Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

______________

Visualizzazione post con etichetta S. Agostino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta S. Agostino. Mostra tutti i post

mercoledì 13 novembre 2024

Chi canta prega... tre volte! (Giacomo Baroffio su sant'Agostino e la "trina oratio")

Cantate Domino canticum novum



riflessione di Giacomo Baroffio nella II domenica per annum [B]



               domenica II dopo l’Epifania - 240114



Di passaggio in una comunità religiosa, ho lasciato una frase beneaugurale. Per forza doveva essere breve; avevo poco tempo e c’era poco spazio sulla carta. Conosco le sorelle da una quarantina di anni e mettono ancora tutto l’impegno per celebrare le Ore e l’Eucarestia quotidiane con il canto liturgico tradizionale. In modo sintetico ho scritto 

“cantare è pregare almeno tre volte”.

Non ho certamente pensato di correggere sant’Agostino, al quale si attribuisce l’affermazione

“chi canta prega due volte”.

Non ho questa presunzione, tanto più che – pur avendo letto e studiato il santo vescovo – non sono un suo discepolo, come invece è ancora Joseph Ratzinger, soprattutto quando testimonia la sua relazione figliale con l’Ipponate nella profondità, chiarezza e coerenza del suo pensiero filosofico e teologico.

La “duplex oratio” agostiniana evidenzia lo spessore e l’ampiezza del nostro pregare, quando riusciamo a esprimere la fede con il canto. S’avverte subito, rispetto al parlato, una particolare intensità, una tensione che pervade tutta la persona orante. 

Ogni preghiera – come può essere, ad esempio, il Pater noster – è pluridimensionale. Si esprime cioè con quella che possiamo chiamare una oratio trina. 

L’attenzione è spesso accalappiata dall’elemento musicale, melodico, armonico... Questo fatto potrebbe divenire un ostacolo, quando cantore e assemblea perdono il sentiero principale della fede finendo fuori strada in altri itinerari. Ad esempio, l’orgoglio della primadonna canterina. Si pensi al protagonismo assurdo dei diaconi ‘fustigati’ da papa san Gregorio Magno nell’anno 595. 
Altro pericolo si corre quando ci si lascia sedurre da una ricerca puramente estetica oppure da interessi storici o tecnici che ci renderebbero solo ridicoli. Perché mai? Per il fatto che forse potremo sapere tutto di un testo e di una melodia, senza però capire nulla di ciò che è in gioco.

Ogni preghiera cantata, in realtà, per essere vera è almeno “trina”. Porci alla presenza di D-i-o, spalancare a Lui la nostra esistenza: sono gesti autentici nella misura in cui avvengono grazie alla sinergia tra i vari ‘strati’ della nostra persona. Ne ricordo tre:

1] la dimensione fisica: è garantita dalle corde vocali, capaci di vibrare quando sono sollecitate da muscoli e dall’aria dei polmoni. L’emissione della voce dipende da tutta una serie di ingranaggi di un laboratorio in grado di affrontare finalità assai complesse;

2] la dimensione razionale: è capace di organizzare l’esistenza quotidiana in una prospettiva aperta al futuro, in continuo confronto tra i dati già acquisiti e il frutto delle successive riflessioni e proiezioni. Tutto sotto il controllo dell’intelligenza; 

3] la dimensione emotiva profonda: elabora i segnali dell’intuizione nel segno di una libertà e autonomia che trovano un equilibrio con la sfera razionale, per un progresso individuale e sociale, nel rispetto di ogni persona o gruppo.

Tutto ciò evidenzia un aspetto fondamentale della preghiera: essa presuppone l’accoglienza del dono gratuito della fede. Inoltre 

1] la preghiera riesce a svilupparsi nella semplicità assoluta dei figli che si rivolgono a D-i-o nel silenzio, con un sorriso, versando una lacrima, pronunciando una sola parola “Abba/Babbo”. 

