Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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sabato 14 maggio 2022

- «... scusa, ma tu che LAVORO fai?» - «L'ORGANISTA» - «No, intendo cosa fai per guadagnarti da vivere!»

 

[Angelo con organo portativo (cupola della chiesa di S. Maria in Organo a Verona; foto di Elena Bugini)]


- «... scusa, ma tu che LAVORO fai?» - «L'ORGANISTA» - «No, intendo cosa fai per guadagnarti da vivere!»


Giusto vent'anni or sono il M.° Mario Verdicchio, docente di Organo Principale presso il Conservatorio di Musica di La Spezia, si faceva promotore, assieme a due colleghi del medesimo Istituto, di una "lettera-petizione" a favore della stipula di un Contratto Nazionale di Lavoro per Musicisti di Chiesa, lettera che fu sottoscritta da 449 persone.

L'antefatto da cui scaturì questa iniziativa era il seguente: nel febbraio del 2002 l'AIOC (Associazione Italiana Organisti di Chiesa) era giunta a Roma al tavolo della tanto sospirata firma del suddetto contratto (era lo scopo per cui il sodalizio nacque nel 1994 a Pistoia), ma nell'imbarazzo generale tutto fu bloccato proprio seduta stante a motivo, sostanzialmente, della debole rappresentatività dell'AIOC presso la CEI: ci consideravano un misero mucchietto di organisti contro una falange di parroci!

Nel frattempo si sono diffusi nei Conservatori (per gli auspici della CEI stessa risalenti già al 2001!) corsi accademici professionalizzanti di organo ad indirizzo liturgico, con la sempre più evidente impossibilità per i neo-laureati di aspirare a svolgere un incarico professionale regolarmente retribuito presso qualsivoglia ente ecclesiastico (con qualche eccezione, in diverse parrocchie di Milano, ad esempio, o in qualche Cattedrale che sia gestita non direttamente dal Vescovo bensì da una Fabbriceria o da un'Opera)!

Se la professionalità dei musicisti nel culto divino della Chiesa cattolica non è indispensabile (come pare evidente a tutti, dato che i musicisti professionisti regolarmente assunti a contratto e pagati in Italia non sono la regola ma l'eccezione)... cui prodest?!

E dunque la massima «Chi serve l'altare, viva dell'altare» (san Paolo) non vale per l'organista?...

Per leggere il testo della lettera-petizione e vedere l'elenco dei sottoscrittori (nonché, eventualmente, commentare su Facebook), cliccare il seguente collegamento internet https://www.organieorganisti.it/il-mestiere-dell-organista-di-chiesa-professionista-lavoro-o-volontariato .

sabato 7 marzo 2020

L'istruzione «Musicam sacram»: questa sconosciuta...



... inapplicata perché dai più misconosciuta: è l'istruzione «Musicam sacram» promulgata il 5 marzo del 1967!

Anzitutto bisognerebbe che qualcuno ci dicesse quale sia l'effettivo valore magisteriale di una semplice "istruzione" promulgata da una Congregazione vaticana che, comunque , non impone obblighi né vincoli di sorta grazie ai suoi prudenti "sperare", "proporre", "sforzarsi", "è bene", "conviene", "è opportuno", "si preferisca", "si consiglia"...

I vescovi italiani, invece, riguardo canto e musica per il culto divino, dovrebbero fornire - finalmente - precise e comuni regole liturgico-musicali di base cui ogni sacerdote, in tutte le diocesi, dovrebbe attenersi!

Io credo che ci illuderemmo a pensare che la Chiesa italiana veramente arrivi ad "obbligare" a fare una cosa ben precisa in questa materia, quando la stessa succitata istruzione recita in incipit così:

- «È lecito SPERARE che i pastori d’anime, i musicisti e i fedeli, accogliendo volentieri e mettendo in pratica queste norme, uniranno, in piena concordia, i loro sforzi per raggiungere il vero fine della musica sacra "che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli"».

Voglio dire che il legislatore, in partenza, non ha voluto affatto legiferare... bensì semplicemente dare paterni consigli (che, come insegna la parabola del figliuol prodigo, possono essere tranquillamente disattesi)!


Vi saluto con affranta devozione.


Cremona, il 6 marzo 2020
p.s.: per il 50° della "Musicam sacram" Papa Francesco aveva pronunciato parole di circostanza che v'invito a leggere ed eventualmente a commentare in rete nel forum di "Organi & Organisti"



mercoledì 1 maggio 2019

L'organista "ministro" della musica



Gentili lettori,

vedete bene ormai tutti voi che al clero italiano non sta particolarmente a cuore il problema (perché di "problema" si tratta) della musica cultuale... figuriamoci quello dei ministeri liturgici laicali: per qualsiasi ruolo liturgico (lettore, accolito, salmista, cantore, organista) regnano sovrane l'improvvisazione e il pressappochismo!

Tuttavia il sacerdote cremonese Graziano Ghisolfi [*] ha ipotizzato, in un importante saggio (realizzato nel 2000 come tesi di compimento del Coperlim), il possibile percorso che porterebbe al riconoscimento ministeriale ed economico della figura dell'organista o, come da egli definita traducendo letteralmente dall'usato termine tedesco, del "Cantore" nel senso di responsabile del canto e della musica a livello liturgico-pastorale.

Cliccando https://www.organieorganisti.it/ruolo-pastorale-organista-chiesa-liturgico-ghisolfi si potrà leggere un estratto del lavoro del mio egregio concittadino...

Buona lettura e lieto di ricevere eventualmente il vostro parere in proposito.

Cordiali saluti

Paolo Bottini


Cremona, il 1° maggio 2019


[*] Don Graziano Ghisolfi, nato a Cremona nel 1963, ha intrapreso gli studi musicali presso la Civica Scuola Musicale “Claudio Monteverdi” di Cremona seguendo il corso di Pianoforte Principale del M° Fabrizio Garilli. Dopo gli studi classici e teologici ha approfondito la propria preparazione conseguendo il diploma in Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio “A. Boito” di Parma. Si è successivamente perfezionato con S. Korn, M. Mungai e M. Berrini. Parallelamente ha conseguito il Diploma al Corso di Perfezionamento Liturgico-Musicale della Conferenza Episcopale Italiana (riconosciuto dalla Pontificia Università Lateranense di Roma) e, ultimamente, il Diploma in Formazione e Direzione di Coro Liturgico, sempre della Conferenza Episcopale Italiana. Collabora stabilmente con l’Ufficio Liturgico Nazionale in veste sia di cantore che di direttore di coro nella preparazione degli eventi della CEI. Pur impegnato nella pastorale, è insegnante presso la Scuola Diocesana di Musica Sacra “Dante Caifa” di Cremona, Responsabile della sezione “Musica per la Liturgia” dell’Ufficio Diocesano per il Culto Divino e Direttore del Coro della Cattedrale di Cremona.


domenica 29 aprile 2018

L'ORGANISTA IN CHIESA: da una professionalità riconosciuta ad una ministerialità acquisita




L'ORGANISTA IN CHIESA: 
da una professionalità riconosciuta ad una ministerialità acquisita

di Vincenzo De Gregorio [*]


[...] il tentativo di comunicare argomenti sulla professionalità dell'organista in chiesa e sulla sua ministerialità, costituisce né argine né confine, piuttosto, si potrebbe pensare, palude, incertezza. Ciò soprattutto se si accompagnano con i termini professionalità e ministerialità, gli aggettivi riconosciuto ed acquisito."Riconosciuta": da chi? Da che? "Acquisita": dove e da chi? [...]

In Italia la professionalità del musicista, considerata come abilitazione all'esercizio della professione, è praticamente inesistente non richiesta attestarsi per l'esercizio della professione musicale, se non nell'ambito degli ordinamenti scolastici al fine di essere ammessi alla professione di insegnante di musica nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Tale situazione è comune a tutto il mondo della produzione artistica, ed è ovvio che sia così, visto che l'abilità e la capacità nell'ambito dell'arte non sono legate ad un percorso didattico definito e definibile.

