Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

______________

Visualizzazione post con etichetta culto divino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta culto divino. Mostra tutti i post

mercoledì 6 settembre 2023

Lo spazio dell'organo a canne (e dell'improvvisazione organistica) nel culto odierno della Chiesa cattolica [di p. Pellegrino SANTUCCI]


 
Paolo Bottini all'organo positivo di scuola napoletana settecentesca 
custodito nella basilica di Santa Maria di Campagna in Piacenza

[…] L'organista di chiesa, […] messo alle strette da imprevedibili esigenze di servizio, non può certo limitarsi al ruolo di semplice accompagnatore. Il culto odierno della Chiesa cattolica non è certo stimolo alla fantasia, ma caso mai alla sua compressione. Oggi si parla molto di fantasia e creatività liturgiche e le intenzioni potrebbero essere buone se la realtà non le sconfessasse. Peccato che in quest'ansia creativa l'organo trovi sempre meno spazio e, guarda caso, proprio nel momento in cui i giovani (questi giovani!) lo richiedono sempre più con insistenza.

Quali le prospettive dell'organista-improvvisatore nel nuovo corso liturgico? Siamo onesti e sinceri: volendo sarebbero tante, ma dovendo il più delle volte cozzare contro l'ottusità e la saccenteria di chierichetti in fregola di avventure musicali, «organa silent» (tacciono gli organi) e urlano i beoti tra strepiti di batterie e canti di efebi. È previsto che l'organista possa suonare in libertà prima e dopo la Messa (cioè a chiesa vuota! E sarebbe come fare un'omelia prima e dopo la Messa), poi all'Offertorio, ma sempre con «licenza delli superiori», cioè del pretino che vuole parlare durante «tutta» la Messa. Può suonare, ma con sottofondi, come si fa con la réclame ai dentifrici in TV, durante la recita del Canone. Alla Comunione, finalmente, gli si dà un po' di tempo. Nonostante queste remore, inventate chissà da chi, nelle chiese dove l'assemblea canta o bela, l'organista può prodursi in preludi, interludi, postludi brevi, sul tipo del versetto per introdurre, intercalare o concludere il canto. Non c'è dubbio che questi potrebbero essere momenti opportuni per improvvisare, proprio nello spirito della liturgia di sempre. Il preludio al Corale delle chiese protestanti, ma anche cattoliche, è lo stimolo più efficace per l'Improvvisazione. Quando questo Corale, o Inno, o Canto genericamente inteso prevede più strofe, è quanto mai opportuno che l'irganista lo vivacizzi con interludi. Se poi il tempo lo consente, la conclusione con postludio sarebbe più che pertinente, ma in questi casi occorre una collaborazione fra ministri, ministranti e «ministresse» tutt'altro che facile da raggiungere. Gli appelli al buon senso per ora hanno dato scarsi risultati. C'è solo da sperare che la noia di certi riti, divenuti già ritualismi, sia la medicina più efficace per quegli zeloti che umiliano l'arte in nome di riforme cervellotiche e assurde.

Per fortuna i concerti d'organo sono oggi una consolante realtà, nemmeno ipotizzabile fino a venti anni fa, almeno qui in Italia. Si avverte in questi concerti una più pronunciata coscienza musicale nel pubblico e di pari passo, anche se con fatica, un impegno sempre più positivo di giovani organisti che stanno guadagnando il tempo perduto dai loro predecessori. Ma non bisogna farsi illusioni e non confondere i «revivals» o le mode con la maturità della gente; quindi darsi da fare per restituire all'organo le sue funzioni legittime nel luogo, nel tempo e nel modo che gli furono congeniali, in quel contesto liturgico per il quale sommi musicisti scrisse pagine immortali di struggente commozione. Il «suspendimus organa nostra» degli Israeliti deportati in Babilonia sia solo il ricordo, il triste ricordo, di una stagione di follie che deve passare: sarebbe un insulto atroce alla civiltà, all'arte, alla cultura, oltre che alla millenaria saggezza di quella Chiesa che, col Vaticano II ha rivalutato l'Organo e per di più proprio l'Organo a canne («Organum tubulatum») ma che l'anarchia del post Vaticano II ha già bruciato fra le fiamme di un riformismo fanatico e lunatico in cui la musica è mortificata, soffocata, banalizzata fino al ridicolo.

È già stato scritto da altri più autorevoli di me e per questo lo posso ripetere con tutta tranquillità: «La vecchia liturgia cattolica ha fatto arrabbiare tanta gente, ma non ha mai fatto ridere nessuno» (da: Vittorio Giovanni Rossi, Il morto è tutto contento d'esser morto, periodico «Epoca», 26 Settembre 1971).

Niente di peggio che il ridicolo per squalificare un uomo o una istituzione. Ma io, nonostante tutto, ho fiducia e spero quindi che la sconfitta del dilettantismo orgoglioso e provocatorio sia inesorabile. Non è credibile che l'attuale ubriacatura che mortifica la musica e che ha dato l'ostracismo all'Organo o al Canto Gregoriano (questo veramente ormai sepolto) possa durare oltre. Anche il conformismo ha la sua stagione di stanchezza: già se n'avvertono i sintomi.

