente e correttamente si è inculcata l’educazione musicale di base generalizzata, si è allestito un repertorio musicale qualificato ed appropriato di canti e si è affidato l’organo ad un professionista. Tutte cose che non si ottengono dall’oggi al domani, come "italianamente" si è preteso di fare in maniera confusa e pasticciona.

E come un tempo le commissioni diocesane di musica sacra inculcavano e benedicevano le riforme liturgiche degli organi - di fatto perseguendo un assurdo appiattimento e livellamento in netto contrasto con una tradizione senza pari per varietà e fantasia creativa, senza contare l’avallo perennemente concesso agli operatori più squalificati del settore (cui rifiutiamo per ragioni oggettive la qualifica di "organari") - così oggi da quegli stessi ambienti diocesani si ribadiscono posizioni in netto contrasto con gli indirizzi più aggiornati in campo organistico, organario, organologico e di tutela del patrimonio strumentale antico.

È stata quindi condizione storica strettamente necessitante per quanti nel nostro Paese hanno a cuore senza riserve la tutela e l’integrità del patrimonio storico organario richiamare l’attenzione degli uffici statali preposti a quelli che oggi complessivamente si usa chiamare "beni culturali" perché in questi ultimi fossero a pieno titolo compresi gli organi e gli strumenti musicali.

La situazione è lungi dall’aver trovato soddisfacente soluzione, anche perché nel nostro Paese, per una singolare distorsione di vecchia data, la tutela - e di conseguenza la preparazione dei funzionari ad essa preposti - è sempre stata ed è tuttora finalizzata ai fatti "visivi" (senza contare i condizionamenti delle valutazioni "estetiche"), disprezzando gli aspetti essenzialmente "storici", materiali e documentari dei manufatti e delle testimonianze in genere del passato: più volte, infatti, è accaduto che la "tutela" degli organi antichi giungesse a salvaguardare il solo prospetto, come se le canne interne e tutto il resto (tastiere, complesso dei comandi e dei meccanismi, somieri ecc.) non fossero anch’essi "oggetto" di rilevanza storica ed artistica ad un tempo. Quando addirittura non è accaduto che per mal inteso purismo architettonico organo e cantoria sono stati spazzati via come elemento ingombrante e "deturpante" (così nella Cattedrale di Pistoia o alla Madonna del Calcinaio a Cortona).

Un allargamento del campo visuale è quindi urgente e necessario, non solo in ottemperanza al dettato costituzionale, ma anche per adeguare l’opera della pubblica amministrazione agli orientamenti culturalmente più avvertiti e prevalenti da tempo nei paesi civili.

Ma l’intervento pubblico in materia organaria si giustifica anche per altri motivi.

Quando si parla di "chiesa", normalmente si identifica ’sic et simpliciter’ con la gerarchia; occorrerebbe ricordare che, più correttamente. Chiesa è la comunità di fedeli e di clero. A quest’ultimo spettano incontestabilmente i compiti magisteriale e sacramentale per la salvezza delle anime. Il "temporale" è invece incombenza dei fedeli costituiti, come cittadini, in legittime pubbliche aggregazioni, in una parola lo Stato, nella fattispecie la repubblica; della quale sono pure cittadini - con parità di doveri oltre che di diritti - i membri del clero e della gerarchia.

Sembra invece che a più di cent’anni di distanza questi ultimi non abbiano ancora accettato di buon animo la fine dello Stato pontificio e si considerino - e di fatto molto spesso si comportano - come se lo Stato non esistesse o addirittura come se l’intervento statale nel merito specifico della tutela storico-artistica (e quindi anche organaria) fosse un’illecita intrusione, una prevaricazione laicista nei fatti di culto e di religione.

Di qui la tendenza degli ecclesiastici in genere a sottrarre al "civile" quanto più è possibile e a gestirlo quale patrimonio esclusivo: in particolare, appunto, i beni culturali cosiddetti ecclesiastici, a cominciare dagli archivi; che sono innumerevoli, spesso imponenti, ma raramente gestiti correttamente e accessibili o fruibili in condizioni soddisfacenti per lo studioso.

