Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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domenica 29 marzo 2020

La Nuova Liturgia ha rinunciato alla bellezza della musica: parola di Domenico Bartolucci!

«La Nuova Liturgia nata da intenti pastorali ha creduto di rinunziare a questa bellezza per incrementare la partecipazione del popolo, come se questa bellezza non fosse creata via via nei secoli, oltre che a dare gloria a Dio, per il nutrimento più sano, più sostanzioso del popolo. Quali frutti potrà ritrarre questo povero popolo dal far da sé, dal cantar da sé dei canti, o non a lui adatti o, se a lui adatti, insulsi e brutti, tali da dissacrare la stessa liturgia, io proprio non saprei. Il tempo giudicherà!»  
[Domenico BARTOLUCCI, dall'Introduzione al Quinto Libro dei Mottetti (1985)]

domenica 30 giugno 2019

Messa-sacrificio o messa-pasto?


Per millenni la Chiesa si è preoccupata di farci capire in tutti i modi – con le parole, con gli atti, con l’architettura, con gli arredi – che la cena del Signore non è soltanto una cena, ma è, come ci insegna il Concilio Vaticano II, la ripresentazione e l’applicazione dell’«unico sacrificio del Nuovo Testamento, il sacrificio cioè di Cristo, che una volta per tutte si offre al Padre quale vittima immacolata» (Lumen gentium, 28).
In questi ultimi tempi invece agli occhi di molti pare che la più urgente necessità pastorale sia diventata quella di persuadere a poco a poco – con le parole, con l’impoverimento dei riti, con le banalizzazioni dei gesti – che la Messa sia solo il ricordo di un pasto, o tutt’al più la celebrazione di un convito fraterno.
I nostri padri, stupiti e commossi dalla presenza del «mistero della fede», cioè dell’avvenimento centrale e più determinante della vicenda umana, erano incontentabili nel convocare tutte le arti e tutti i tesori a onorare il sacrificio di Cristo ripresentato tra noi; pare invece che il nostro tempo abbia scelto la strada della riduzione al minimo e della più povera schematicità.
Sarà anche una saggezza nuova. Resta però il fatto che, mentre le nostre case si fanno sempre più adorne di lussi e fornite di comodi, noi riserviamo il nostro amore per la povertà ai luoghi della grande e tremenda «Presenza».
C’è da dubitare che il Signore sia proprio di questo parere, lui che per la prima celebrazione eucaristica – ci ha detto il vangelo di Marco che abbiamo ascoltato – non ha scelto lo squallore di una stanza disadorna né si è accontentato della casualità di un qualunque locale, ma ha voluto un ambiente di grande dignità: «al piano superiore, una grande sala con i tappeti, già pronta» (Mc 14,15).
(Cardinale Giacomo Biffi, Omelia del Corpus Domini 1991; Bollettino dell’Arcidiocesi di Bologna, LXXXII, 5/1991, pp. 146-148)

sabato 2 febbraio 2019

Perché è in crisi la musica sacra





Gentili lettori,

nel mondo cattolico la cosiddetta "musica sacra" www.musicasacra.info (definizione che molti novatori aborrono, preferendo "musica per la liturgia") è in crisi in quanto vi è di fatto una radicale opposizione di due modi di vivere il culto, opposizione che vede il crearsi di partiti liturgico-musicali che si sostanziano principalmente nella contrapposizione tra organisti (più o meno diplomati) e chitarristi (la stragrande maggioranza strimpellatori domenicali più o meno abili).

Una vera e propria anarchia liturgica, prima ancora che musicale, che non sta facendo altro che frammentare sempre più questa Chiesa che è sommersa da altri giganti problemi, a causa dei quali il canto e la musica per il culto sono visti - complici anche carenze culturali - come un'accessorio puramente esornativo: se c'è, bene per tutti e avanti qualsiasi proposta, se non c'è, fa lo stesso, l'Eucaristia è comunque valida!

In proposito vi consegno in calce le riflessioni del sacerdote oratoriano Uwe Michael Lang, consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ai tempi di Papa Ratzinger.

Buona lettura!