Tutto questo per l'organista liturgico, oggi ancora chiamato in causa come improvvisatore: per gli altri, libertà, opportunità, capacità e fantasia non dovrebbero conoscere confini!...


- testo tratto da: Pellegrino SantucciConsonanze e dissonanze, pro manuscripto, Bologna 1993, pp. 265-267

venerdì 28 luglio 2023

La sacra liturgia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa

 


Nel volume La sacra liturgia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa sono riportati gli atti di un convegno che si tenne a Roma dieci anni fa: venti liturgisti di fama internazionale, cardinali, vescovi e altri studiosi, provenienti da tutto il mondo, indagarono sulla centralità della liturgia e sul ruolo che essa riveste nella missione della Chiesa. 

Il libro approfondisce vari temi legati alla liturgia: l’arte liturgica, l’architettura, l’ars celebrandi, la musica; esplora l’importanza del rituale nella psicologia umana, il ruolo dei vecchi riti liturgici nella nuova evangelizzazione, la formazione liturgica, la legge liturgica, il ruolo del vescovo diocesano in materia di liturgia. Dal volume emerge come la Sacra liturgia sia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa e come essa sia una risorsa fondamentale per la formazione del clero, dei religiosi e dei laici.

Per chi ancora crede nella centralità del culto divino nella vita della Chiesa... nonostante il «crollo della liturgia» denunciato ormai nel 1997 dal cardinale Joseph Ratzinger!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, il 28 luglio 2023, Johann Sebastian Bach in memoriam

sabato 12 dicembre 2020

Abbasso il pop liturgico!




Gentili lettori,

eccovi in calce spiegato perché la musica ammiccante allo stile della musica "pop" non dovrebbe essere ammessa nel culto divino!

Introducendo musica "mondana" nel culto, si creano giocoforza partiti che tifano per essa contro altri che tifano per la musica ufficiale ammessa nella liturgia, ovvero il canto gregoriano, la polifonica sacra e la musica d'organo: questo non va bene, ovviamente, perché crea dissapori non indifferenti proprio in quell'ambito della vita della Chiesa che è «culmine e fonte» della vita cristiana stessa, ovvero la liturgia!

Parola di Joseph Ratzinger!

Cordialmente vostro


Cremona, il 12 dicembre 2020

* * *


[Un] grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche.

Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati.

Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti.

Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. 

In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita.

Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II.


(Joseph Ratzinger, La mia vita - Ricordi (1927-1977), San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 113-115)
 

sabato 3 ottobre 2020

Musica santa, bella, universale


Gentili lettori,

poco più di un anno fa Papa Francesco incontrò a Roma le scholae cantorum affiliate all'Associazione Italiana Santa Cecilia rivolgendo loro il discorso che si può integralmente leggere cliccando il seguente collegamento internet.

Desidero commentare alcune sue raccomandazioni (che non dicono - purtroppo - nulla di nuovo, solo ribadiscono alcuni concetti da tempo tanto consolidati... quanto disattesi nelle nostre parrocchie!):

- « [...] la Liturgia è la prima “maestra” di catechismo».
    Certo, come insegna "Sacrosanctum concilium" n. 10, la Liturgia è «il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia»... Quante e quali energie vengono messe in campo dai vostri parroci a favore del culto divino (ancor prima che del canto e della musica) ?! ...

- «Una bella e buona musica è strumento privilegiato per l’avvicinamento al trascendente, e spesso aiuta a capire un messaggio anche chi è distratto».
    Che qualcuno ci venga finalmente a dire quali sono le caratteristiche di una "bella" e "buona" musica, in modo da avere qualche parametro pratico per la scelta dei repertori vocali e organistici!

- Papa Francesco raccomanda di fare in modo che il canto sia «parte integrante della Liturgia» e tragga la sua ispirazione «al modello primo, il canto gregoriano».
    Sappiamo bene tutti quanto il canto gregoriano sia negletto nelle nostre parrocchie (se qualcuno sapesse che l'Alleluja "delle pietre" fa parte del repertorio gregoriano... verrebbe abolito!!), quanto meno dovrebbe essere tenuto in considerazione dai compositori di nuove melodie per il canto liturgico...

