Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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domenica 10 luglio 2022

Per una «seria e vitale formazione liturgica» del popolo di Dio



Gentili lettori,

il 29 giugno 2022 Papa Francesco ha promulgato la sua lettera apostolica "Desiderio desideravi" per offrire spunti di riflessione circa la necessità di una «seria e vitale formazione liturgica» del popolo di Dio, affinché esso sia spronato ad attingere costantemente «a quella che da sempre è la fonte prima della spiritualità cristiana»: la Sacra Liturgia.

Alla base dell'ignoranza dei fedeli verso la Sacra Liturgia, vi è l'incapacità dell'uomo moderno di leggere i simboli: «l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli. [...] Il compito non è facile perché l’uomo moderno è diventato analfabeta, non sa più leggere i simboli, quasi non ne sospetta nemmeno l’esistenza».

Tra questi simboli sicuramente uno da recuperare e valorizzare con cura, ad esempio, è il "sacro silenzio" [cfr. SC 30]: «siamo chiamati a compiere con estrema cura il gesto simbolico del silenzio», dice il Papa.

Saper cogliere e vivere i simboli liturgici porta a quella tanto raccomandata (quanto, a volte, fraintesa) "piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche" [cfr. SC 14] che è in grado di introdurre il fedele nella potenziale bellezza dei riti: «La bellezza, come la verità, genera sempre stupore e quando sono riferite al mistero di Dio, porta all’adorazione».

Già, l'adorazione: perché, ad esempio, sempre meno gente s'inginocchia davanti al miracolo della Transustanziazione nel momento della consacrazione nella Santa Messa?!... Questo è uno dei frutti della vanagloria di certi nostri preti, che si pongono davanti all'assemblea quasi come attori davanti ad un pubblico, mettendo in campo «un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo».

Forse a volte avete badato che anche solo il tono di voce del sacerdote nella Messa tradisce una mera distaccata (pure trasandata magari) "recitazione" di testi, quando invece «al presbitero è chiesta una vera ars dicendi»... altrimenti, da parte dei fedeli, si induce disattenzione, noia o addirittura insofferenza[1]; o, per contro, il sacerdote ci mette tutto l'impegno per diventare 

«il protagonista di un dramma da recitare sull'altare con altri attori, e più drammatici e sensazionali diventano tutti, più sentono che stanno ottenendo buoni risultati. In un simile scenario, il ruolo centrale di Cristo svanisce. Anche se in un primo momento può sembrare bello, presta diventa una gran noia»[2].

Questa nuova lettera apostolica di Papa Francesco è un invito molto chiaro - rivolto a tutti, sia consacrati che laici - a mettersi a studiare (e poi applicare!) la 'magna charta' della riforma liturgica ovvero la Costituzione "Sacrosanctum Concilium" del Concilio vaticano secondo sulla Sacra Liturgia, il primo documento ufficiale promulgato dai Padri il 4 dicembre 1963: «La conoscenza che viene dallo studio - ricorda il Papa - è solo il primo passo per poter entrare nel mistero celebrato».

E il canto? Quanto vantaggio avrebbe il miglior esito della ancora giovane riforma liturgica se la Chiesa italiana si dotasse di un vero programma di educazione al (bel) canto dei fanciulli in primis... Ma per educare, occorrono educatori... buoni educatori!...

E la musica? Lasciamo perdere...

Grazie per la cortese attenzione.


Cremona, domenica 10 luglio 2022


[1] La trasandatezza di certi sacerdoti nel celebrar messa non è certo solo dei nostri tempi: «[...] temo pur troppo che il poco concetto che si ha di un mistero così adorabile venga in gran parte dalla freddezza e dalla poca applicazione di noi altri sacerdoti nel celebrarla, per questo ho giudicato necessario [...] risvegliare in essi un sacro spavento della gran funzione che fanno» (Pietro Vanni, Istruzione sopra il sacrificio della messa [...], Cappuri, Lucca 1724; citato in: Matteo Al Kalak, Mangiare Dio. Una storia dell'eucaristia, Einaudi, Torino 2021, p. 212)
[2] Card. M. Ranjith, La Sacra Liturgia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, in La Sacra Liturgia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, atti della Conferenza internazionale Sacra Liturgia 2013 (Roma, 25-28 giugno 2013), a cura di Alcuin Reid, Cantagalli, Siena 2014, p. 28.
 


domenica 17 novembre 2019

Il progetto "Canto e Catechesi" di A. Gasperi presentato al card. Ravasi



Gentili lettori,

di recente in Vaticano si è svolto il terzo convegno che il cardinale Gianfranco Ravasi (presidente del Pontificio Consiglio della Cultura) ha desiderato promuovere per sollecitare un dialogo necessario sull' "oggetto" musica sacra.