Paolo Bottini
www.paolobottini.it

Cremona, il 2 febbraio 2019

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Perché è in crisi la musica sacra
di Uwe Michael Lang [*]

Fra i molti contributi lungimiranti e acuti di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI circa la musica sacra, ce n’è uno che trovo particolarmente interessante e che vorrei prendere come punto di partenza per le mie riflessioni: la conferenza "Problemi teologici della musica sacra" tenuta presso il Dipartimento di Musica Sacra del Conservatorio Statale di Musica di Stoccarda nel gennaio 1977 e poi pubblicata anche in altre lingue. In italiano è uscita per la prima volta qualche mese fa nel libro "Teologia della Liturgia", il primo volume pubblicato dei sedici dell’opera omnia di Joseph Ratzinger (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 858, euro 55).

In questa conferenza, l’allora cardinale Ratzinger individuava le cause della crisi contemporanea della musica sacra sia nella crisi generale della Chiesa sviluppatasi dopo il concilio Vaticano II sia nella crisi delle arti nel mondo moderno, che ha colpito anche la musica. Joseph Ratzinger era interessato soprattutto ai motivi teologici della crisi della musica sacra; sembra "che questa sia finita in mezzo a due macine teologiche di carattere assai contrapposto, che però cooperano concordemente a logorarla".

Da un lato, esiste "il funzionalismo puritano di una liturgia intesa in senso puramente pragmatico: l’evento liturgico deve essere, come si dice, liberato dal carattere cultuale e ricondotto al suo semplice punto di partenza, un convito comunitario".

Questo atteggiamento va di pari passo con una lettura sbagliata del principio della partecipazione attiva (participatio actuosa), introdotto dal Papa san Pio X e promosso dalla Costituzione del Vaticano II sulla Sacra Liturgia. Spesso si intende la partecipazione attiva come "un’uguale attività nella liturgia di tutti i presenti", che non lascia più spazio alla musica che ha un più alto tenore artistico e viene cantata da un coro o da una schola, e comprende anche l’uso degli strumenti musicali classici.

In questa visione, rimane lecito solo il canto dell’assemblea, "che, a sua volta, non è da giudicare in base al suo valore artistico, ma unicamente in base alla sua funzionalità, cioè in base alla sua capacità di creare ed attivare una comunità".

Dall’altro lato, c’è ciò che Joseph Ratzinger ha chiamato "il funzionalismo dell’adattamento", che ha portato alla comparsa di nuove forme di cori e orchestre che eseguono musica "religiosa" ispirata al jazz e al pop contemporaneo.

[Benedetto XVI] osserva che i "nuovi ensemble (...) risultavano non meno elitari dei vecchi cori di chiesa, ma non venivano sottoposti alla stessa critica".

Ambedue gli atteggiamenti teologici hanno lo stesso effetto: il repertorio tradizionale della musica sacra, dal canto gregoriano fino alle composizioni polifoniche del XX secolo, è giudicato inadatto per la liturgia ed è relegato in sala da concerto, dove è curato e valutato come un oggetto di museo, o forse addirittura trasformato in una specie di liturgia "secolare".

Certo, si può sostenere che vi sia qualche precedente nella Chiesa primitiva per l’atteggiamento del "funzionalismo puritano" nei confronti della musica nella liturgia.

Già dagli inizi, il canto dei salmi e, come sviluppo successivo, gli inni e cantici avevano un posto naturale nel culto cristiano. Comunque, non si continuava la pratica musicale del Tempio di Gerusalemme con il suo carattere festivo e il suo uso degli strumenti, descritto in vari salmi. Il luogo della musica nella liturgia cristiana corrisponde piuttosto a quello nella sinagoga. Allo stesso tempo, i primi cristiani erano preoccupati di distinguere chiaramente la musica della loro liturgia da quella del culto pagano. Una conseguenza di tale presa di distanza sia dal culto del Tempio che dalle cerimonie pagane era l’esclusione degli strumenti dalla liturgia cristiana, che si mantiene ancora nelle tradizioni ortodosse e che si è espressa in una forte corrente anche nell’Occidente latino, lasciando da parte il ruolo privilegiato dell’organo, che è stato investito di un profondo significato teologico.

Joseph Ratzinger insiste sul fatto che non si può interpretare la sospensione degli strumenti come un rifiuto della dimensione "sacra" e "cultuale" della musica o anzi come un "passaggio nella profanità".