2] La preghiera può raggiungere anche massime espressioni culturali, quali sono i testi di un sant’Agostino o di un sant’Anselmo. A livello musicale si pensi alle melodie gregoriane e alle opere di Johann Sebastian Bach. Per questi motivi mi sento di ribadire

“cantare è pregare almeno tre volte: nell’impegnare il corpo, la ragione, l’emozione”.

Qualcuno potrebbe allora chiedersi: ma che significa “almeno”? Nulla di segreto; semplicemente non si esclude che grazie a un unico canto si possa pregare 4 o anche 40 o 4.000 o 40.000 volte. Succede più spesso di quanto uno possa immaginare. È l’esperienza di tanti credenti che durante la liturgia forse non sanno neppure distinguere tra un Sanctus gregoriano o una formulazione polifonica alla Palestrina. Il nostro credente, si trova forse isolato in mezzo a un’assemblea sconosciuta e anonima. Si potrebbe uscire dalla chiesa, si potrebbe pure rimanere fermi e gironzolare nei viali di tante distrazioni fantasiose che occuperebbero e darebbero un senso superficiale a quei minuti che scompaiono nel nulla. Tutto è possibile. Anche qualcosa che non ci si aspetterebbe. 

Accade l’evento canto-preghiera quando, guardando senza vedere nulla, si percepisce un canto in modo nuovo. Del testo si è sentito il solo inizio, con cui non si sa che fare. Ma un fioco “De profundis...” o un “Gloria...” aprono qualche cancello interiore. Ci si ritrova in un altro spazio, in una situazione diversa. Poco per volta ci si ritrova con se stessi, ci si stringe al proprio cuore dove palpita e risuona il cuore stesso di D-i-o. E ci si abbandona al canto che suscita un’eco nel profondo. Spezzoni di parole e poche note squarciano l’orizzonte come la stella ha guidato i tre Sapienti. 

Il canto non è più musica, ma luce che ci guida sempre più dentro di noi fino al centro del tempio interiore, non costruito secondo i paradigmi della generazione umana, bensì innalzato dalla potenza dello Spirito Santo. 

Allora si vive la sobria ebbrezza del Pneuma e si comprende l’esperienza di sant’Agostino quando ci confida: “Cantare amantis est”.

“cantare è pregare con tutti i credenti
ridestati alla fede dal sonno
il loro numero sfugge a ogni censimento
è una sinfonia segreta dello Spirito Santo”

       Bruder Jakob

domenica 28 agosto 2022

Chi canta prega due volte.... ma non per Sant'Agostino!



Gentili lettori,


sapete voi che il celebre motto "chi canta bene, prega due volte" (bis orat qui bene cantat) in realtà non proviene direttamente dagli scritti di sant'Agostino (come forse ancora oggi molti credono e/o continuano a proclamare)?!

Vero è, comunque, che al santo vescovo d'Ippona premesse particolarmente il cantare bene: 

«Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese» (cfr. <http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2013/12/santagostino-cantare-bene-a-Dio.html>).

Grazie sempre per la vostra cortese attenzione.

Paolo Bottini

Cremona, domenica 28 agosto 2022, festa liturgica di S. Agostino


* * *


Chi canta prega due volte.... ma non per Sant'Agostino! [*]

di Daniele Casi

Ricorrendo la memoria liturgica di Sant'Agostino d'Ippona, Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa e per doveroso atto di devozione ci viene di fare un piccolo atto di giustizia a colui che mons. Antonio Livi definisce: «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto».

Troviamo, infatti, sommamente ingiusto che, della sua sterminata produzione, "il grande pubblico" conosca, quando va bene, il titolo di un paio di opere ed ancor peggio la trita frase-mantra: «Chi canta bene, prega due volte». Ebbene, signori e signore, il Santo Vescovo d'Ippona, tali parole mai le pronunziò, ne tantomeno le scrisse. Sì, ho verificato anch'io, se cercate su Google vengono fuori ben 49.200 referenze che attestano il contrario e molti di voi l'avranno appresa, come chi scrive nella sua tenera infanzia, dalla viva voce di zelanti parroci e di altrettante suorine 'addette ai canti'.

Difficile dire da dove sia nato il "mito".