Resta vero, però, che proprio per questo motivo, i percorsi formativi scolastici ed accademici o di Conservatorio, nell'ambito dell'esercizio artistico sono a volte la necessaria condizione per instaurare un rapporto di reciproco riconoscimento e fiducia tra chi richiede l'arte al servizio di un suo progetto o di una sua esigenza e di chi questa arte offre. L'universo tanto articolato e variegato delle arti nell'ambito del mondo dello spettacolo, quello che viene promosso in tutte le circostanze festive e celebrative è ricco di artisti che non sono impegnati perché possiedono un titolo di studio: sono artisti e basta. [...]

Le incertezze sul destino della figura professionale dell'organista in chiesa, incertezze per le quali non abbiamo, purtroppo, motivo di sperare dissoluzione nei tempi prossimi, sono motivate sia dallo stesso ordinamento dell'insegnamento musicale in Italia sia, per motivi ancor più cogenti, dalla prassi e dagli ordinamenti vigenti nella Chiesa italiana, prassi e ordinamenti che a questa professionalità non dedicano nessuna attenzione concreta, se non in sporadiche situazioni.

Quale sia la figura di organista alla quale riferirci per attribuirgli, oggi, un identità professionale, è molto incerto: l'incertezza nasce dalla stessa figura degli organisti nella storia della chiesa italiana: quali sono state le professionalità richieste? Quali sono state le esigenze e le attese, nella Chiesa, nei confronti degli organisti sia da parte dei responsabili sia da parte dei fedeli? [...]

[*] preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra e consulente musicale della Conferenza Episcopale Italiana

- per leggere l'intero articolo, cliccare il seguente collegamento




lunedì 4 luglio 2016

Preludi organistici ai canti... Gen!

Egregio M.° Bottini,

giusto il giorno di Pentecoste in parrocchia da noi c’era il vescovo a cresimare.

Il repertorio dei canti - completo appannaggio di adulti (genitori di bambini e ragazzi che frequentano la messa festiva) musicalmente, nonché liturgicamente, incompetenti - tutto sull’onda dello stile della canzone leggera...

Il sottoscritto all'organo fungeva da mero riempitivo, essendogli concesso di suonare, come ogni domenica, brevissimi preludi-intonazione ai canti stessi (quanto meno mi sento un piccolo Bach che suona choralvorspielen... ai canti Gen!!).
Non toccherebbe ad un Riccardo Muti deprecare questo repertorio e sgridare la Chiesa, bensì ai vescovi (e all’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI) dare più puntuali direttive... invece anch’essi seguono l’onda, perché mettere i puntini sulle "i" è impopolare e far crescere anche culturalmente - non solo nella fede - i fanciulli e gli adulti è cosa... da professionisti pretenziosi!

E allora avanti così! L’importante - nel baccano liturgico-musicale tanto desiderato - che passi il messaggio essenziale: il Signore è veramente risorto! Altrimenti che risuoni il divino rimprovero: «Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo» (Amos 5, 23)!

E giù applausi e battimani ritmati!

Grazie per la cortese attenzione.

Filippo Di Vittorio,
organista liturgico nella diocesi di Teggiano

lunedì 13 luglio 2015

Tariffario nazionale musicisti di chiesa



Gentili lettori,

qualche tempo fa mi avevano segnalato che, presso la diocesi di Caltagirone, l'economo diocesano aveva informato i parroci circa diverse cause penali perse dalla Chiesa verso persone che, pur avendo svolto un servizio regolare e continuativo presso le parrocchie (come sacristi, collaboratori, addetti alle pulizie etc.), non si erano mai viste corrispondere un compenso in denaro e/o l'assolvimento dei relativi oneri previdenziali.

Per questo l'economo aveva invitato i parroci a regolarizzare la posizione di questi collaboratori mediante contratto e contributi pensionistici, per evitare di incorrere nella denuncia di sfruttamento e lavoro nero.

I parroci presenti avevano contestato questo invito dicendo: «ma allora il volontariato dove va a finire?!».

L'economo aveva risposto che il volontariato è da intendersi non regolare e non continuativo, in tutti gli altri casi i parroci dovrebbero mettere in regola il collaboratore o altrimenti rifiutarsi di ricevere la prestazione.

Del resto, in questo senso, indicazioni specifiche sono state nel frattempo ufficialmente diramate dalla CEI nel vademecum La gestione e l'amministrazione della parrocchia in cui è espressamente suggerito che gli organisti e i direttori di coro possano essere inquadrati nel regime fiscale dei cosiddetti "contribuenti minimi".


Nonostante ciò sono ancora rarissimi oggi in Italia i casi in cui un organista o un direttore di coro viene assunto e pagato "in bianco" per svolgere servizio liturgico…

Fatto salvo che tale servizio può essere svolto anche gratuitamente (sia da professionisti che da dilettanti) e che ogni parroco possa decidere se pagare o no un musicista professionista, io proporrei che si istituisca finalmente anche in Italia un TARIFFARIO di riferimento per il pagamento degli onorari agli ORGANISTI e ai DIRETTORI di CORO professionisti che svolgono servizio liturgico, in modo che in qualsiasi diocesi un sacerdote onesto possa avvalersi di una tabella di riferimento per poter pagare un musicista provvedendo altresì all'assolvimento dei relativi oneri previdenziali, come del resto raccomandato nel Codice di Diritto Canonico.

Detto tariffario, di cui in calce espongo dettaglio, sarebbe valido solo per coloro che hanno conseguito un titolo di studio rilasciato da un Conservatorio di Musica o da un Pontificio Istituto di Musica Sacra (s'intende che chi non possiede un titolo di studio, o comunque un'abilitazione professionale, non possa nemmeno esercitare una professione).

Tuttavia, dato che non è scontato che un musicista professionista abbia cognizioni di liturgia, la Chiesa dovrebbe pagare di più coloro che hanno conseguito un titolo di studio con specializzazione liturgica (ciò è possibile naturalmente presso i Pontifici Istituti di Musica Sacra e, dal 2001, in alcuni Conservatori, ancora pochi purtroppo), oppure che abbiano conseguito un titolo di studio "tradizionale" ma che abbiano anche ottenuto il diploma Coperlim rilasciato dalla C.E.I. e/o un diploma rilasciato da un Istituto Diocesano di Musica Sacra.

Sarebbe così anche occasione per porre un livellamento dei compensi dati ai musicisti in occasione delle messe nuziali  soprattutto (ma, credo, anche esequiali), al fine anche di scongiurare certe speculazioni di sedicenti professionisti dell'organo che abitualmente ottengono più o meno lauti guadagni sapendo sfruttare il prestigio di certi luoghi di culto unitamente alla "titolarità" [*] del relativo organo indebitamente assunta o comunque alla loro popolarità di "maestri".

Inoltre, per chiunque desiderasse accedere a questo livello professionale riconosciuto, dovrebbe essere parimenti istituito un esame nazionale di abilitazione (molto duro!) con prove di accompagnamento, improvvisazione ed interpretazione, superato il quale si otterrebbe il titolo di "artista musicista del culto" col diritto ad entrare nell'albo dei musicisti di chiesa riconosciuti, albo che ovviamente verrebbe tenuto in considerazione, in via preferenziale, da qualsiasi ente ecclesiastico che voglia avvalersi di un musicista di chiesa "coi fiocchi"!
Insomma, un semplice onesto punto di riferimento affinché un parroco, da Aosta a Catania, possa dire al pretenzioso musicista di turno: "non posso pagarti di più: carta canta!", così come il musicista, da Catania ad Aosta, possa dire al pretenzioso parroco di turno: "reverendo, mi offre troppo poco: carta canta!"… fermo restando che un parroco sia sempre libero di decidere se pagare o no un musicista professionista così come se avvalersi o meno del medesimo oppure ancora decidere di pagare un dilettante!