Il titolo del convegno era "Chiesa, Musica, Interpreti: un dialogo necessario": ospiti da diversi continenti, relazioni, approfondimenti, poi l'appuntamento con i Vespri in Cappella Sistina l'8 novembre, infine sabato 9 novembre - a fine lavori - l'udienza dei partecipanti con il Papa.

Sono dell'idea che questi convegni siano sostanzialmente inutili se non vi saranno direttive ufficiali affinché il canto e la musica per il culto non verranno affidati a professionisti debitamente formati (e di conseguenza regolarmente pagati): diversamente, anche un'enciclica papale che incoraggi la regolamentazione della musica per la liturgia non avrebbe che rari riscontri se non contenesse gli "ordini" affinché almeno nelle chiese cattedrali di ogni diocesi del mondo vi sia un musicista regolarmente pagato per svolgere a tempo pieno il lavoro al quale ha dedicato anni di studi professionalizzanti!

Parallelamente vi sono persone, come il M° Antonio Gasperi di Trento, che non attendono "ordini" dall'alto ma, umilmente, si adoperano affinché semi buoni cadano per terra...

Vi consegno qui in calce la lettera che il Maestro, autore del progetto "Canto e Catechesi", ha consegnato al cardinale Ravasi in occasione del citato convegno.

Tenendo conto che il seminatore non può mai sapere se proprio tutti i semi da egli gettati diverranno una pianta che porta frutto...

Grazie sempre per la vostra cortese attenzione e cordiali saluti.



Cremona, domenica 17 novembre 2019


* * *

Al Presidente
"Pontificium Consilium De Cultura"
Sua Eminenza RAVASI card. Gianfranco

Eminenza,

sono Antonio Gasperi, musicista ed ex insegnante al Conservatorio Bonporti di Trento.
Lo scorso autunno, in occasione del Convegno Musica e Compositori, ho presentato a grandi linee il progetto “Canto e Catechesi”, piccola scuola di formazione musicale rivolta ai ragazzi che frequentano la Catechesi parrocchiale.
Finalità primaria di questo progetto è la formazione musicale a indirizzo corale dei fanciulli a partire dai sei anni di età. Sappiamo purtroppo che questo tipo di formazione non è previsto nei programmi curriculari della scuola primaria di Stato. Il corso “Canto e Catechesi”, che è stato avviato all’indomani del Convegno stesso nella parrocchia dove svolgo il mio volontariato, prevede lo studio di un repertorio musicale diversificato che va dal canto popolare infantile, al canto cosiddetto didattico, finalizzato cioè all’apprendimento, in forma elementare, dei concetti fondamentali della grammatica e della sintassi musicale. Il corso prosegue con il canto d’autore e si completa con i canti – preghiera i quali sono composti espressamente per la voce dei fanciulli. Questi canti, che comprendono le preghiere fondamentali a partire dal segno della croce, sono propedeutici allo studio della salmodia e dei testi sacri.
E da questo vivaio di piccoli cantori, di cui fa parte qualche allievo con genitori di origine non italiana, è nato spontaneamente, su richiesta degli stessi allievi, il desiderio di imparare a suonare uno strumento. Dopo un periodo preparatorio, i candidati sono stati ammessi ai corsi diocesani di musica sacra che ora frequentano con buoni risultati.
A margine di questa mia esperienza ho capito quanto sia importante seguire personalmente gli stessi allievi al fine di garantire loro una buona assimilazione del metodo di studio e di sostenerli nella scelta specifica.
Il progetto “Canto e Catechesi” è stato proposto in particolar modo come surrogato della Schola Cantorum, istituzione che anche nella nostra Diocesi Trentina soffre di abbandono. E, se a questa triste condizione si unisce la realtà dei cori parrocchiali, la cui età media anagrafica è piuttosto avanzata, viene legittimo chiedersi se il coro liturgico, in un prossimo futuro, sarà ancora in grado di operare.
Sappiamo che nelle nostre chiese le celebrazioni liturgiche sono spesso animate da formazioni corali giovanili sostenute da complessini strumentali. Tali formazioni hanno di solito una breve durata e affiancano il coro parrocchiale in determinate circostanze liturgiche.
Molti si chiedono come possa conciliarsi con le finalità del canto sacro, e cioè “dare lode a Dio e contribuire alla santificazione dei fedeli”, la musica del repertorio giovanile quasi fosse musica di intrattenimento e perciò inadeguata allo stile della musica liturgica.
Purtroppo, il contesto dove queste realtà giovanili, sovente improvvisate, vengono istruite, non risponde in gran parte a un’adeguata formazione culturale ed è soprattutto per questa ragione che tali realtà, oltre ad essere precarie, non presentano segni culturalmente evolutivi.
Per quanto riguarda la mia esperienza relativa al progetto “Canto e Catechesi” posso affermare che, nonostante le difficoltà da affrontare, le strade dell’impegno e della preparazione sono le modalità di lavoro fondamentali ad avvicinare i giovani al canto e alla preghiera. Non va dimenticato inoltre, che a fianco dei giovani allievi ci sono le rispettive famiglie a sostenerli nel loro percorso di approccio alle verità della fede. E’ altresì bello sentire questi fanciulli mentre mi confidano, con ambizione, che in famiglia ripetono i canti che hanno imparato al coro, facendoli così conoscere anche ai propri famigliari. In questo modo la piccola scuola di bambini che canta allarga la sua esperienza nell’ambito della propria famiglia e questo contribuisce a dare il senso di una comunità che si unisce anche attraverso il canto e la preghiera.