Forse dall'Ordinamento Generale del Messale Romano [...] che al n. 39 recita: « [...] perciò dice molto bene sant' Agostino: "Il cantare è proprio di chi ama" [Sermo 336,1: PL 38, 1472.], e già dall'antichità si formò il detto: "Chi canta bene, prega due volte" [...] ?

Perfino il sagace Rino Cammilleri è sembrato quasi caderci in uno dei suoi 'Antidoti' tanto che opportunamente chiosava: 

«Mica poteva sapere [Agostino] che la sua frase sarebbe stata utilizzata dal clero del terzo millennio per ottenere la tanto sospirata "partecipazione" dei fedeli all'"assemblea liturgica" che il prete "presiede". Così, quando l'intero uditorio si mette a cantare a squarciagola i pezzi numerati imposti dal complessino, finalmente la "celebrazione eucaristica" può dirsi pienamente "partecipata", con grande soddisfazione del "presidente" che non di rado ha interrotto a metà il rito per arringare l'uditorio che cantava poco o piano».


Alcuni sostengono che la frase incriminata sia sunto di quanto Agostino - che si può dire quasi convertito dalle lacrime sgorgate per la bellezza dei canti ascoltati a Milano, dal suo 'padre nella Fede', Sant'Ambrogio - scrive nelle Enarrationes in Psalmos, ma ci sembra davvero riduttivo di tali vette di melodiosa spiritualità che vi riportiamo di seguito in omaggio al 'festeggiato'. [...].

*

«"Lodate il Signore con la cetra, con l'arpa a dieci corde a lui cantate. Cantate al Signore un canto nuovo!" (Salmo 32, 2.3). Spogliatevi di ciò che è vecchio ormai; avete conosciuto il nuovo canto. Un uomo nuovo, un testamento nuovo, un canto nuovo. Il nuovo canto non si addice ad uomini vecchi. Non lo imparano se non gli uomini nuovi, uomini rinnovati, per mezzo della grazia, da ciò che era vecchio, uomini appartenenti ormai al nuovo testamento, che è il regno dei cieli. Tutto il nostro amore ad esso sospira e canta un canto nuovo. Elevi però un canto nuovo non con la lingua, ma con la vita. Cantate a lui un canto nuovo, cantate a lui con arte (cfr. Salmo 32, 3). Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Cantate con arte, o fratelli. Quando, davanti a un buon intenditore di musica, ti si dice: canta in modo da piacergli; tu, privo di preparazione nell'arte musicale, vieni preso da trepidazione nel cantare, perché non vorresti dispiacere al musicista; infatti quello che sfugge al profano, viene notato e criticato da un intenditore dell'arte. Orbene, chi oserebbe presentarsi a cantare con arte a Dio, che sa ben giudicare il cantore, che esamina con esattezza ogni cosa e che tutto ascolta così bene? Come potresti mostrare un'abilità così perfetta nel canto, da non offendere in nulla orecchie così perfette? Ecco egli ti dà quasi il tono della melodia da cantare: non andare in cerca della parole, come se tu potessi tradurre in suoni articolati un canto di cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Cantare con arte a Dio consiste proprio in questo: Cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l'emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in sola modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo "giubilo". Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l'ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d'altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non "giubilare"? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo». 


[*] articolo tratto da sanpiox.it
 

martedì 22 febbraio 2022

«Desidero che venga adeguatamente valorizzato il CANTO GREGORIANO»!

 


Gentili lettori,

ecco cosa esortava nel 2007 il papa Benedetto XVI riguardo musica e canto nella liturgia al n. 42 della sua esortazione apostolica postsinodale "Sacramentum caritatis":