Se è vero che il clero (anche per l’assottigliamento dei ranghi in conseguenza sia della flessione delle vocazioni, sia delle innumerevoli riduzioni allo stato laicale determinate dagli smarrimenti pre- e post-conciliari) è letteralmente travolto dalle incombenze pastorali, non si vede perché tali patrimoni archivistici non vengano depositati presso quelle strutture pubbliche create - nell’interesse di ’tutti’ - per la conservazione e la consultazione del materiale documentario che vi è conservato.

Ulteriore, elementare, ma - a quanto sembra - non altrettanto ovvia osservazione è che i beni culturali cosiddetti ecclesiastici sono proprietà non del clero, ma della chiesa, quindi anche dei fedeli. Non esistendo nell’ambito di quest’ultima forme e strutture amministrative o rappresentative dei fedeli stessi per una gestione culturalmente avvertita e comunitarimente trasparente di tale patrimonio (come lo erano le "opere" o le "fabbricerie", esistite con validità civile, giurica dal Medioevo al concordato del 1929), non si vede come tale compito non possa e non debba essere esercitato da quegli istituti pubblici, statali, esistenti in quanto prefigurati e regolati da leggi che i cittadini medesimi si sono date. È anzi sorprendente come il clero non riesca ancora oggi a concepire il pubblico ufficio come una struttura ’anche al suo servizio.

Certo, è storicamente più che giustificata la diffidenza, l’estraneità o l’insoddisfazione del cittadino nei confronti di questo Stato italiano e delle sue strutture, per lo più arcaiche, fatiscenti, inefficienti, lente, paralizzanti, onerose, insufficienti. Ma non è men vero che questo deplorevole stato di cose è anche storicamente frutto di plurisecolari prevaricazioni clericalesche e, in tempi a noi più prossimi, del valoroso contributo di "cattolici", politicamente o meno impegnati.

Altra materia di considerazioni è quella in ordine alla storia della cultura.

È infatti fuori di dubbio che al tutela rigorosa e il restauro storico-filologico sono caratteristica dei nostri tempi nel rapporto con i manufatti storico-artistici del passato; ed è altrettanto certo che il concerto e la prassi del restauro mutano nel tempi: si affinano i procedimenti, si arricchiscono le conoscenze e le esperienze, si moltiplicano le occasioni di verifica e di confronto, , si allarga il campo dell’attenzione; fino ad una dozzina d’anni addietro, ad esempio, non si prestava attenzione al recupero del "temperamento" antico nell’accordatura degli organi; ed è di questi ultimissimi tempi l’adozione della camera a gas anche in campo organario quale mezzo di disinfestazione dal tarlo delle parti lignee.

Tutte materie, come ognun vede, oggetto e fonte di studio, di ricerche, di dibattiti, di pubblicazioni; tutte cose cui certo il clero non è istituzionalmente tenuto né attrezzato.

Ma in ordine a quella stessa storia della cultura sarà lecito discutere e avanzare riserve in merito a scelte storicamente determinate della gerarchia: l’immagine, ad esempio, di una chiesa (come edificio), sobria, povera di immagini e di decorazioni non è - come si pretende da qualcuno - una reazione al tardo romanticismo, ma è piuttosto figlia proprio di quel romanticismo soggettivista che ha scarnificato la fede riducendola a "sentimento" e a fatto privato di coscienza, negando di fatto il concetto stesso di "religione" come rapporto oggettivo con il trascendente e demotivandone di conseguenza le manifestazioni esteriori.

Altrettanto discutibile che il rito si debba ridurre ad un fatto prevalentemente verbale, ossessivamente amplificato da microfoni e altoparlanti, impoverito di segni e di immagini, di valori estetici e simbolici, musicali, gestuali ecc., in un curioso, imprevedibile revival illuministico, in contrasto con tutta una ben radicata tradizione della nostra cultura, cui in definitiva si riconnettono da un lato la forma dialogica della filosofia platonica e dall’altro la struttura narrativa per parabole del testo evangelico.