Al contrario, essa esprime "una sacralità puristicamente accentuata", che si riflette anche nei commenti dei Padri della Chiesa sull’uso della musica nella liturgia. Molti Padri presentano la liturgia cristiana come il risultato di un processo di "spiritualizzazione" dal culto del Tempio dell’Antica Alleanza con i suoi sacrifici di animali verso la logiké latreía (Romani, 12, 1), "un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione", un tema chiave nel pensiero del Pontefice.

Una musica adeguata alla liturgia cristiana aveva dovuto subire un processo di "spiritualizzazione", che i Padri, secondo Joseph Ratzinger, avevano interpretato come una "de-materializzazione": la musica è stata ammessa solo nella misura in cui serviva il movimento dal sensibile allo spirituale, e da quello risulta la discontinuità con la musica festosa del Tempio e l’esclusione degli strumenti.

[Benedetto XVI] attribuisce l’atteggiamento austero dei Padri verso la musica alla forza del pensiero platonico nella teologia patristica, e individua anche i problemi inerenti in esso, in quanto "si avvicinava più o meno all’iconoclastia". Infatti, egli lo considera "l’ipoteca storica della teologia" attraverso l’arte nel sacro, un’ipoteca che riappare ogni tanto nel corso della storia.

Un particolare rilievo in questo ambito è ricoperto dall’enciclica "Annus qui", scritta da uno dei Papi più dotti dell’età moderna, Benedetto XIV, nato Prospero Lorenzo Lambertini nel 1675, Vescovo di Ancona 1727-1731 e arcivescovo di Bologna dal 1731, incarico che mantenne anche da Papa. Nel 1728 fu nominato cardinale e, dopo la morte di Clemente XII, nel conclave lungo e controverso del 1740, fu elevato alla Sede di Pietro e scelse il nome Benedetto XIV. Morì nel 1754.

Papa Lambertini era un canonista e studioso con un vasto ambito di interessi, tra cui il culto divino. Il suo magistero liturgico può essere collocato all’interno del progetto continuo di riforma avviata dal Concilio di Trento. L’enciclica "Annus qui", essendo scritta prima in italiano e poi tradotta in latino, rivela il suo scopo già nel suo titolo completo: "Del culto e mondezza delle Chiese; del regolamento dell’Uffiziature, e Musica Ecclesiastica, Lettera circolare a’ Vescovi dello Stato Ecclesiastico per l’occasione del prossimo Anno Santo".

Questo titolo indica gli argomenti principali dell’enciclica: la cura delle chiese, l’ordine e la solennità del culto celebrato in esse, e in modo particolare la musica sacra. Si noti inoltre che l’enciclica si indirizza ai vescovi dello Stato Pontificio del prossimo Anno Santo 1750. Il Pontefice aspettava a Roma un grande numero di pellegrini che desideravano conseguire "il frutto spirituale delle sante indulgenze".

Benedetto XIV comincia la sua enciclica con un monito alla disciplina ecclesiastica, spingendo il suo clero a fare tutto quanto in loro potere per assicurare che i tanti visitatori nella città eterna non ritornino alle loro patrie scandalizzati da ciò che avevano visto. Infatti, Roma e tutto lo Stato Pontificio devono fornire un esempio di celebrazione liturgia e di musica sacra per tutto il mondo cattolico. Senza dubbio, Papa Lambertini era consapevole dei limiti del suo potere in tali questioni, che in gran parte dipendevano dal patrocinio locale sia ecclesiastico sia secolare. Tuttavia, era determinato a mantenere un livello più alto nel suo proprio territorio.

Le principali preoccupazioni di Benedetto XIV circa la polifonia sacra - in continuità con i dibattiti al Concilio di Trento e le dichiarazioni successive di Papi e di sinodi locali - sono l’integrità e l’intelligibilità del testo liturgico che viene messo in musica. In particolare, quando si cantano i brani polifonici nella Messa o nell’Ufficio Divino, devono contenere i "propri" che sono parti integranti della sacra liturgia.