Attendo volentieri qualsiasi osservazione.

Grazie per la cortese attenzione.


Cremona, il 13 luglio 2015

[*] vedasi in questo mio blog riguardo la questione della figura dell'organista "titolare"



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www.organieorganisti.it

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TARIFFARIO ARTISTI MUSICISTI DEL CULTO
I numeri s'intendono in euro e al netto di qualsiasi onere previdenziale previsto dalla legge.


CATEGORIA A:
DIPLOMA in ORGANO o in DIREZIONE DI CORO presso www.musicasacra.va o www.unipiams.org
o
DIPLOMA DI STATO in ORGANO per la LITURGIA o in DIREZIONE di CORO per la LITURGIA
o
DIPLOMA DI STATO in ORGANO o DIREZIONE DI CORO TRADIZIONALI + COPERLIM (cfr. http://win.organieorganisti.it/coperlim.htm) e/o DIPLOMA MUSICALE DIOCESANO

servizio sotto 1h15
50

servizio oltre 1h15 opp. sotto 1h15 post ore 20
60

servizio oltre 1h15 post ore 20
80

matrimoni o funerali
60

servizio terminato oltre le ore 24
110


CATEGORIA B:
DIPLOMA in ORGANO o in DIREZIONE DI CORO TRADIZIONALI

servizio sotto 1h15
40

servizio oltre 1h15 opp. sotto 1h15 post ore 20
50

servizio oltre 1h15 post ore 20
70

matrimoni o funerali
50

servizio terminato oltre le ore 24
100

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www.organieorganisti.it


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sabato 14 febbraio 2015

«L’organista si obbliga ad...» - Per un ripristino della figura dell’«organista titolare» in Italia




Gentili lettori,

cercate in rete le parole «organista curriculum» e noterete che raramente ne troverete uno che non contiene la dicitura «organista titolare» riferito al ruolo di organista che quel tal musico svolge a servizio (più o meno regolare, questo mai è dato saperlo) del culto in quella tal chiesa.

Ci pare che questo sia un vero e proprio abuso d’ufficio o, quanto meno, appropriazione indebita di titolo fasullo!

Infatti, mi pare che la definizione di «titolare» di un organo o di un ufficio liturgico dovrebbe essere propria solo di coloro che hanno ricevuto ufficialmente un incarico dal preposto parroco (o chi ne fa le veci) con relativa lettera di nomina (il che non presuppone che sia sottinteso né un regolare contratto di lavoro né, tanto più, una qualsivoglia forma di remunerazione).

In tutta Europa ogni chiesa ha sempre avuto un musicista responsabile della musica, che poteva essere un maestro di cappella o un organista oppure entrambi, anche fino a tempi molto recenti, come ci testimonia questo contrattino cortesemente segnalatomi da Mario Lanaro e riguardante una proposta di accordo effettuata a suo padre da parte del parroco di Malo:

Malo (Vicenza), 7 ottobre 1946 - Ill. Sig. [Severo] Lanaro, pregasi esaminare le condizioni da noi qui sotto esposte quale organista della Chiesa di Molina: l’organista si obbliga ad accompagnare le Messe nelle feste più solenni dell’anno, più la Domenica della sagra. Così il suddetto si obbliga di fare una prova prima dell’esecuzione di ogni Messa. Le prove che saranno necessarie saranno stipendiate a £ 25 l’ora. Per accompagnamento della Messa £ 400 ed un quintale di frumento ed un quintale di granoturco. Le Messe cantate sono diciotto. Se qualche volta potrà venire alle funzioni si farà contratto a parte. Ecco le condizioni, aspetto risposta se accetta prima ch’io metta in libertà l’organista attuale. Ossequi. Sac. Romolo Capozzo, Parroco della parrocchia di S. Maria di Molina in Malo.

Se tale comportamento era ritenuto norma anche in un paese di provincia, vien da chiedersi perché al giorno d’oggi nessun parroco nemmeno si sogna di proporre ad un organista una scrittura privata per stabilire doveri e diritti!

Ancor prima di toccare la questione della remunerazione – che di per sé rimane non obbligatoria per una parrocchia, così come nemmeno obbligatorio è dotarsi di organo e di organista – non sarebbe atto di civiltà giungere alla stipula di una convenzione nazionale in modo da stabilire norme comuni per l’individuazione del «titolo» di organista al servizio di una chiesa?

E, dato che la maggioranza degli organi nelle chiese italiane ricade sotto la tutela di un’apposita legge dello Stato, ci pare che risulti vieppiù urgente la nomina, di concerto magari con le competenti Soprintendenze regionali, di un vero e proprio «organista titolare» nelle chiese che custodiscano strumento di interesse storico-artistico, ad onta del fatto che la vera qualità della musica cultuale e del canto liturgico non interessa se non ad una minoranza tra i pastori d’anime!

Dunque: alla Chiesa italiana non importa che si faccia dignitosa musica e canto nelle attività di culto per mezzo di musicisti competenti? Allora che ai musicisti competenti venga affidato innanzitutto l’ufficio di «organista titolare» responsabile della valorizzazione dello strumento musicale organo tramite audizioni pubbliche e/o private, nonché della sua conservazione quale bene culturale, ovvero della sua manutenzione ordinaria (suonarlo dieci minuti a settimana, tenere pulito e in ordine lo strumento, tener lontani topi, ghiri, piccioni e... cialtroni incompetenti e boriosi!) e straordinaria (una revisione generale ogni dieci anni: la gente non si rende conto che l’organo è una macchina che abbisogna di fare periodici “tagliandi”, non come un quadro o una statua che bastano di una spolverata pasquale e via!).

All’organista «titolare», ufficialmente nominato a svolgere detti incarichi, competerebbe altresì il ripristino di quella onesta pratica, pure oggi dismessa, del collaudo ufficiale di uno strumento nuovamente costruito o di un antico restaurato prima che venga riconsegnato, chiavi in mano, al responsabile della chiesa ove è custodito.

Riassumendo: che non accada più, grazie alla ufficializzazione della figura di «organista titolare», di dover vedere un organo, bene storico e artistico da tutelare assieme a tutti gli altri, deperire per colpa del disinteresse di un parroco e/o di una comunità parrocchiale e/o di un pigiator di tasti della domenica!

Rimane tuttavia un quesito: siccome ben raramente un parroco accetterebbe siffatto “contratto” con un organista senza adeguati stimolo e supporto istituzionali provenienti dai “piani alti”, bisognerebbe far partire il processo da parte di due soggetti a livello nazionale che stipulino un accordo valido su tutto il territorio nazionale: dunque, chi dovrebbero essere questi due soggetti? Lo Stato e la Chiesa? Lo Stato e un’associazione professionale di organisti? Oppure i tre citati assieme? Aqui està el busillis! Dios nos valga!

sabato 18 ottobre 2014

l'Otto-per-mille agli organisti ?!




Al cortese lettore.

Nulla è stato fatto (nemmeno detto) per gli organisti nel recente convegno di musica sacra promosso dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana a Salerno [*] !

Sarebbe stato sufficiente prendere in carico la discussione circa la possibilità di attuare quanto saggiamente proponeva - ormai nel lontano 1999 - don Marino Tozzi, responsabile della Commissione di Musica Sacra della diocesi di Forlì-Bertinoro, di cui sotto riporto dettaglio!

La ripresa di un eventuale dialogo tra musicisti di chiesa e CEI dipende unicamente dal rinnovato sodalizio professionale dei primi!…

Meditate, gente…

Paolo Bottini

Cremona, 18 ottobre 2014

[*] cronaca del convegno (con possibilità di scaricare quasi tutte le relazioni)

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Una proposta di don Marino Tozzi, da La musica sacra e l’otto per mille, in «Bollettino Ceciliano» 1999/4, pp. 111-112:

Un contributo-incentivo della CEI dai fondi dell’8 per mille alle chiese cattedrali (o altre chiese scelte dal vescovo) prive di maestro di cappella (e/o organista) regolarmente stipendiato se decidono di assumerlo con queste condizioni:

- un regolare concorso per titoli o esami che comprovi l’effettiva preparazione musicale e liturgica;

- impegno di chi viene assunto a costituire una Schola cantorum e ad assicurare il servizio secondo un clendario annuale prestabilito;

- un compenso ipotetico di un milione di vecchie lire [§] al mese, quale stipendio-base: da completare da parte dell’ente ecclesiastico interessato attraverso integrazioni, emolumenti per celebrazioni, alloggio gratuito. [...]