- Il punto sostanziale del discorso di Papa Francesco alle scholae cantorum dell'AISC mi pare tuttavia il seguente: «Non una musica qualunque, ma una musica santa, perché santi sono i riti; dotata della nobiltà dell’arte, perché a Dio si deve dare il meglio; universale, perché tutti possano comprendere e celebrare. Soprattutto, ben distinta e diversa da quella usata per altri scopi».
    Io penso che questi alti concetti di santità, bontà e universalità della musica sacra, mutuati da san Pio X, attendano ancora oggi di essere meglio specificati nel nostro operare ecclesiale: non parliamo della musica organistica (perché sicuramente, ad esempio, la musica per organo di Olivier Messiaen è buona e santa, dato che è intrisa di riferimenti cattolici... provate però a suonare a messa una delle sue composizioni e provate un po' ad immaginare quali potrebbero essere le reazioni del prete e della gente), ma limitandoci al canto liturgico, chi avrà mai il coraggio di stabilire quale canto è santo e quale no, quale ritornello è artistico e quale no, quale acclamazione è universale e quale no... San Paolo VI il 15 aprile del 1971 alle religiose addette al canto liturgico ammoniva: «Non tutto è valido, non tutto è lecito, non tutto è buono. Qui il sacro deve congiungersi con il bello in una armoniosa e devota sintesi». Se questo è vero, mi sembra evidente che qualcosa dovrà essere scartato... La domandona è questa: posto che le linee-guida ufficiali per la scelta dei repertori di canto liturgico esistono e che, come dice Papa Francesco, la musica per il culto divino deve differenziarsi da quella usata in altri contesti, lo stile melodico che ammicca al pop e alla musica cosiddetta "leggera", è ammissibile nel culto divino?!

Grazie per la vostra cortese attenzione e auguri di buona musica a tutti!

Paolo Bottini

Cremona, il 3 ottobre 2020, vigilia della festa liturgica di san Francesco d'Assisi

sabato 7 marzo 2020

L'istruzione «Musicam sacram»: questa sconosciuta...



... inapplicata perché dai più misconosciuta: è l'istruzione «Musicam sacram» promulgata il 5 marzo del 1967!

Anzitutto bisognerebbe che qualcuno ci dicesse quale sia l'effettivo valore magisteriale di una semplice "istruzione" promulgata da una Congregazione vaticana che, comunque , non impone obblighi né vincoli di sorta grazie ai suoi prudenti "sperare", "proporre", "sforzarsi", "è bene", "conviene", "è opportuno", "si preferisca", "si consiglia"...

I vescovi italiani, invece, riguardo canto e musica per il culto divino, dovrebbero fornire - finalmente - precise e comuni regole liturgico-musicali di base cui ogni sacerdote, in tutte le diocesi, dovrebbe attenersi!

Io credo che ci illuderemmo a pensare che la Chiesa italiana veramente arrivi ad "obbligare" a fare una cosa ben precisa in questa materia, quando la stessa succitata istruzione recita in incipit così:

- «È lecito SPERARE che i pastori d’anime, i musicisti e i fedeli, accogliendo volentieri e mettendo in pratica queste norme, uniranno, in piena concordia, i loro sforzi per raggiungere il vero fine della musica sacra "che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli"».

Voglio dire che il legislatore, in partenza, non ha voluto affatto legiferare... bensì semplicemente dare paterni consigli (che, come insegna la parabola del figliuol prodigo, possono essere tranquillamente disattesi)!


Vi saluto con affranta devozione.


Cremona, il 6 marzo 2020
p.s.: per il 50° della "Musicam sacram" Papa Francesco aveva pronunciato parole di circostanza che v'invito a leggere ed eventualmente a commentare in rete nel forum di "Organi & Organisti"



domenica 17 marzo 2019

Il problema del (mancato) giusto compenso i musicisti di chiesa (professionisti) in Italia



È ben noto il problema del (mancato) giusto compenso ai musicisti (professionisti) che prestano la loro opera per la Chiesa cattolica in Italia: una questione che ha le radici nella mancanza di cultura ma anche in un fraintendimento dell’idea di volontariato.

L’idea che il talento possa essere inquadrato nell’ambito del volontariato è un’idea falsa. Il volontariato è certamente una modalità possibile per coloro che vogliono usare i propri talenti, ma non è, e non può essere, una modalità esclusiva. La nostra grande tradizione [...] è stata creata dal talento di artisti sostenuti dal denaro dei committenti e molto spesso si trattava di committenti espressione della Chiesa cattolica. Tutto ciò per un motivo molto semplice: anche gli artisti hanno il diritto di vivere.

Sembra veramente strano che si debba ripetere una cosa così banale come il fatto che l’operaio, colui che opera, ha diritto alla giusta mercede. [...] perché tra i cattolici si fa fatica a capire che chi presta un’opera qualificata deve essere compensato per farlo? [...]

Spesso sacerdoti e religiosi affermano che coloro che fanno servizio musicale nel culto divino dovrebbero donare volentieri le loro abilità al servizio della comunità, senza chiedere nulla in cambio. Ma perché [...] non affermano lo stesso a proposito di medici, avvocati e altri professionisti? Forse non hanno letto San Paolo, là dove dice un operaio merita la sua ricompensa? E perché la Santa Sede pretende la gratuità dal musicista ma non [...] dal fioraio, dal cerimoniere e da tutti coloro che si occupano di preparare le funzioni e la liturgia? [...]

La causa principale dell’intero problema è il basso livello di cultura da parte delle persone che reggono le sorti della Chiesa e anche di coloro che la frequentano regolarmente, un fenomeno relativamente nuovo che si riflette su ciò che i committenti sono disposti a pagare per l’opera prestata! [...]


- per leggere l'articolo completo cliccare QUI