- «Nell'ars celebrandi un posto di rilievo viene occupato dal canto liturgico. 
A ragione sant'Agostino in un suo famoso sermone afferma: "L'uomo nuovo sa qual è il cantico nuovo. Il cantare è espressione di gioia e, se pensiamo a ciò con un po' più di attenzione, è espressione di amore". 
Il Popolo di Dio radunato per la celebrazione canta le lodi di Dio. La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, ha creato, e continua a creare, musica e canti che costituiscono un patrimonio di fede e di amore che non deve andare perduto. Davvero, in liturgia non possiamo dire che un canto vale l'altro. 
A tale proposito, occorre evitare la generica improvvisazione o l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia. In quanto elemento liturgico, il canto deve integrarsi nella forma propria della celebrazione. Di conseguenza tutto –nel testo, nella melodia, nell'esecuzione –deve corrispondere al senso del mistero celebrato, alle parti del rito e ai tempi liturgici. 
Infine, pur tenendo conto dei diversi orientamenti e delle differenti tradizioni assai lodevoli, desidero, come è stato chiesto dai Padri sinodali, che venga adeguatamente valorizzato il canto gregoriano, in quanto canto proprio della liturgia romana.»


Parole sicuramente piene di buon senso... mi chiedo, tuttavia, come si possa tradurre nella pratica quotidiana le citate papali esortazioni:


1) «evitare [...] l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia»: bisognerebbe che la Santa Sede, quanto meno, promulghi un preciso elenco di quei generi musicali considerati "irrispettosi"[1]!...

2) la vexata quæstio del canto gregoriano: posto che oggi, normalmente (forse anche a causa della misteriosa locuzione ceteris paribus in «Sacrosanctum Concilium»), esso è sostanzialmente accantonato - per non dire aborrito -, come conciliare l'eventuale uso, più o meno frequente, di questo venerabile repertorio con la tanto richiesta "partecipazione attiva" [2] dell'assemblea al culto divino, considerato anche che, data la difficoltà esecutiva, è un tipo di canto praticabile unicamente da un gruppo corale "favorito"? 

Grazie in anticipo per il vostro commento.

Cordiali saluti


Cremona, il 22 febbraio 2022, XV anniversario di «Sacramentum caritatis»


NOTE:
 


domenica 18 ottobre 2020

Le parti cantate della nuova edizione italiana del Messale Romano: speriamo siano cantate (bene) dai nostri sacerdoti!

Gentili lettori,


immagino saprete tutti che fra poco entrerà finalmente in vigore la nuova edizione italiana del Messale Romano.

La grande novità è che le partiture musicali non saranno più in appendice e/o come allegato asportabile, bensì 'infra', all'interno delle pagine del Messale e, quanto pare, in abbondanza e ispirate in particolar modo al canto gregoriano.

Vi è però un "però": posto che cantare non è obbligatorio, chi inciterà i nostri sacerdoti (e i seminaristi che sacerdoti diventeranno) a cantare, non solo, ma a cantare bene?!...

In proposito sant'Agostino ha scritto: «Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese. Canta bene, fratello» [S. Agostino, Esposizioni sui salmi, Commento secondo al salmo 32, paragrafo 8].

Ulteriori informazioni, con qualche exemplum di partitura, in questo articolo di presentazione apparso il 17 settembre 2020 su Avvenire.

Grazie per la cortese attenzione e buona lettura a voi.

Paolo Bottini

Cremona, il 18 ottobre 2020

lunedì 28 agosto 2017

Il karaoke liturgico




Gentili lettori,

oggi 28 agosto, giorno liturgico di Sant'Agostino, ho riflettuto una volta di più su quella pratica liturgico-musicale che il santo vescovo d'Ippona chiamava "jubilus": quel canto melismatico che sgorga spontaneamente in colui che gioisce per le incommensurabili opere del Signore! È in pratica l'antecedente di quello che nel canto gregoriano sarà il "melisma".

Di seguito la definizione che ne dà Agostino stesso nel suo commento al Salmo 32:

«Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non "giubilare"? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo» (cfr. Salmo 32,3) [*]


Sant'Agostino, a proposito del cantare «con arte», precisa: «Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Canta con arte, o fratello» [*].