Nell’attuale panorama di squallore e nel clima di disarmo in cui versa la musica nella scuola, nelle istituzioni, nei mezzi di comunicazione, di fronte al "grido di dolore" che sale da tanti giovani specialmente organisti che hanno compiuto studi seri e che vorrebbero impegnarsi con passione, professionalità e senso di fede, sarebbe questo un forte segnale da parte della Chiesa italiana di impegno nel settore della musica sacra [...] e un’indicazione precisa che il "progetto culturale" della Chiesa italiana sta scendendo dai principi ai fatti concreti.

[§] mutatis mutandis: euro 700,00 circa (Ndr).


[il succitato testo è in rete anche nel sito "Organi & Organisti" al seguente collegamento https://www.organieorganisti.it/otto-per-mille-organisti]

lunedì 30 giugno 2014

L'organo "laico"

[L'organo "Tamburini" dell'auditorium della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze]


Egregio Maestro Bottini,

facendo seguito alla Sua cortese del 18 aprile 2014 [v. qui in calce], in effetti non posso non condividere le considerazioni dell'Organista di 45 anni or sono (era Giancarlo Parodi, giusto?!) nonché le di Lei proposte per un'ipotesi di lavoro contenute nella precedente e-mail.

Tuttavia, penso anche che, alla luce dei mutamenti civili, politici, sociali ed ecclesiali intervenuti in questo lungo lasso di tempo, sia impresa quanto meno ardua, se non impossibile, pensare ad un'ipotesi di contratto per organisti liturgici (oltretuttto i fondi - che, prevalentemente, provengono dall'Otto Per Mille alla Chiesa cattolica - continuano a diminuire di anno in anno ed i vescovi, parroci e consigli amm.vi delle parrocchie son sempre meno interessati alla musica liturgica ed organistica in particolare).

Per quanto riguarda, invece, la manutenzione, restauro, conservazione degli  strumenti musicali, stante sia l'ignoranza come il relativo disinteresse da parte dei rr. parroci per il problema, l'unica opzione possibile potrebbe esser costituir ASSOCIAZIONI CULTURALI AUTONOME (fatte da LAICI!) che abbiano come scopo la tutela di questi strumenti nelle singole realtà, che operino anche nella ricerca di fondi, in maniera indipendente dalle autorità dei parroci.

Favorire un movimento di laici e musicisti colti ed illuminati che porti la gestione della musica fuori dalle grinfie dei preti e che collabori con essi per quanto riguarda almeno le principali funzioni dell'anno liturgico, ma su di un piano di parità e non di sudditanza come finora capitato (e purtroppo capita). 

Impresa difficile, senza dubbio, ma dipende a mio avviso anche dalla consistenza numerica (oltreché culturale) di chi ha veramente a cuore lo sviluppo delle attività di promozione musicale (e quindi culturali ed umane) nelle realtà piccole e grandi del nostro Paese.

Grazie per la Sua cortese attenzione.

Cordialità

Vittorio Pace
organista nella Diocesi di Noli


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Da: organieorganisti.it
Data: 18-apr-2014 20.02
A: <Vittorio Pace>
Ogg: [notizie_organistiche] Al cortese lettore


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NOTIZIE ORGANISTICHE
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Gentili lettori tutti e cari organisti,

a continuazione della mia precedente ("Futuro prossimo della musica sacra italiana"), eccovi in calce  altre PROPOSTE CONCRETE (questa volta non farina del mio sacco!) utili a sanare l'attuale stato della MUSICA organistica nel CULTO della Chiesa cattolica in Italia.

Son certo che, non solo, le condividerete, ma anche, giunti in fondo, vi stupirete pensando che sono state pronunciate da un illustre organista italiano durante un convegno organistico nazionale... 45 ANNI FA!

E forse digrignerete i denti considerando che nel frattempo i progressi non sono stati certo considerevoli...

Con la presente mi rivolgo in particolare a tutti gli organisti italiani: fate vostre queste istanze e portiamole tutti assieme il 7-8 maggio al convegno nazionale di musica liturgica promosso dalla CEI a Salerno!

Grato per il vostro solidale riscontro - o per qualsiasi osservazione - approfitto per augurare buona Pasqua.

Paolo Bottini

Cremona, Venerdì Santo 2014, 18 aprile

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PROPOSTE CONCRETE PER SANARE L'ATTUALE STATO DELLA SITUAZIONE ORGANISTICA ITALIANA.
a cura di Organista Quidam [*]

- Qualificare meglio lo studio dell'organo nei Conservatori, curando maggiormente l'improvvisazione, la composizione e la preparazione agli impegni di chiesa [in quanto] a volte capita di incontrare organisti [...] che sanno tutto sulla liturgia, ma quando mettono le mani sulla tastiera, dimostrano rilevanti incertezze.

- Il diploma conseguito in Conservatorio (o equipollente) sia riconosciuto da tutti i responsabili di parrocchie, basiliche, santuari, cattedrali, come titolo assolutamente preferenziale e l'Autorità competente controlli realmente l'applicazione di questa disposizione. [...]

- Si giunga, studiandone efficacemente i modi e i tempi, alla promulgazione di un accordo per i contratti professionali degli organisti che ne tuteli la dignità e ne garantisca la libertà e la stabilità in servizio e le provvidenze sindacali. Quanti parroci, con il pretesto d trattarci da liberi professionisti, intenzionalmente trascurano l'obbligo di assicurarci con la Previdenza sociale? I lavoratori dello spettacolo possiedono un libretto concesso dall'E.N.P.A.L.S. sul quale il datore di lavoro deve applicare una marca assicurativa ad ogni servizio effettivamente prestato. Credo che ciò possa essere preteso anche da noi, come già la Sacra Congregazione dei Riti nella « Instructio de musica sacra » (3 settembre 1958) ha prescritto con gli art. 101, 102 e 103.

- Non sia ammesso all'ufficio di organista di chiesa chi non abbia ottenuto l'abilitazione specifica concessa dall'Autorità Ecclesiastica competente [...]. Si scelgano idonee Commissioni giudicatrici che sappiano valutare le reali capacità e attitudini necessarie per un decoroso servizio liturgico. Si formi, con urgenza, una Commissione di studio per la scelta dei programmi d'esame [...]: all'uopo si promuova pure un'indagine fra tutti i Docenti di Conservatorio, Istituti musicali e Organisti diplomati con l'invio di una scheda opportunamente compilata [...].

- Si compili una Carta dell'Organista come statuto morale per l'esercizio di una così nobile professione.

- [Si istituisca] un « Albo degli Organisti » valido e vincolante a tutti gli effetti nei confronti dell'Autorità ecclesiastica ad ogni livello (diocesi, parrocchia, santuario, istituto ecc.) e come primo passo verso il riconoscimento civile dell'iniziativa.

Sono conscio delle difficoltà che incontreremo per far valere queste proposte, ma sono certo che, se ci terremo uniti per mezzo di frequenti e cordiali contatti anche sul piano personale, riusciremo ad ottenere qualche benevolo ed efficace miglioramento.


[*] per conoscere la sua vera identità, domandare esplicitamente scrivendo a organieorganisti.it


domenica 25 maggio 2014

Cari vescovi, date ufficialmente autorevolezza ai musicisti di chiesa!