Così come la celebrazione oggi di moda "versus populum" non è certo fondata sulla tradizione più autorevole e più antica, se fin dalle venerande cosiddette "Costituzioni Apostoliche" era tassativamente prescritto che celebrante e fedeli fossero rivolti ad oriente, per le ovvie implicazioni simboliche. E certo anche la scelta della casula al posto della pianeta non può non essere considerata altro che un’estetizzante indulgenza al mito tutto romantico del "medioevo" come epoca religiosa e del "romanico" come stile "sacro" (addirittura per bocca di Paolo VI, "mistico") per eccellenza!

Forse non era mai accaduto che la chiesa dovesse misurarsi con il giudizio in sede di storia della cultura, per secoli essendo stata essa stessa matrice di cultura; ma da quando ha cessato di svolgere questa funzione è andata anche scemando la sua credibilità (per usare un termine oggi di moda), essendo venuto meno l’oggettivo metro di valutazione del proprio ’modus operandi’ in seno all’umano consorzio.

La confezione di modelli sentimentali evasivi o fittizi o perlomeno di puro riferimento interno all’istituzione stessa - "exempli gratia" il liturgico (o la trilogia, ormai classico, di "bibbia, liturgia e terzo mondo") - non è certo idonea e sufficiente a reggere l’impatto con la cultura spesso ostile del mondo moderno; di qui il patetico smarrimento, l’acritico assorbimento o il disinvolto opportunismo di tanta parte del clero e del cosiddetto "mondo" cattolico.

In simile contesto non è certo tollerabile che gli organi antichi continuino ad essere vittima di mutevoli umori liturgici, quando per lunghi secoli essi hanno egregiamente svolto le loro funzioni; che poi l’attuale mutevolezza sia il segno di una chiesa - come qualcuno suppone - "più pura, più santa e più evangelica" di quella anteriore al Concilio Vaticano II è soltanto indice di confusione associata ad una presunzione d’orgoglio luciferino, purtroppo priva di concreti riscontri oggettivi.

mercoledì 27 marzo 2013

La crisi della musica liturgica è anzitutto la crisi della liturgia stessa




Gentili lettori,

prima di difendere a spada tratta il canto gregoriano contro il repertorio del Gen Rosso o del Rinnovamento nello Spirito Santo (RNS), prima di sbraitare davanti al parroco se zittisce l'organo a favore della chitarra, prima di lamentarci col vescovo che vieta alla Cappella Musicale della sua Cattedrale il canto di un mottetto polifonico in latino... insomma, prima di suggerire ai preti quale sia la musica perfetta per il culto, vediamo noi stessi di conoscere meglio questa Chiesa di cui ci gloriamo di far parte e quali sono i problemi che la investono oggi!

In proposito anch'io, come il cardinale Joseph Ratzinger nel 1997, sono convinto che la crisi ecclesiale (e dunque pure della musica cultuale) sia dovuta innanzitutto al crollo della liturgia:

«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?» (J. Ratzinger, La mia vita: ricordi, 1927-1977, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, p. 113).


Non siete d'accordo anche voi?!

Per questo invito tutti a leggere pazientemente, benché di argomento non prettamente musicale, il saggio intitolato Cosa divide la Chiesa. La riforma liturgica postconciliare tra abusi e teoremi, resistenze e indulti di don Nicola Bux (sacerdote della diocesi di Bari e Consultore Congregazione Cause dei Santi e Dottrina della Fede), che approfondisce le ragioni di questa crisi che ha investito la liturgia nel postconcilio: così si comprenderà meglio che, alla fine, è inutile lamentarsi, ma è sufficiente fare quel poco che si riesce a fare nel proprio piccolo, ma soprattutto tentare di ri-coagulare le forze e le opinioni affinché i musicisti (organisti e direttori di coro) professionisti, riuniti in forza univoca, entrino ufficialmente in dialogo con la Chiesa cattolica in Italia (in particolare con l'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana) per offrire un contributo competente al miglioramento della qualità della musica cultuale in cambio di una civilmente onesta remunerazione.

Con l'occasione, ringraziando per la cortese attenzione, auguro a tutti buona Pasqua.