È doveroso ricordare che un tempo la Schola Cantorum era il vivaio dove le giovani generazioni iniziavano lo studio della musica a indirizzo liturgico – corale. E all’interno di questo vivaio trovavano la loro prima formazione musicale non solo i futuri componenti il coro parrocchiale, ma anche coloro che sarebbero confluiti nei cori amatoriali, nelle bande e, come è successo a me e a tanti musicisti, coloro che avrebbero proseguito negli studi musicali professionali.
A chiusura di questo mio intervento mi sia permesso rivolgere a Lei, quale Presidente del Pontificium Consilium de Cultura, una preghiera affinché si faccia interprete del grande bisogno di cultura musicale richiesto dalle nostre comunità, un bisogno che potrà essere affrontato soprattutto attraverso la rinascita della Schola Cantorum. Pertanto, chiedo gentilmente che in uno dei prossimi Convegni si possa affrontare il tema della formazione musicale giovanile all’interno della Schola Cantorum.

Antonio Gasperi
Trento, 6 novembre 2019






mercoledì 5 ottobre 2016

La diocesi di Termoli-Larino ha ufficialmente istituito la figura dell'organista "titolare"

Gentili lettori,

segnalo una iniziativa positiva da parte di una diocesi italiana!

Si tratta della diocesi di Termoli-Larino la quale ha istituito la figura dell’ORGANISTA TITOLARE!

Che scoperta - direte voi - in quanto la maggior parte dei suonatori d'organo nel culto cattolico si fregiano (per lo più indebitamente) del titolo di "organista titolare" della tal chiesa, basilica, santuario etc.

Dato che sempre più spesso il servizio liturgico in chiesa viene svolto da chi NON possiede competenze necessarie, la diocesi di Termoli-Larino ha saggiamente deciso di "regolarizzare" la posizione di "organista titolare" che, d'ora in avanti, verrà riconosciuta ufficialmente da parte della diocesi stessa.

In questo modo l'organista titolare, grazie alle sue competenze in ambito sia liturgico che musicale, avrà il compito di occuparsi dell’animazione liturgico-musicale della parrocchia presso cui svolgerà servizio assieme alle altre figure preposte, in modo da garantire non solo un miglior servizio ministeriale ma anche un miglior utilizzo - nonché la necessaria manutenzione - degli organi, evitando così che cadano in disuso e siano preda del deterioramento.

Per ottenere la titolarità dell'organo in una chiesa diocesana, sarà necessario farne richiesta secondo le modalità previste dal regolamento (v. qui in calce) e possedere i necessari requisiti. La Commissione esaminatrice, analizzati i titoli, sottoporrà il candidato ad un esame volto a verificarne le competenze.

Per chi ha Facebook è possibile commentare cliccando QUI altrimenti grazie per commentare direttamente su questo blog.

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

* * *


DIOCESI DI TERMOLI – LARINO
Curia Vescovile
138/2016 prot.