Pisa, 23 maggio 2014

Caro Paolo Bottini,

ecco le mie riflessioni su quanto potuto ascoltare a Salerno il 7-8 maggio scorso durante il VI Convegno Nazionale di Musica per la Liturgia promosso dall'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI.

A questo punto giunti, a cinquant'anni dalla riforma liturgica, mi sembra impossibile, se non con una forza di volontà e prova di carattere espressa dai nostri vescovi, poter rimediare in modo soddisfacente la situazione liturgico-musicale in cui versa la Chiesa italiana oggi.

Dico questo perché, come ho potuto riferire in un intervento al convegno stesso, se la spinta di cambiamento, di miglioramento, di senso di responsabilità non proviene proprio da coloro che dovrebbero essere le sentinelle dell'attuazione della nuova liturgia così come desiderata dai padri conciliari, nulla sarà possibile e tutti gli sforzi fatti anche da competenti professionisti del settore, continueranno ad essere vani, come lo sono stati in tutti questi decenni.

La parola d'ordine espressa da don Vincenzo De Gregorio, al completamento dei lavori, è stata: includere e non escludere.

Questa frase, che mi ha molto colpito, fa molto riflettere sulla sua bontà in sè e per sè, su come la Chiesa abbia a cuore il suo gregge, fino all'ultima pecorella, ma non la ritengo efficace per iniziare a risolvere i molteplici problemi che noi tutti conosciamo all'interno della nostra vita ecclesiastica.

Per poter condurre un gregge serve un buon pastore e sopratutto delle pecorelle docili, ma in questo momento vedo pochi buoni pastori e benchè meno, docili pecorelle.

Se non riusciamo ad entrare in questa ottica, ripeto che qualsiasi sforzo sarà vano e continueremo a lagnarci sul latte versato, senza preoccuparsi del perchè questo latte viene gettato così.

Se ai vescovi sta veramente a cuore la liturgia così come è stata "disegnata" dai Padri Conciliari, si facciano promotori di iniziative tali da mettere in condizione chi già lavora nell'ambito liturgico-musicale di acquisire autorevolezza e, a loro volta, infondere a chi opera con buona volontà, ma con scarsa preparazione, la giuste nozioni e competenze.

Infine, mi piacerebbe vedere i musicisti di chiesa che vivono dell'Altare, così come faccio io da ormai trentasei anni, perché poter consumare il pane quotiano recitando "...dacci oggi il pane quotiano..." sia una delle cose più belle che ti possono capitare nella vita.

RICCARDO DONATI

organista e maestro di cappella del Duomo di Pisa


lunedì 31 marzo 2014

Futuro prossimo della musica sacra in Italia





Al cortese lettore.

Annuncio che la Conferenza Episcopale Italiana - in coda alche si tiene a Salerno nei giorni 7-8 maggio 2014 sul tema 
"Canto e musica nella Chiesa italiana negli anni della riforma liturgica" - proporrà la "Elaborazione di un progetto per il canto e la musica nella chiesa italiana".

Io la mia proposta desidero presentarla pubblicamente subito qui, sperando farmi portavoce di tanti!

Si tratta di una proposta molto concreta - e ben lontana dai soliti sproloqui di pur sagge parole e pie intenzioni (che stancamente procedono ormai da mezzo secolo) [*] - mediante tre punti che ritengo sostanziali:

1) che l'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI convochi attorno a sé organisti e direttori di coro professionisti per concordare anche pochi punti essenziali per una fattiva collaborazione: poche cose, ma che si facciano concretamente! Veramente la CEI ormai da tempo promuove corsi per la formazione liturgica dei musici di chiesa, nulla invece riguardo la formazione specifica degli organisti...

2) che la CEI garantisca che si impartisca una "sicura" formazione liturgico-musicale ai seminaristi, senza dribblare minimamente le - di per sé già buone - indicazioni in materia contenute nella rinnovata Ratio studiorum promulgata dalla CEI nel 2006: ritengo che ciò sarà possibile solamente mettendo in campo formatori competenti, come richiesto da Sacrosanctum Concilium 112 (meglio se fossero laici!): solo così i parroci di domani saranno maggiormente preparati alla collaborazione con i tanti musicisti di chiesa (professionisti e dilettanti) che diuturnamente continuano ad offrire alla Chiesa le proprie competenze.

3) fare in modo che in ogni diocesi - magari grazie alla manna dell'Otto per Mille - si attui, accanto al restauro di un organo, una "esemplare" assunzione a contratto di almeno un musicista professionista (organista o direttore di coro), debitamente formato nella liturgia, che si occupi a tempo pieno, con delega del vescovo diocesano, di coordinare in diocesi la retta applicazione delle indicazioni di Sacrosanctum Concilium e di Musicam sacram e che, ovviamente, faccia servizio liturgico a tempo pieno nella Cattedrale o in un Santuario o Basilica importante: solo in questo modo si potrà, in tutta onestà, dare uno sbocco lavorativo ai nuovi "laureati" in organo per la liturgia che ormai stanno uscendo da diversi conservatori italiani.

A me pare che non sia necessario organizzare un convegno nazionale per attuare quanto sopra: basta che chi ha potere di decidere, decida ed agisca: res, non verba!

Ovviamente senza nulla togliere agli organizzatori del sopra citato convegno, anzi a loro un plauso, in quanto era doveroso da parte della CEI dare un ulteriore segnale di progresso in campo liturgico-musicale, a cinquant'anni da una riforma liturgica che ancora arranca nella sua retta attuazione... ma qui ci addentriamo troppo!

Grato per qualsiasi commento, ringrazio per l'attenzione e saluto cordialmente.

Paolo Bottini

Cremona, il 31 marzo 2014

[*] ormai più di dieci anni fa (a Firenze nel convegno "L'organista nella liturgia: alla ricerca della professionalità tra problemi e prospettive" promosso da AISC) si cercava in maniera appassionata, da più fronti, di dare finalmente un ruolo "istituzionale" alla figura dell'organista liturgico: mi pare che ad oggi la figura ecclesiale dell'organista è alquanto sottovalutata nell'ambito delle attività di culto, in quanto, secondo certe idee "progressiste", chiunque può fare canto e musica nel culto divino, che sia esso organista o chitarrista, basta che sia animato da sincera fede in Cristo e non chieda in cambio compenso in denaro!

lunedì 26 agosto 2013

Che fine han fatto le antifone della messa ?!






Gentili lettori,

all'alba del secolo XX, per far fronte ai "concerti con messa", il santo papa Pio X nel suo capitale motu proprio sulla musica sacra, raccomandava, tra le altre cose, che 

«Il testo liturgico deve essere cantato come sta nei libri, senza alterazione o posposizione di parole, senza indebite ripetizioni, senza spezzarne le sillabe e sempre in modo intelligibile ai fedeli che ascoltano»!

Sessant'anni dopo Pio X, con la traduzione in italiano del libro liturgico per eccellenza (il Messale Romano), grossa conquista sarebbe stata se i compositori avessero goduto di più agio nel comporre melodie sopra i testi del Proprio della messa (le antifone di introito, offertorio e comunione)!


Ciò invece non è stato possibile, a motivo del fatto che il traduttore non aveva approntato detti testi in forma atta (breve antifona alternata a più o meno articolato testo salmico) ad essere musicata e cantata da una comune assemblea di fedeli.

Così fino ad oggi queste antifone della messa (che per secoli sono state l'ossatura del repertorio gregoriano) sono state regolarmente accantonate a favore di quell'immane profluvio postconciliare di canti liturgici che, purtroppo, raramente forniscono un preciso riferimento alle antifone proprie del giorno!

I traduttori dell'Ufficio liturgico della C.E.I. - dopo aver combinato assurde prolissità e anti-metricità nei ritornelli ai salmi responsoriali del nuovo Lezionario festivo in uso dall'Avvento 2010, rendendone difficile la messa in musica nonché l'agevole fruibilità da parte delle assemblee liturgiche! - nella nuova edizione italiana del Messale Romano (in fase di approvazione da parte della Santa Sede) sapranno approntare i nuovi testi delle antifone in modo da poter essere musicate secondo i criteri sopra indicati?!