Mi vengono quindi in mente, con sincera compassione (nel senso che patisco-con!), tutti i colleghi organisti che a messa sono costretti ad accompagnare la suorina di turno (o chi per essa) che, cantando più o meno bene al microfono, è convinta (spesso a buona ragione, purtroppo) di essere l'elemento essenziale grazie al quale l'assemblea è spinta a cantare... dunque, non la gioia del giubilo per una forte emozione scaturita dall'ascolto della Parola, ma la noia della routine subita - parlo dei fedeli, non del cantore - per assolvere ad un precetto che è il Terzo Comandamento!

Ecco, mi pare che il "karaoke" liturgico (l'organista che accompagna un cantore microfonato) sia il misero frutto rinsecchito di ormai più di mezzo secolo di riforma liturgica da cui ancora il clero non è stato in grado di far scaturire quella necessaria puntuale organizzazione di una pedadogia del canto cristiano: l'iniziazione cristiana dovrebbe essere condotta di pari passo con un vero e proprio "indottrinamento" nel canto! Ma sappiamo bene cosa fanno cantare ai nostri fanciulli le catechiste (complici i parroci, ovviamente)...

Ad ogni modo, se ci pensate, questo "sacro" karaoke in realtà è all'incontrario: non è colui che canta a seguire una base musicale che proceda imperterrita, bensì il povero accompagnatore allo strumento musicale che, solitamente, deve adattarsi ai tira-molla del cantore di turno! Insomma: l'organista-schiavo deve solo ubbidire!

Io credo che nelle nostre chiese si canti fin troppo, e naturalmente si canti male (perché i cattolici post-conciliari non hanno mai ricevuto un'educazione al canto liturgico): per cambiare rotta bisognerebbe diminuire le occasioni di canto, per cominciare nelle domeniche "ordinarie" facendo solo, appunto, l'Ordinario (Kyrie, Gloria Sanctus e Agnus) e riservare invece il Proprio cantato solo nelle solennità, in modo da poterlo preparare meglio e, soprattutto, con la più intima attinenza al testo delle antifone del Messale (in proposito leggasi http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2013/08/antifonedellamessa.html e anche http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2012/11/bisogna-tornare-cantare-la-parola-di-dio.html ).

Insomma, come recuperare un'educazione al canto sacro? Cerco di darmi risposta qui http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2016/10/come-recuperare-uneducazione-al-canto.html .

Ma ad un organista importa veramente cosa si canta a messa?! In genere mi pare di sì, anche se sarebbe, piuttosto, suo (recondito ed egoistico) sogno il poter suonare una sana "Messa d'Organo" in cui si canti solamente Alleluia e Santo!!

Del resto, vogliamo seguire alla lettera il dettato conciliare? Eccolo:

- «[...] il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (SC 112) [§].

Ora, l'aggettivo «solenne» presuppone che qualsiasi liturgia rivesta un'intrinseca solennità, oppure è la chiara affermazione che vi può essere una liturgia meno solenne di un'altra? Io credo che la solennità abbia i suoi gradi, ce lo suggerisce anche l'istruzione "Musicam Sacram" [°] ai nn. 28-29-30-31.

Or dunque, se i Padri conciliari nel succitato passo si sono premurati di specificare in quel punto «liturgia solenne», significa che vi è anche una liturgia non solenne, ovvero ordinaria... nella quale il canto non è più necessario!!

Quindi: basta cantare "tanto-pe-ccantà", basta cantare porcherie musico-testuali: spazio alle Messe d'Organo!!

:-D

Grazie per la cortese attenzione.

Paolo Bottini

__________
[*] S. Agostino, Commento al Salmo 32, in Giulio Cattin, La monodia nel Medioevo, Storia della musica a cura della Società Italiana di Musicologia, vol. 2, EDT, Torino 1979; cfr. http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2013/12/santagostino-cantare-bene-a-Dio.html



domenica 29 dicembre 2013

A Dio non devi cantare e basta, devi cantare bene!




Egregio lettore,

lo scorso 28 agosto, festa liturgica di S. Agostino vescovo, mi è venuto in mente un passo che mi trova molto in sintonia col santo vescovo d'Ippona:

« Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese ».