Termoli, 23 settembre 2016
 
Norme per l’incarico di Organista Titolare
Diocesi Termoli-Larino
Istituto di Musica Sacra

È costituito l’Albo degli Organisti Titolari nella Diocesi di Termoli – Larino, pubblicato sul sito ufficiale della Diocesi e dell’Istituto di Musica Sacra.

Potranno essere iscritti all’albo:

• Diplomati in Organo presso la Scuola di Musica Sacra della Diocesi
• Diplomati presso una Scuola Diocesana di Organo di altra Diocesi che prestino servizio in una delle chiese della Diocesi di Termoli – Larino.
• Diplomati in organo presso un Conservatorio che dimostrino di avere formazione liturgica ed esperienza di servizio alle celebrazioni in una chiesa della Diocesi
Gli interessati dovranno fare richiesta scritta di iscrizione e la domanda dovrà essere accompagnata da:

• Copia di uno dei diplomi sopra indicati;
• Presentazione scritta del parroco o del rettore della Chiesa dove i richiedenti prestano servizio;
• Documentazione attestante altri titoli ed esperienze;
• Curriculum vitae.

L’accettazione della richiesta è subordinata all’approvazione degli Incaricati Diocesani per la Musica Sacra. Gli stessi, presa visione della documentazione, potranno richiedere l’espletamento di una prova attitudinale composta da una parte pratica e da un colloquio. Gli argomenti d’esame saranno resi noti ai pretendenti  tre mesi prima della prova.

L’essere organista titolare non comporta di per sé alcun rapporto di dipendenza o di lavoro con la chiesa presso cui si presta servizio: si tratta di un titolo onorifico dell’organista principale di una chiesa diocesana nella quale vi sia un organo a  canne.

La titolarità dell’organo si intende valida per un quinquennio, rinnovabile tacitamente per altri quinquenni.

La titolarità potrà essere revocata in qualunque momento dal parroco o rettore della chiesa, per disposizione dell’Ordinario o per decisione degli Incaricati Diocesani per la Musica Sacra. La revoca avverrà previa comunicazione scritta all’interessato riportando le motivazioni della decisione stessa.

Gli organisti possono richiedere in qualunque momento la rimozione dall’albo di tutti o alcuni dei loro dati.

Nello stesso albo saranno iscritti i secondi organisti che possono svolgere, su richiesta e secondo necessità, servizio presso una delle chiese che posseggono un organo a canne. I requisiti e le modalità di richiesta ed accettazione della domanda sono i medesimi previsti per la titolarità.

domenica 22 novembre 2015

Ufficio Vaticano Musica Sacra


Gentili lettori,

pare evidente che nell’attuale anarchia liturgico-musicale (parrocchia che vai, musica che trovi!) sarebbe vieppiù urgente che si istituisca finalmente un organismo dirimente a livello universale, ovvero un ufficio per la musica sacra in seno alla congregazione vaticana per il Culto Divino, come da tempo già mons. Miserachs (ex preside del PIMS e maestro di cappella di S. Maria Maggiore a Roma) invocava (v. http://www.zenit.org/it/articles/necessario-un-ufficio-pontificio-di-vigilanza-sulla-musica-sacra ) e come di recente è stato meglio delineato (v. http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350250 ).

Parlo di un organismo che si occupi precipuamente di regolare con un certo rigore un aspetto del culto, la musica e il canto, che non sono secondari, anzi sono essi stessi culto!

Voglio tuttavia (pessimisticamente) scommettere che nemmeno il nuovo auspicabile Ufficio Vaticano per la Musica Sacra saprebbe mettere facilmente ordine nel marasma del canto e della musica nella liturgia (qui in Italia in particolar modo), perché prima di tutto bisognerebbe arginare quelle storpiature del culto scaturite, in ormai oltre cinquant’anni, da un’indebita interpretazione di "Sacrosanctum Concilium" (o addirittura da un’insana indifferenza verso la medesima istruzione) e dei documenti liturgici ufficiali (a partire dall'Ordinamento Generale del Messale Romano).

Voi organisti e musicisti di chiesa non sentiatevi indifferenti verso il vero problema che assilla la Chiesa oggi: la deriva verso la desacralizzazione del culto!

Non dimenticate le parole del cardinal Ratzinger nel 1997: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (v. http://digilander.libero.it/gregduomocremona/ratzinger_la_mia_vita.htm ).

Ma infine una considerazione fondamentale: nessun miglioramento dell’aspetto canoro e musicale del culto sarà possibile senza l’apporto di chi canto e musica lo sa fare bene, e chi sa fare bene canto e musica ha pure diritto alla sua mercè...