Nonostante tutto, c'è chi ha già rimediato da sé: si tratta dell'organista e compositore Franco Berettini che ha musicato appunto le antifone della messa in quattro volumi pubblicati dalle Paoline.


Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini



21 agosto 2013, memoria liturgica di S. Pio X papa

sabato 27 luglio 2013

Chi cura la formazione liturgica degli organisti di chiesa?!


Mentre monsignor Antonio Parisi, direttore dell'Ufficio Musica Sacra nella Diocesi di Bari, ha modo di dare alle stampe questo volumetto mi duole considerare che, a ormai cinquant'anni dalla riforma liturgica, la Chiesa italiana (CEI) nulla ha fatto per la formazione di organisti liturgici, quando proprio questa figura ecclesiale sarebbe stato prioritario rafforzare, data la grande incidenza che possono avere un canto e una musica di qualità nell'ambito del rito!!

Fortuna che a formare organisti di chiesa se ne sono occupate un poco le diocesi (es. Cremona e Brescia) e addirittura, dal 2001, specificamente anche alcuni conservatori (tra gli altri, Bologna e Novara).

Non invece il Coperlim, in sé più che lodevole iniziativa formativa (anch'io ne sono uscito "diplomato" nel 2001), o il corso di musica liturgica "on line" - entrambi iniziative della CEI - i quali non si prefiggono punto la formazione "tecnica" dell'organista di chiesa...

Ad ogni modo, io sono convinto che la CRISI della MUSICA LITURGICA (perché in questo campo la "crisi" è nata appena dopo il Concilio e tuttora permane, essendosi nel frattempo aggravata!) sia dovuta al CROLLO DELLA LITURGIA (Ratzinger lo denunciò a chiare lettere ben prima di divenire papa!), in particolare del senso del sacro: la crisi del culto cattolico ha determinato la crisi della Chiesa stessa (in proposito vedasi è questo compendio uno studio sociologico di Massimo Introvigne molto interessante).

Ovvero, la tendenza dell'uomo d'oggi è quella di rapportarsi al sacro in maniera sempre più "amichevole" e "festevole", voglio dire che si preferisce stare alla presenza dell'Eucaristia non in ginocchio in adorazione, ma in piedi saltellando e blaterando... insomma: si tenta di annullare il "rito" per favorire il "convivio"...

Questa tendenza fa in modo, ad esempio, che una messa cominci così «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo... Benvenuti a tutti, cari fedeli... gran caldo oggi eh?!...» a dispetto di quanto, invece, sobriamente suggerisce OGMR 50... e finisca così o peggio ancora così...

In questo mio scritto spiego meglio.

Sono convinto che il primo passo per un miglior decoro musicale del culto, non è la formazione di laici musicisti, bensì una rinnovata migliore formazione liturgica e musicale dei seminaristi stessi, futuri parroci e di fatto poi unici responsabili dell'andamento liturgico nelle proprie parrocchie; secondo passo sarebbe... l'introduzione dell'educazione al canto e alla musica nelle scuole d'ogni ordine e grado al fine di rendere i futuri fruitori della musica liturgica un poco più consapevoli e atti ad apprezzare una musica di qualità.

E poi... basta organizzare convegni, invece: res, non verba!!

La parola ora all'attuale consulente CEI per la musica sacra monsignor Vincenzo De Gregorio (buona restando l'invocazione di don Parisi che l'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI si attrezzi di «un ufficio o una sezione di musica sacra al proprio interno»!)...

Grato per il vostro parere, saluto cordialmente.

Paolo Bottini

mercoledì 27 marzo 2013

La crisi della musica liturgica è anzitutto la crisi della liturgia stessa




Gentili lettori,

prima di difendere a spada tratta il canto gregoriano contro il repertorio del Gen Rosso o del Rinnovamento nello Spirito Santo (RNS), prima di sbraitare davanti al parroco se zittisce l'organo a favore della chitarra, prima di lamentarci col vescovo che vieta alla Cappella Musicale della sua Cattedrale il canto di un mottetto polifonico in latino... insomma, prima di suggerire ai preti quale sia la musica perfetta per il culto, vediamo noi stessi di conoscere meglio questa Chiesa di cui ci gloriamo di far parte e quali sono i problemi che la investono oggi!

In proposito anch'io, come il cardinale Joseph Ratzinger nel 1997, sono convinto che la crisi ecclesiale (e dunque pure della musica cultuale) sia dovuta innanzitutto al crollo della liturgia:

«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?» (J. Ratzinger, La mia vita: ricordi, 1927-1977, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, p. 113).


Non siete d'accordo anche voi?!

Per questo invito tutti a leggere pazientemente, benché di argomento non prettamente musicale, il saggio intitolato Cosa divide la Chiesa. La riforma liturgica postconciliare tra abusi e teoremi, resistenze e indulti di don Nicola Bux (sacerdote della diocesi di Bari e Consultore Congregazione Cause dei Santi e Dottrina della Fede), che approfondisce le ragioni di questa crisi che ha investito la liturgia nel postconcilio: così si comprenderà meglio che, alla fine, è inutile lamentarsi, ma è sufficiente fare quel poco che si riesce a fare nel proprio piccolo, ma soprattutto tentare di ri-coagulare le forze e le opinioni affinché i musicisti (organisti e direttori di coro) professionisti, riuniti in forza univoca, entrino ufficialmente in dialogo con la Chiesa cattolica in Italia (in particolare con l'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana) per offrire un contributo competente al miglioramento della qualità della musica cultuale in cambio di una civilmente onesta remunerazione.

Con l'occasione, ringraziando per la cortese attenzione, auguro a tutti buona Pasqua.

Paolo Bottini

domenica 4 novembre 2012

Bisogna tornare a cantare la Parola di Dio!




Gentili lettori,

nel marasma dei canti liturgici oggi in auge in Italia (il Repertorio nazionale proposto dalla CEI credo sia preso minimamente in considerazione dalle parrocchie, in genere restie pure ad adottare eventuali repertori diocesani!), io credo che la carta vincente che contribuirebbe a far rinascere un po' di comune entusiasmo e maggiore attenzione alla pertinenza liturgica del canto nei sacri riti, sarebbe quella di tornare a mettere in musica le antifone della messa, così come sono attualmente proposte nel Messale )!

Si tratterebbe di poter disporre di brevissimi motti musicali a mo' di ritornello che qualsiasi assemblea potrebbe far propri di domenica in domenica, senza bisogno di preparazione in quanto, data la facilità e brevità, si apprenderebbero subito, alternandoli al canto di versetti salmici a cura di un solista o di un coretto.

Perché meglio è cantare la Parola di Dio, meno la parola dell'uomo!

Tuttavia conditio sine qua non: avere a disposizione almeno un discreto cantore ogni domenica (anche se mancasse qualsiasi strumento musicale) che garantisca l'alternanza solista-assemblea!

Una proposta su questa linea, certo molto più raffinata di quanto abbia appena descritto, è stata fatta ormai otto anni fa da Fulvio Rampi, si tratta di:

Nova et vetera. Forme tropate per i Canti di Ingresso e di Comunione, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004, pp. 216.

E recentemente (ancora dalla mia Cremona, vera fucina liturgico-musicale!) ecco una nuovissima raccolta di canti per la liturgia direttamente tolti dai testi del Messale Romano elaborati da don Natale Bellani e musicati da Franco Berettini.

Bisogna tornare ogni domenica a cantare la Parola di Dio, tornando alla semplicità, così come negli anni a cavallo del Concilio era già stato pensato in Italia ad esempio da un don Piero Damilano e in Francia da un Joseph Gelineau [§]: percorsi che si sono alquanto smarriti nel frattempo...

Meditate, gente, meditate...