Paolo Bottini

giovedì 20 dicembre 2012

Il nascondimento del musicista di chiesa




Gentili lettori,

secondo Benedetto XVI «vi è una ragione in più per ritenere che sia nuovamente l'ora di trovare il vero distacco del mondo, di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa» [citazione tratta da qui].

Ebbene, permettetemi di suggerirvela una cosa mondana che dal culto andrebbe tolta immantinente: la visibilità ai fedeli di tutti coloro che fanno canto e musica in maniera specialistica!

A mio parere, il fedele che partecipa al culto divino nella Chiesa cattolica non dovrebbe essere turbato dal fare umano dei ministri del canto e della musica, perché tutto deve tendere verso Cristo Eucaristia!

Non includerei, naturalmente, in questo repulisti la figura del cantore-salmista, vero e proprio ministero (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano 61, 102) il quale deve proclamare in canto la Parola di Dio davanti al popolo per essere ben inteso (anche se, grazie all'ausilio - ovvero presenza ingombrante, fuorviante, distorcente, allucinante - dei sistemi d'amplificazione elettrica della voce... a che serve essere visti al fine di essere meglio intesi?! Ma questo è altro argomento...).

Invece dico: via dalla vista dei fedeli - perché a mio parere sommamente fuorviante per un necessario raccoglimento davanti al mistero eucaristico - direttori di coro che si sbracciano in maniera più o meno pittoresca, di coristi bocche che si contorcono curiosamente e corpi che ondeggiano ritmicamente, organisti che s'agitano su tastiere e pedaliere manovrando altresì misteriosi comandi di un'astronave di placchette bottoni e lucine!!

Ogni cosa che tolga lo sguardo all'Eucaristia - compresa l'ambigua faccia del prete costantemente rivolta verso i fedeli (ma qui si aprirebbe un dibattito che esula dal nostro campo...) - dovrebbe essere eliminata: a questo proposito vedete come la moderna architettura "sacra" tenda all'essenziale, invece all'opposto le nostre messe si riempiono di parole inutili, didascalie verbo-gestuali che non sono altro che pleonasmi.

Per questo una volta le cantorie erano sapientemente occultate da grate lignee... diamine, è tanto semplice: vi siete mai chiesti perché nel teatro d'opera l'orchestra è nascosta al pubblico?!... È la "scena" del Sacrificio Eucaristico che deve attirare tutta la nostra attenzione, non il curioso agitarsi della "macchina-orchestra" di organisti, coristi, animatori etc.!

Detto ciò, capirete che non suona affatto come desueta, dopo quasi 110 anni, la raccomandazione di Pio X, nel suo motu proprio sulla musica sacra, che reputava «conveniente che i cantori, mentre cantano in chiesa» non solo «se trovansi in cantorie troppo esposte agli occhi del pubblico, siano difesi da grate» ma addirittura «vestano l’abito ecclesiastico e la cotta» (quest'ultima raccomandazione è ancora oggi regola nella basilica di S. Pietro in Vaticano, ad esempio, ove invece la prima è anche lì regolarmente disattesa).

E ancor meno desueta la drastica raccomandazione di S. Girolamo, commentando Efesini 5,9:

«I giovani che nelle chiese attendono al servizio delle salmodie, devono sapere che non si deve cantare per Dio con la voce, ma con i cuori; non spalmare la gola e la voce con medicamenti, siccome si usa fare nei teatri, così che in chiesa risuonino teatralmente melodie e canzoni tornite» [§]


Allora, cari lettori, siete pronti per tirar cortine sulla balaustra della cantoria oppure a spostare la consolle dell'organo dietro l'altare?!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

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[§] S. Girolamo, Commentariorum in epistolam ad Ephesios III, 5, in Patrologia Latina XXVI, p. 528, par. 652; traduzione italiana citata in: Joseph Ratzinger, Fondamento teologico della musica sacra - Cenni riassuntivi della disputa postconciliare sulla musica sacra, in La festa della fede, Jaca Book, 1983, testo completo cliccando qui.