Come vedete il busillis sta nell’investimento economico per formare musicisti professionisti che siano in grado di interagire come si deve con la liturgia...

Ma anche risolto il problema economico, rimarrebbe un’altro ostacolo: l’ostracismo dei parroci, raramente attenti alla corretta applicazione della riforma liturgica operata dal Vaticano II, spesso supportati dall’indifferenza dei loro vescovi, il quali ritengono inutile pontificare in materia liturgica così come poco caritatevole tirare le orecchie ai preti che compiono abusi liturgici più o meno manifesti...

Bisognerebbe allora, di pari passo all’assunzione di musicisti di chiesa preparati, preoccuparsi più approfonditamente della formazione liturgica e musicale dei seminaristi...

Perdonate i tanti puntini di sospensione... a me sembra che in questa Chiesa non si possa più parlare seriamente di liturgia senza essere subito tacciati di vaneggiamenti filosofici!

Vi saluto con vieppiù affranta devozione.


Cremona, nel giorno di S. Cecilia dell’anno 2015

sabato 31 gennaio 2015

Gradi di solennità del canto liturgico

Lorenzo Lotto, Pala di Santo Spirito, Bergamo



Gentili lettori,

una domanda ex abrupto: in ordine di priorità sarebbe più importante il canto d’introito o l’acclamazione al Vangelo?!

Forse di getto sarete portati a rispondermi «il canto d’introito»! Ebbene, è proprio il contrario, secondo le norme qui in calce citate!

Queste norme, promulgate nel 1967 nella nota istruzione Musicam Sacram, dovrebbero costituire, a mio parere, la vera e unica base da cui far partire la giusta riforma della musica nel culto divino della Chiesa cattolica!

Detta istruzione fu elaborata dal «Consilium» per l’attuazione della Costituzione sulla sacra Liturgia, un organismo voluto dal papa Paolo VI per, diciamo, tenere in rotta la riforma liturgica promulgata nel dicembre del 1963.

Presentatevi al vostro parroco e chiedetegli conto se egli sia a conoscenza di eventuali deroghe canoniche a queste norme!

A me pare non ci siano scappatoie: «questa Istruzione - come leggiamo in calce alla medesima - è stata approvata dal Santo Padre Paolo VI, nell’udienza concessa a Sua Eminenza il Cardinale Arcadio M. Larraona, Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, il 9 febbraio 1967. Il Santo Padre l’ha pure confermata con la sua autorità, ed ha ordinato che fosse pubblicata, fissandone l’entrata in vigore per il giorno 14 maggio 1967, domenica di Pentecoste. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario».

Ora, ad esempio, il Gloria è dichiarato sia più importante del salmo responsoriale: invece oggi magari assistiamo al canto del ritornello al salmo responsoriale mentre il Gloria viene semplicemente recitato; oppure viene regolarmente fatto un canto durante l’offertorio (magari con parole che nulla hanno a che fare col gesto offertoriale, ma nemmeno col vangelo del giorno!) e invece si tralascia quasi sempre il canto del Kyrie!

Invece - udite, udite! - leggete qui sotto quali dovrebbero essere le parti più importanti da cantare nella messa: le parti dialogate tra sacerdote e fedeli!!

Oh bella! Un prete che canta le parti presidenziali in dialogo con l'assemblea?! Direi rarissima avis…

Grazie ai vescovi che in questi decenni hanno così vivamente raccomandato ai rettori dei seminari di far studiare musica e canto ai futuri sacerdoti!!

:-/

Vi saluto con affranta devozione


Cremona, il 23 gennaio 2015

* * *

Estratto dalla istruzione Musica Sacram:


III.     Il canto nella celebrazione della messa

27.  Nella celebrazione dell’Eucaristia, con la partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, si preferisca, per quanto è possibile, la forma della Messa in canto anche più volte nello stesso giorno.
 
28. Rimane in vigore la distinzione tra Messa solenne, Messa cantata e Messa letta, stabilita dalla Istruzione del 1958 (n. 3), secondo la tradizione e le vigenti leggi liturgiche. Tuttavia, per motivi pastorali, vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo, integralmente o parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli alla partecipazione piena al canto.

29.  Il primo grado comprende:

a)  nei riti d’ingresso:
— il saluto del sacerdote celebrante con la risposta dei fedeli;
— l’orazione;
b) nella liturgia della parola:
— le acclamazioni al Vangelo;
c) nella liturgia eucaristica:
— l’orazione sulle offerte;
— il prefazio, con il dialogo e il Sanctus;
— la dossologia finale del Canone;
— il Pater noster con la precedente ammonizione e l’embolismo:
— il Pax Domini;
— l’orazione dopo la comunione;
— le formule di congedo.