Ciò dovrebbe spingere i suonatori liturgici d'ogni ordine e grado alla ricerca della perfezione tecnica (non bastano la buona volontà e il dono delle proprie pochezze al Signore!): altro che dire il classico "tanto il Signore guarda al cuore e non ai fatti" sempre buono per giustificare qualsivoglia porcheria liturgico-musicale!

Per questo, ad esempio, nel testamento spirituale di don Dante Caifa - dal 1964 al 2003 successore di Federico Caudana nel ruolo di organista e maestro di cappella del Duomo di Cremona - è scritto, più o meno, così: piuttosto che si canti male, non si canti affatto!!

E tu, cortese lettore, sei d'accordo con me, con Agostino e con don Caifa?!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, il 29 dicembre 2013

* * *

Sant'Agostino vescovo

"Cantate al Signore un cantico nuovo, la sua lode risuoni nell'adunanza dei santi."

Siamo stati ammoniti di cantare al Signore un cantico nuovo. L'uomo nuovo sa qual è il cantico nuovo. Il cantare è espressione di gioia, e, se pensiamo a ciò con un po' più di attenzione, è espressione di amore. Perciò colui che sa amare la nuova vita, conosce anche un cantico nuovo. Dobbiamo dunque sapere cosa sia questa vita nuova, a causa del cantico nuovo. Infatti tutto appartiene ad un unico regno, l'uomo nuovo, il cantico nuovo, il testamento nuovo. Perciò l'uomo nuovo canterà il cantico nuovo e farà parte del testamento nuovo.

Non c'è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Dunque non veniamo ammoniti a non amare, ma a scegliere l'oggetto del nostro amore. Ma che cosa scegliamo, se prima non veniamo scelti? Perché non siamo in grado di amare, se prima non siamo amati. Ascoltate l'apostolo Giovanni: Amiamo anche noi, perché egli per primo ci amò . Tu cerchi per l'uomo il motivo per il quale debba amare Dio, e non troverai affatto, se non perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato ha dato se stesso, ha dato affinché noi potessimo amarlo. Che cosa egli abbia dato affinché noi lo amassimo, ascoltatelo in modo più chiaro dall'apostolo Paolo: L'amore di Dio, dice, è stato riversato nei nostri cuori. Da dove? Forse da noi? No. Da chi dunque? Dallo Spirito Santo elargitoci.

Avendo dunque tanta fiducia, amiamo Dio da Dio. Ascoltate più chiaramente lo stesso Giovanni: Dio è amore, e chi dimora nell'amore, dimora in Dio, e Dio dimora in lui. Non è sufficiente dire: L'amore è da Dio. Chi di noi oserebbe dire ciò che è stato detto: Dio è amore?. Lo disse colui che sapeva ciò che aveva.

Dio, a farla breve, si offre a noi. Ci dice: Amatemi e mi avrete, perché non potete neppure amarmi, se non mi avrete.

O fratelli, o figli, o stirpe cattolica, o seme santo e supremo, o rigenerati e nati in modo soprannaturale in Cristo, ascoltate me, anzi per mezzo mio: Cantate al Signore un cantico nuovo. Ecco, dici, io canto. Tu canti, certamente canti, lo sento. Ma la vita non abbia mai a testimoniare contro le tue parole.

Cantate con la voce, cantate con la bocca, cantate con i cuori, cantate con un comportamento retto: Cantate al Signore un cantico nuovo. Mi chiedete che cosa dovete cantare di colui che amate? Senza dubbio vuoi cantare di colui che ami. Cerchi le sue lodi da cantare? L'avete sentito: Cantate al Signore un cantico nuovo. Cercate le lodi? La sua lode risuoni nell'assemblea dei santi. Il cantore, egli stesso, è la lode che si deve cantare. Volete dire le lodi a Dio? Voi siete la lode che si deve dire. E siete la sua lode, se vivete in modo retto."