Paolo Bottini

Cremona, il 4 novembre 2012

[§] esempio di canti composti da Gelineau

lunedì 3 settembre 2012

Per una permanente formazione liturgica del clero in Italia

Gentili lettori,

lo scritto che in calce riporto, pubblicato nel febbraio 2007 nel "Notiziario" dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana [*], venne preparato dal vescovo ausiliare di Firenze Claudio Maniago (nonché attuale segretario della Commissione Episcopale per la Liturgia) a favore del clero che si sarebbe poi riunito, il novembre successivo, ad Assisi al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici liturgici diocesani che avrebbe avuto come tema giustappunto “Formazione liturgica e Ministero ordinato” [+].

Mi chiedo ad oggi quale sia il punto della riflessione in proposito, o piuttosto direi il punto della "azione", dato che, come sottolinea in conclusione il vescovo Maniago, i convegni sono, certo, non inutili momenti di confronto e dibattito... se però fanno scaturire res, non verba!

Cari organisti e musicisti di chiesa, chiedete, anzi esigete dal vostro vescovo che in diocesi si impartisca una costante formazione liturgica del clero (non solo in seminario dunque): altrimenti sarà sempre vano il nostro sforzo di relazionarci con i parroci che (in un modo e in un altro) ci accordano fiducia (ed eventuale riconoscimento economico) in qualità di esecutori e/o coordinatori della musica per il culto.

Buona lettura e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, 3 settembre 2012, memoria liturgica di S. Gregorio Magno papa



[*] scaricabile in PDF cliccando QUI

[+] cronaca del convegno scaricabile in PDF cliccando QUI



* * *



La formazione liturgica del clero

di Claudio Maniago

[...] Propongo innanzitutto qualche idea che nasce dalla lettura di alcuni documenti che parlano di formazione: formazione in generale e formazione liturgica in particolare.

Un dato interessante è che ogni volta che si parla di formazione non si tralascia mai un riferimento alla formazione del clero o dei ministri o dei responsabili delle comunità. Questo sicuramente non è un caso o un semplice dato statistico ma un’indicazione preziosa.

La Sacrosanctum Concilium, come è ben risaputo, mette in atto una riforma e chiede un rinnovamento. Una riforma che cambia gesti, parole, preghiere, ma anche un rinnovamento che cambia il modo di celebrare. Emerge in modo significativo un tema che, dal Concilio in poi, ha una particolare rilevanza: la “partecipazione” che con i suoi vari attributi è stata oggetto di attenta riflessione e di molteplici studi. Di fatto, la partecipazione liturgica chiede un rinnovamento che non è soltanto esteriore, ma profondamente rituale, che coivolge cioè tutta la persona che celebra, le sue facoltà, il suo cuore, le sue emozioni.

Quando la Sacrosanctum Concilium parla di formazione, la finalizza principalmente al perseguimento di questo obiettivo, la partecipazione, e per questo la raccomanda per tutto il popolo di Dio.

E certamente un accento cade sui vescovi e il clero in generale perché la logica è quella di pensare per primi ai formatori che nel popolo di Dio hanno questa responsabilità e vivono un autentico servizio per l’educazone del popolo di Dio. Ormai è convinzione assodata che una chiave decisiva è costituita dal formare bene i formatori.

Un altro aspetto che emerge leggendo i numeri della Sacrosanctum Concilium che parlano di formazione, è che essendo la liturgia un autentico crocevia di diverse realtà che attengono alla vita della chiesa, il suo insegnamento risulta essere strategicamente importante. Per questo “va insegnata sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico” (cfr. n. 16). Quindi, la formazione alla liturgia in qualche modo incrocia i vari aspetti della vita e dell’esperienza di fede di ogni fedele e, in particolare dei ministri e del clero.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare, perché è interessante nei suoi sviluppi, è l’accento che la Sacrosanctum Concilium pone sui luoghi di formazione, cioè i seminari (restringo per brevità le mie considerazioni al clero diocesano, ma il discorso dovrebbe essere ampliato ai luoghi di formazione dei religiosi e anche ai diaconi permanenti).

La vita dei seminari nel suo complesso e, quindi, non solo il momento accademico, deve essere formativo anche da un punto di vista liturgico.

È interessante al riguardo, il documento che nel 1979 la "Congregazione per l’educazione cattolica" ha prodotto riguardo alla formazione liturgica e spirituale nei seminari.

Vorrei sottolinearne un passaggio che mi sembra importante. In questo documento sono riportate due modalità di formazione (e anche qui, è immediato il riferimento al luogo in cui si formano i sacerdoti): una modalità è pratica e l’altra, per così dire, teorica; una più mistagogica, l’altra più dottrinale.

Nel numero 2, in particolare si afferma espressamente che «ogni genuina formazione liturgica richiede non solo la teoria ma anche la prassi. In quanto formazione mistagogica, essa si raggiunge principalmente per mezzo della vita liturgica degli alunni alla quale gli stessi vengono guidati con crescente profondità per mezzo delle celebrazioni liturgiche comunitarie. Questa accurata iniziazione pratica è inoltre premessa di ulteriore studio e deve ritenersi già acquisita nello svolgimento del programma di liturgia».

È questo un aspetto che mi preme sottolineare perché mi sembra utile alla nostra riflessione.

I vescovi italiani, a vent’anni dal Concilio Vaticano II, hanno prodotto un documento che, a mio parere, conserva ancora oggi una sua freschezza e si rilegge sempre con piacere, anche perché molti dei temi trattati, rimangono attuali per molti aspetti e quindi importanti anche dopo quarant’anni. Si tratta del documento "Il rinnovamento liturgico in Italia: nota pastorale a vent’anni dalla Sacrosanctum Concilium".

Anche in questo documento, quando si tratta, nella prima parte, delle luci e delle ombre nell’applicazione della riforma liturgica voluta dal Concilio, al numero 3 si descrive come una delle “ombre” il fatto che «L’adozione dei nuovi libri e dei nuovi riti non è sempre stata accompagnata da un proporzionato rinnovamento interiore nel vivere il mistero liturgico e da quell’aggiornamento culturale, teologico e pastorale che la riforma avrebbe invece richiesto».

Nello stesso numero si fa dunque riferimento alla mancanza di un rinnovamento interiore e alla mancanza di un aggiornamento; quindi, di un certo tipo di formazione. Qui addirittura, sembrerebbero interessati due aspetti: quello pratico, dove la riforma rischiava di apparire soltanto come un cambiamento di aspetti esteriori, e dall’altro un approfondimento che era richiesto e che non ha seguito proporzionalmente il mutamento dei riti.

Non a caso, l’“ombra” che si cita successivamente è quella dell’impressione di un nuovo formalismo, forse meno appariscente ma ugualmente infecondo e illusorio.

Lo stesso documento, nel fare un bilancio a vent’anni dal Concilio, descrive, al numero 5, un vuoto da colmare ed espressamente afferma che «la causa della mancata comprensione dello spirito e dei fini della riforma è da ricercare nella scarsa familiarità dei fedeli al linguaggio, parole e segni, e alla spiritualità della liturgia e nella carente formazione liturgica degli stessi ministri di culto. Si deve riconoscere infatti che in passato lo studio della liturgia è stato generalmente carente, limitato alla conoscenza dei riti e delle rubriche, né si è dato sempre spazio alla nuova sensibilità che il movimento liturgico andava promuovendo e diffondendo anche in Italia».

Bisogna riconoscere quindi una “formazione carente”.

Anche nel numero 7 di questo documento dove si tratta il tema della presidenza liturgica, una presidenza da esercitare, si afferma che «I primi ad avere coscienza della necessità di un continuo approfondimento della formazione liturgica dovranno essere gli stessi ministri ordinati – vescovi, presbiteri e diaconi – ciascuno secondo le esigenze del proprio ruolo».

“Necessità di un continuo approfondimento”: con questa affermazione sembra quasi volersi indicare quella che dovrebbe essere un’attenzione costante che accompagna la vita della Chiesa, in modo particolare il suo celebrare.