30. Il secondo grado comprende:

a)  il Kyrie, il Gloria e l’Agnus Dei;
b)  il Credo;
c)  l’orazione dei fedeli.

31. Il terzo grado comprende:

a) i canti processionali d’ingresso e di comunione;
b) il canto interlezionale dopo la lettura o l’epistola;
c) l’Alleluia prima del vangelo;
d) il canto dell’offertorio;
e) le letture della sacra Scrittura, a meno che non si reputi più opportuno proclamarle senza canto.

32. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.

33. È bene che l’assemblea partecipi, per quanto è possibile, ai canti del «Proprio»; specialmente con ritornelli facili o forme musicali convenienti.
Fra i canti del «Proprio» riveste particolare importanza il canto interlezionale in forma di graduale o di salmo responsoriale. Esso, per sua natura, fa parte della liturgia della parola; si deve perciò eseguire mentre tutti stanno seduti e in ascolto e anzi, per quanto è possibile, con la partecipazione dell’assemblea.

34. I canti che costituiscono l’Ordinario della Messa, se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla «schola» nel modo tradizionale, cioè o « a cappella» o con accompagnamento, purché, tuttavia, il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto.
Negli altri casi, i canti dell’Ordinario della Messa possono essere distribuiti tra la «schola» e il popolo, o anche tra due cori del popolo stesso, in modo cioè che la divisione sia fatta a versetti alternati, o in altro modo più conveniente, che tenga conto di sezioni più ampie del testo.
In questi casi, tuttavia, si tenga presente:
— Il Credo, essendo la formula di professione di fede, è preferibile che venga cantato da tutti, o in un modo che permetta una adeguata partecipazione dei fedeli.
— Il Sanctus, quale acclamazione finale del prefazio, è preferibile che sia cantato, ordinariamente da tutta l’assemblea, insieme al sacerdote.
— L’Agnus Dei può essere ripetuto quante volte è necessario, specialmente nella celebrazione, durante la frazione del Pane. E bene che il popolo partecipi a questo canto, almeno con l’invocazione finale.

35. È conveniente che il Pater noster sia cantato dal popolo insieme al sacerdote [22]. Se è cantato in latino, si usino le melodie approvate già esistenti; se si canta in lingua volgare, le melodie devono essere approvate dalla competente autorità territoriale.

36. Nulla impedisce che nelle Messe lette si canti qualche parte del «Proprio» o dell’« Ordinario». Anzi talvolta si possono usare anche altri canti all’inizio, all’offertorio, alla comunione e alla fine della Messa: non è però sufficiente che siano canti «eucaristici», ma devono convenire con quel particolare momento della Messa, con la festa o con il tempo liturgico.

domenica 25 maggio 2014

Cari vescovi, date ufficialmente autorevolezza ai musicisti di chiesa!

Pisa, 23 maggio 2014

Caro Paolo Bottini,

ecco le mie riflessioni su quanto potuto ascoltare a Salerno il 7-8 maggio scorso durante il VI Convegno Nazionale di Musica per la Liturgia promosso dall'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI.

A questo punto giunti, a cinquant'anni dalla riforma liturgica, mi sembra impossibile, se non con una forza di volontà e prova di carattere espressa dai nostri vescovi, poter rimediare in modo soddisfacente la situazione liturgico-musicale in cui versa la Chiesa italiana oggi.

Dico questo perché, come ho potuto riferire in un intervento al convegno stesso, se la spinta di cambiamento, di miglioramento, di senso di responsabilità non proviene proprio da coloro che dovrebbero essere le sentinelle dell'attuazione della nuova liturgia così come desiderata dai padri conciliari, nulla sarà possibile e tutti gli sforzi fatti anche da competenti professionisti del settore, continueranno ad essere vani, come lo sono stati in tutti questi decenni.

La parola d'ordine espressa da don Vincenzo De Gregorio, al completamento dei lavori, è stata: includere e non escludere.

Questa frase, che mi ha molto colpito, fa molto riflettere sulla sua bontà in sè e per sè, su come la Chiesa abbia a cuore il suo gregge, fino all'ultima pecorella, ma non la ritengo efficace per iniziare a risolvere i molteplici problemi che noi tutti conosciamo all'interno della nostra vita ecclesiastica.