Data questa premessa, Benedetto XIV si riferisce a un decreto emesso dal suo predecessore Innocenzo XII nel 1692, che proibì in genere il canto di ogni cantilena o mottetto. Nelle sante Messe solenni permise soltanto, oltre al canto del Gloria e del Simbolo, di poter cantare l’Introito, il Graduale e l’Offertorio. Nei Vespri non ammise nessun cambiamento, neppure minimo, nelle Antifone che si dicono all’inizio e alla fine di ogni Salmo.

Inoltre, l’enciclica nota che è diventato comune negli ultimi tempi utilizzare la musica di carattere teatrale nel culto divino. Il problema di questo tipo di musica è che mira a rendere gli ascoltatori fruitori della melodia, del ritmo, della qualità delle voci, e così via, mentre il significato delle parole diventa secondario. Bensì, afferma Benedetto XIV in modo inequivocabile, questo non vale per la liturgia: "Non così invece deve essere nel canto Ecclesiastico; anzi in questo si deve avere di mira l’opposto". In altre parole, la musica sacra che merita il suo nome deve sempre servire un fine spirituale e teologico, non solo estetico.

L’enciclica poi procede alla questione dell’uso degli strumenti in chiesa. Il Pontefice ritiene che tale questione sia fondamentale per distinguere la musica sacra da quella dei teatri. In primo luogo, egli determina quali strumenti si possano tollerare (si noti la scelta delle parole: "degli strumenti musicali, che possono essere tollerati nelle Chiese"). Benedetto XIV segue la sua solita metodologia e cita varie opinioni, in particolare il Primo Concilio Provinciale di Milano, tenutosi sotto san Carlo Borromeo, che ha ammesso solo l’organo e ha escluso tutti gli altri strumenti.

In secondo luogo, Papa Lambertini stabilisce che gli strumenti consentiti debbano essere suonati solo per sostenere il canto della voce umana. A questo punto, il linguaggio del Pontefice diventa molto deciso, quando dichiara: "Se però gli strumenti suonano in continuazione, e solo qualche volta si chetano, come si usa oggi, per lasciare tempo agli uditori di sentire le armoniche modulazioni, le vibranti puntate delle voci, volgarmente chiamati i trilli (un riferimento a Giovanni XXII, Docta Sanctorum Patrum); se, per il rimanente, non fanno altro che opprimere e seppellire le voci del coro, e il senso delle parole, allora l’uso degli strumenti non raggiunge lo scopo voluto, diventa inutile, anzi rimane proibito e interdetto".

In terzo luogo, rispetto alle musiche orchestrali, "Annus qui" concede che potrà continuare dove è già stata introdotta, purché siano serie, e non rechino, a causa della loro lunghezza, noia o grave incomodo a quelli che sono nel Coro, o che funzionano all’Altare, nei Vespri e nelle Messe.

- fonte: L’Osservatore Romano, 6 ottobre 2010, riportato da http://www-maranatha-it.blogspot.com/2010/10/perche-e-in-crisi-la-musica-sacra-di.html


[*] parroco del Brompton Oratory di Londra, ex consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, già officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.




domenica 22 novembre 2015

Ufficio Vaticano Musica Sacra


Gentili lettori,

pare evidente che nell’attuale anarchia liturgico-musicale (parrocchia che vai, musica che trovi!) sarebbe vieppiù urgente che si istituisca finalmente un organismo dirimente a livello universale, ovvero un ufficio per la musica sacra in seno alla congregazione vaticana per il Culto Divino, come da tempo già mons. Miserachs (ex preside del PIMS e maestro di cappella di S. Maria Maggiore a Roma) invocava (v. http://www.zenit.org/it/articles/necessario-un-ufficio-pontificio-di-vigilanza-sulla-musica-sacra ) e come di recente è stato meglio delineato (v. http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350250 ).

Parlo di un organismo che si occupi precipuamente di regolare con un certo rigore un aspetto del culto, la musica e il canto, che non sono secondari, anzi sono essi stessi culto!

Voglio tuttavia (pessimisticamente) scommettere che nemmeno il nuovo auspicabile Ufficio Vaticano per la Musica Sacra saprebbe mettere facilmente ordine nel marasma del canto e della musica nella liturgia (qui in Italia in particolar modo), perché prima di tutto bisognerebbe arginare quelle storpiature del culto scaturite, in ormai oltre cinquant’anni, da un’indebita interpretazione di "Sacrosanctum Concilium" (o addirittura da un’insana indifferenza verso la medesima istruzione) e dei documenti liturgici ufficiali (a partire dall'Ordinamento Generale del Messale Romano).