È interessante che lo stesso numero del documento concluda dicendo che c’è una consapevolezza da rinnovare e da ridestare, una consapevolezza della specifica responsabilità, che è propria di chi ha un ministero, in rapporto alla liturgia. E credo che anche questo sia un dato da raccogliere come provocazione, come ulteriore indicazione per la nostra riflessione.

Dei documenti più recenti, vorrei ricordare soltanto la lettera apostolica che Giovanni Paolo II ha scritto nel XXV anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Un passaggio che mi sembra importante lo troviamo al numero 14: «Non si può dunque continuare a parlare di cambiamento come al tempo della pubblicazione del documento Sacrosanctum Concilium, ma di un approfondimento sempre più intenso della liturgia della Chiesa, celebrata secondo i libri attuali e vissuta, prima di tutto, come un fatto di ordine spirituale».

Quindi, secondo Giovanni Paolo II, si passa da un cambiamento che c’è stato nella liturgia ad un approfondimento che deve essere sempre più intenso. Si direbbe, in un certo senso, che queste indicazioni mostrino che è necessario, riguardo alla liturgia e al celebrare, non soltanto un “sapere”, quanto piuttosto un “saper celebrare”, che – ovviamente – richiede qualcosa di più e di diverso ad ogni fedele e ai presbiteri in particolare.

Alla luce dei primi dati che emergono dalla lettura di questi documenti e di altri che trattano della formazione del clero e della formazione permanente, mi sentirei di suggerire alcuni punti di riferimento per la nostra riflessione.

Innanzitutto domandiamoci qual è la finalità della formazione del clero? Non trattiamo qui dei seminaristi, quanto del clero già “in attività”. Perché dobbiamo formare i preti alla liturgia?

Lo scopo non può che essere quello che la Sacrosanctum Concilium ha ribadito con forza perché insito nella natura stessa della liturgia e, in generale, nella vocazione del popolo di Dio e cioè la «piena, consapevole, attiva partecipazione» (cfr. n.11).

È interessante notare che durante gli anni di insegnamento, quando si parla ai seminaristi o quando capita di parlare ai preti riguardo alla necessità di educarci e di formarci ad una autentica partecipazione alla liturgia, si nota sempre un po’ di sorpresa. Evidentemente, manca una consapevolezza che spinga anche chi presiede una celebrazione a curare la propria partecipazione, forse dandola per scontata e compresa nell’atto del presiedere.

La finalità della formazione del clero, quindi, non può che essere questa: un’attenzione, una cura verso la «piena, consapevole, attiva partecipazione». Parole che non sono inopportune o superflue neanche per i sacerdoti: anzi, forse proprio qui sta un po’ il punto su cui bisogna fare un passo in avanti.

Naturalmente, e questo vale in generale e non soltanto per i sacerdoti, va ricordato insistentemente che la partecipazione, non si esaurisce nell’esecuzione formale del rito, ma è partecipazione singolare al mistero di Dio, che nella celebrazione viene resa possibile “per ritus et preces”.

Quali possono essere le vie per una efficace formazione del clero?

Una via è sicuramente l’insegnamento che, sebbene abbia un suo specifico tratto e un suo momento fondamentale nel tempo del seminario, non si può dichiarare concluso con esso.

La liturgia, considerata sotto l’aspetto teologico, storico e giuridico, ma anche il cosiddetto aggiornamento, cioè l’approfondimento di quanto già appreso, interessa e abbraccia tutto l’arco del ministero del sacerdote. Per questo è necessario investirci di più e meglio.

Un’altra via è quella dell’iniziazione, nel senso che anche la formazione ha un suo statuto iniziatico e quindi anche un valore mistagogico che spinge ad aiutare i sacerdoti a rendersi sempre più conto del senso dei riti che celebrano. Anche questo aspetto non deve essere dato per scontato, né considerato esaurito nel momento dell’insegnamento di base.

Una terza via per la formazione del clero è la celebrazione stessa, il celebrare. Credo che questa sia una via da considerarsi oggi privilegiata perché, senza strumentalizzare la celebrazione, sfrutta la quotidiana prassi celebrativa nella convinzione che non ci si forma all’arte del presiedere se non facendone continuamente esperienza.

La celebrazione non ripete ma ogni volta è nuovo evento e inoltre, poiché la vita cristiana è plasmata dalla liturgia («il rito è una forma di vita che forma alla vita»), la celebrazione è una via importante anzi, in questo momento, addirittura fondamentale.

Valorizzando adeguatamente questa via, è poi possibile considerare il “prima” ed il “dopo” celebrativo: ossia, la possibilità di un insegnamento ulteriore, di un cammino e di un approfondimento del senso dei riti che può scaturire dall’esperienza, e quindi dalla celebrazione stessa, come luogo dove ci si forma in modo sostanziale allo stesso celebrare.

Chi è responsabile della formazione del clero?

La ‘Pastores dabo vobis’ in questo dà un’indicazione utile. Innanzitutto ogni singolo prete è da coinvolgere responsabilmente per il ministero che ha ricevuto e, considerando anche il complesso contesto in cui è chiamato a vivere il suo servizio pastorale, è da evitare la semplice tentazione di un attivismo che esaspera l’abbandonarsi alla routine e un ritualismo formale ripetitivo delle cose.

Spesso emerge anche una sorta di presunzione che – forse per un atteggiamento psicologico di difesa – spesso condiziona il modo di avvicinarsi e di vivere la liturgia. È una presunzione che fa credere di possedere gli elementi fondamentali dell’agire liturgico e che basti poco per imparare a “dir messa”, o di avere un’esperienza tale da aver altro da imparare. Questa è una presunzione pericolosa perché chiude le porte ad una sana formazione liturgica e ministeriale e impedisce che la propria esperienza entri in un dialogo costruttivo con altre realtà.

Certamente fra i responsabili della formazione bisogna annoverare il Vescovo e forse per il Vescovo stesso bisognerebbe pensare ad una possibilità di formazione perché la grazia di stato non può certo supplire ad una sempre maggior consapevolezza che dovrebbe animare il ministero del Vescovo-liturgo. Ricordo quanto fu positiva l’esperienza di formazione liturgica per i vescovi promossa dalla nostra CEI qualche anno fa. È giusto avere un’attenzione nei confronti di chi ha responsabilità nella formazione del clero e, non so come, ma credo che si debba escogitare qualcosa anche per i Vescovi.

Una realtà importante, da considerare quando parliamo di responsabilità della formazione del clero è il presbiterio diocesano.

Nell’ultima assemblea CEI, il Vescovo Monari ha parlato a lungo ed approfonditamente del presbiterio come di un luogo importante per la vita e per la formazione dei presbiteri, quindi anche riguardo alla liturgia. Verrebbe istintivamente da pensare che momenti da proporre per la formazione alla liturgia dovrebbero essere giornate di studio, sedute di riflessione, ecc. Una delle prime cose da fare invece è la cura delle celebrazioni ed in particolare di quelle che vedono coinvolto il presbiterio: celebrazioni che si vivono nei momenti di incontro a livello diocesano e anche ultra-diocesano, celebrazioni che hanno luogo laddove i presbiteri si ritrovano (esercizi spirituali, convegni e quant’altro). È necessaria una cura particolare di queste celebrazioni, che non venga vista semplicemente nell’ottica della realizzazione asettica di uno spartito o che si accontenti di qualche cambiamento formale di poco conto. [...].

In generale, ritengo utile anche quanto viene proposto nei convegni sia come momento di incontro e confronto che di approfondimento, ma sono da considerarsi come supporto ad un progetto più globale ed articolato.

[autore: vescovo Claudio Maniago, febbraio 2007]

[nota a cura di Paolo Bottini: per ulteriore approfondimento sull'argomento "formazione liturgica del clero", si consulti il n. 2/2007 di "Rivista Liturgica" il cui sommario è descritto cliccando QUI]