Per poter condurre un gregge serve un buon pastore e sopratutto delle pecorelle docili, ma in questo momento vedo pochi buoni pastori e benchè meno, docili pecorelle.

Se non riusciamo ad entrare in questa ottica, ripeto che qualsiasi sforzo sarà vano e continueremo a lagnarci sul latte versato, senza preoccuparsi del perchè questo latte viene gettato così.

Se ai vescovi sta veramente a cuore la liturgia così come è stata "disegnata" dai Padri Conciliari, si facciano promotori di iniziative tali da mettere in condizione chi già lavora nell'ambito liturgico-musicale di acquisire autorevolezza e, a loro volta, infondere a chi opera con buona volontà, ma con scarsa preparazione, la giuste nozioni e competenze.

Infine, mi piacerebbe vedere i musicisti di chiesa che vivono dell'Altare, così come faccio io da ormai trentasei anni, perché poter consumare il pane quotiano recitando "...dacci oggi il pane quotiano..." sia una delle cose più belle che ti possono capitare nella vita.

RICCARDO DONATI

organista e maestro di cappella del Duomo di Pisa


lunedì 3 settembre 2012

Per una permanente formazione liturgica del clero in Italia

Gentili lettori,

lo scritto che in calce riporto, pubblicato nel febbraio 2007 nel "Notiziario" dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana [*], venne preparato dal vescovo ausiliare di Firenze Claudio Maniago (nonché attuale segretario della Commissione Episcopale per la Liturgia) a favore del clero che si sarebbe poi riunito, il novembre successivo, ad Assisi al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici liturgici diocesani che avrebbe avuto come tema giustappunto “Formazione liturgica e Ministero ordinato” [+].

Mi chiedo ad oggi quale sia il punto della riflessione in proposito, o piuttosto direi il punto della "azione", dato che, come sottolinea in conclusione il vescovo Maniago, i convegni sono, certo, non inutili momenti di confronto e dibattito... se però fanno scaturire res, non verba!

Cari organisti e musicisti di chiesa, chiedete, anzi esigete dal vostro vescovo che in diocesi si impartisca una costante formazione liturgica del clero (non solo in seminario dunque): altrimenti sarà sempre vano il nostro sforzo di relazionarci con i parroci che (in un modo e in un altro) ci accordano fiducia (ed eventuale riconoscimento economico) in qualità di esecutori e/o coordinatori della musica per il culto.

Buona lettura e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, 3 settembre 2012, memoria liturgica di S. Gregorio Magno papa



[*] scaricabile in PDF cliccando QUI

[+] cronaca del convegno scaricabile in PDF cliccando QUI



* * *



La formazione liturgica del clero

di Claudio Maniago

[...] Propongo innanzitutto qualche idea che nasce dalla lettura di alcuni documenti che parlano di formazione: formazione in generale e formazione liturgica in particolare.

Un dato interessante è che ogni volta che si parla di formazione non si tralascia mai un riferimento alla formazione del clero o dei ministri o dei responsabili delle comunità. Questo sicuramente non è un caso o un semplice dato statistico ma un’indicazione preziosa.

La Sacrosanctum Concilium, come è ben risaputo, mette in atto una riforma e chiede un rinnovamento. Una riforma che cambia gesti, parole, preghiere, ma anche un rinnovamento che cambia il modo di celebrare. Emerge in modo significativo un tema che, dal Concilio in poi, ha una particolare rilevanza: la “partecipazione” che con i suoi vari attributi è stata oggetto di attenta riflessione e di molteplici studi. Di fatto, la partecipazione liturgica chiede un rinnovamento che non è soltanto esteriore, ma profondamente rituale, che coivolge cioè tutta la persona che celebra, le sue facoltà, il suo cuore, le sue emozioni.

Quando la Sacrosanctum Concilium parla di formazione, la finalizza principalmente al perseguimento di questo obiettivo, la partecipazione, e per questo la raccomanda per tutto il popolo di Dio.

E certamente un accento cade sui vescovi e il clero in generale perché la logica è quella di pensare per primi ai formatori che nel popolo di Dio hanno questa responsabilità e vivono un autentico servizio per l’educazone del popolo di Dio. Ormai è convinzione assodata che una chiave decisiva è costituita dal formare bene i formatori.