[Dai « Discorsi » di sant'Agostino vescovo (Serm. 34, 1-3.5-6; CCL 41, 424-426)]

* * *

Sant’Agostino circa il canto e la musica

Due passi dal "Commento ai salmi" di Sant’Agostino


Dal commento al salmo 32:

‘Esultate, o giusti nel Signore (...) Ai retti conviene il lodarlo. Celebrate il signore con la cetra. Sul salterio a dieci corde inneggiate a lui. Cantate a lui un cantico nuovo.’
Spogliatevi di quanto è in voi di vecchio: avete conosciuto il cantico nuovo. Nuovo uomo, Nuovo Testamento, nuovo cantico. Il cantico nuovo non compete agli uomini vecchi: lo apprendono solo gli uomini nuovi, rinnovati dalla vecchiaia per mezzo della grazia, che già appartengono al Nuovo Testamento, che è il Regno dei cieli. Ad esso sospira tutto il nostro amore, e canta il nuovo cantico.
Lo canti però non con le labbra, ma con la vita.
Cantategli un cantico nuovo: bene cantate a lui. Ognuno chiede in qual modo cantare a Dio. Canta a Lui, ma canta bene. Egli non vuole che le sue orecchie siano offese. (...)
Canta nel giubilo. Che significa giubilare? Intendere senza poter spiegare a parole ciò che con il cuore si canta... E a chi conviene questo giubilo se non al Dio ineffabile? Ineffabile è infatti ciò che non può essere detto: e se non puoi dirlo, ma neppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole, e la gioia si dilati immensamente ben al di là dei limiti delle sillabe? Bene cantate a lui nel giubilo.

Dal commento al salmo 56:

Pronto è il mio cuore, o Dio, pronto è il mio cuore: canterò e inneggerò. Sorgi, o mia gloria. Si riferisce a colui che era fuggito dinanzi a Saul nella grotta. Dice: sorgi, mia gloria, e significa: Sia glorificato Gesù dopo la passione. Sorgi, salterio e cetra. Che cosa invita a sorgere? A quel che sento, due strumenti musicali; mentre so che uno solo è il corpo di Cristo. Sì, una sola carne risorse da morte, eppure è detto bene che risorsero due strumenti: poiché uno strumento è il salterio, un altro la cetra. Questi due strumenti, come del resto tutti gli strumenti musicali, vengono chiamati organi. 
Per organo infatti, non si intende solo quello strumento grande che si gonfia con i mantici; ma ogni altro strumento che serve ad accompagnare il canto ed è di natura corporea. (...)
Il salterio è uno strumento che il suonatore porta in mano e che ha le corde tese; questo salterio però, ha nella parte superiore la sua cassa di risonanza, cioè quel legno concavo che, essendo sospeso, risuona al tatto, perché è pieno d’aria.
La cetra invece, ha nella parte inferiore quello stesso legno concavo e risonante. Perciò nel salterio le corde ricevono il suono dall’alto; nella cetra invece lo ricevono dal basso. Questa è la differenza tra il salterio e la cetra. (...)
Ma che significa il salterio? Che significa la cetra?
Per mezzo della sua carne il Signore compì due sorte di azioni: i miracoli e la passione. I miracoli furono operati da ciò che era sopra, la passione fu compiuta attraverso l’elemento inferiore. I miracoli erano opere divine, ma Cristo li fece per mezzo del corpo, per mezzo della carne. Ebbene la carne, in quanto compiva opere divine, è il salterio; la stessa carne, in quanto sopportava le miserie umane, è la cetra.
Suoni il salterio: siano illuminati i ciechi, odano i sordi, riprendano forza i paralitici, camminino gli zoppi, si levino gli ammalati, risorgano i morti. Ecco il suono del salterio. Suoni anche la cetra; egli ha fame, ha sete, dorme, è catturato, flagellato, deriso, crocifisso, sepolto.
Quando dunque tu vedi in quella carne qualcosa suonare dall’alto e qualcosa dal basso, mentre una sola è la carne che risorge, allora noi riconosciamo nell’unica e identica carne il salterio e la cetra.
Sono queste due specie di azioni che hanno riempito il Vangelo, e ciò si annunzia alle genti: infatti, sono annunziati sia i miracoli che la passione del Signore.