Voi organisti e musicisti di chiesa non sentiatevi indifferenti verso il vero problema che assilla la Chiesa oggi: la deriva verso la desacralizzazione del culto!

Non dimenticate le parole del cardinal Ratzinger nel 1997: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (v. http://digilander.libero.it/gregduomocremona/ratzinger_la_mia_vita.htm ).

Ma infine una considerazione fondamentale: nessun miglioramento dell’aspetto canoro e musicale del culto sarà possibile senza l’apporto di chi canto e musica lo sa fare bene, e chi sa fare bene canto e musica ha pure diritto alla sua mercè...

Come vedete il busillis sta nell’investimento economico per formare musicisti professionisti che siano in grado di interagire come si deve con la liturgia...

Ma anche risolto il problema economico, rimarrebbe un’altro ostacolo: l’ostracismo dei parroci, raramente attenti alla corretta applicazione della riforma liturgica operata dal Vaticano II, spesso supportati dall’indifferenza dei loro vescovi, il quali ritengono inutile pontificare in materia liturgica così come poco caritatevole tirare le orecchie ai preti che compiono abusi liturgici più o meno manifesti...

Bisognerebbe allora, di pari passo all’assunzione di musicisti di chiesa preparati, preoccuparsi più approfonditamente della formazione liturgica e musicale dei seminaristi...

Perdonate i tanti puntini di sospensione... a me sembra che in questa Chiesa non si possa più parlare seriamente di liturgia senza essere subito tacciati di vaneggiamenti filosofici!

Vi saluto con vieppiù affranta devozione.


Cremona, nel giorno di S. Cecilia dell’anno 2015

mercoledì 27 marzo 2013

La crisi della musica liturgica è anzitutto la crisi della liturgia stessa




Gentili lettori,

prima di difendere a spada tratta il canto gregoriano contro il repertorio del Gen Rosso o del Rinnovamento nello Spirito Santo (RNS), prima di sbraitare davanti al parroco se zittisce l'organo a favore della chitarra, prima di lamentarci col vescovo che vieta alla Cappella Musicale della sua Cattedrale il canto di un mottetto polifonico in latino... insomma, prima di suggerire ai preti quale sia la musica perfetta per il culto, vediamo noi stessi di conoscere meglio questa Chiesa di cui ci gloriamo di far parte e quali sono i problemi che la investono oggi!

In proposito anch'io, come il cardinale Joseph Ratzinger nel 1997, sono convinto che la crisi ecclesiale (e dunque pure della musica cultuale) sia dovuta innanzitutto al crollo della liturgia:

«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita "etsi Deus non daretur": come se in essa non importasse più se Dio c'è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l'unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov'è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?» (J. Ratzinger, La mia vita: ricordi, 1927-1977, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, p. 113).


Non siete d'accordo anche voi?!

Per questo invito tutti a leggere pazientemente, benché di argomento non prettamente musicale, il saggio intitolato Cosa divide la Chiesa. La riforma liturgica postconciliare tra abusi e teoremi, resistenze e indulti di don Nicola Bux (sacerdote della diocesi di Bari e Consultore Congregazione Cause dei Santi e Dottrina della Fede), che approfondisce le ragioni di questa crisi che ha investito la liturgia nel postconcilio: così si comprenderà meglio che, alla fine, è inutile lamentarsi, ma è sufficiente fare quel poco che si riesce a fare nel proprio piccolo, ma soprattutto tentare di ri-coagulare le forze e le opinioni affinché i musicisti (organisti e direttori di coro) professionisti, riuniti in forza univoca, entrino ufficialmente in dialogo con la Chiesa cattolica in Italia (in particolare con l'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana) per offrire un contributo competente al miglioramento della qualità della musica cultuale in cambio di una civilmente onesta remunerazione.

Con l'occasione, ringraziando per la cortese attenzione, auguro a tutti buona Pasqua.

Paolo Bottini