Un altro aspetto che emerge leggendo i numeri della Sacrosanctum Concilium che parlano di formazione, è che essendo la liturgia un autentico crocevia di diverse realtà che attengono alla vita della chiesa, il suo insegnamento risulta essere strategicamente importante. Per questo “va insegnata sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico” (cfr. n. 16). Quindi, la formazione alla liturgia in qualche modo incrocia i vari aspetti della vita e dell’esperienza di fede di ogni fedele e, in particolare dei ministri e del clero.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare, perché è interessante nei suoi sviluppi, è l’accento che la Sacrosanctum Concilium pone sui luoghi di formazione, cioè i seminari (restringo per brevità le mie considerazioni al clero diocesano, ma il discorso dovrebbe essere ampliato ai luoghi di formazione dei religiosi e anche ai diaconi permanenti).

La vita dei seminari nel suo complesso e, quindi, non solo il momento accademico, deve essere formativo anche da un punto di vista liturgico.

È interessante al riguardo, il documento che nel 1979 la "Congregazione per l’educazione cattolica" ha prodotto riguardo alla formazione liturgica e spirituale nei seminari.

Vorrei sottolinearne un passaggio che mi sembra importante. In questo documento sono riportate due modalità di formazione (e anche qui, è immediato il riferimento al luogo in cui si formano i sacerdoti): una modalità è pratica e l’altra, per così dire, teorica; una più mistagogica, l’altra più dottrinale.

Nel numero 2, in particolare si afferma espressamente che «ogni genuina formazione liturgica richiede non solo la teoria ma anche la prassi. In quanto formazione mistagogica, essa si raggiunge principalmente per mezzo della vita liturgica degli alunni alla quale gli stessi vengono guidati con crescente profondità per mezzo delle celebrazioni liturgiche comunitarie. Questa accurata iniziazione pratica è inoltre premessa di ulteriore studio e deve ritenersi già acquisita nello svolgimento del programma di liturgia».

È questo un aspetto che mi preme sottolineare perché mi sembra utile alla nostra riflessione.

I vescovi italiani, a vent’anni dal Concilio Vaticano II, hanno prodotto un documento che, a mio parere, conserva ancora oggi una sua freschezza e si rilegge sempre con piacere, anche perché molti dei temi trattati, rimangono attuali per molti aspetti e quindi importanti anche dopo quarant’anni. Si tratta del documento "Il rinnovamento liturgico in Italia: nota pastorale a vent’anni dalla Sacrosanctum Concilium".

Anche in questo documento, quando si tratta, nella prima parte, delle luci e delle ombre nell’applicazione della riforma liturgica voluta dal Concilio, al numero 3 si descrive come una delle “ombre” il fatto che «L’adozione dei nuovi libri e dei nuovi riti non è sempre stata accompagnata da un proporzionato rinnovamento interiore nel vivere il mistero liturgico e da quell’aggiornamento culturale, teologico e pastorale che la riforma avrebbe invece richiesto».

Nello stesso numero si fa dunque riferimento alla mancanza di un rinnovamento interiore e alla mancanza di un aggiornamento; quindi, di un certo tipo di formazione. Qui addirittura, sembrerebbero interessati due aspetti: quello pratico, dove la riforma rischiava di apparire soltanto come un cambiamento di aspetti esteriori, e dall’altro un approfondimento che era richiesto e che non ha seguito proporzionalmente il mutamento dei riti.

Non a caso, l’“ombra” che si cita successivamente è quella dell’impressione di un nuovo formalismo, forse meno appariscente ma ugualmente infecondo e illusorio.

Lo stesso documento, nel fare un bilancio a vent’anni dal Concilio, descrive, al numero 5, un vuoto da colmare ed espressamente afferma che «la causa della mancata comprensione dello spirito e dei fini della riforma è da ricercare nella scarsa familiarità dei fedeli al linguaggio, parole e segni, e alla spiritualità della liturgia e nella carente formazione liturgica degli stessi ministri di culto. Si deve riconoscere infatti che in passato lo studio della liturgia è stato generalmente carente, limitato alla conoscenza dei riti e delle rubriche, né si è dato sempre spazio alla nuova sensibilità che il movimento liturgico andava promuovendo e diffondendo anche in Italia».

Bisogna riconoscere quindi una “formazione carente”.

Anche nel numero 7 di questo documento dove si tratta il tema della presidenza liturgica, una presidenza da esercitare, si afferma che «I primi ad avere coscienza della necessità di un continuo approfondimento della formazione liturgica dovranno essere gli stessi ministri ordinati – vescovi, presbiteri e diaconi – ciascuno secondo le esigenze del proprio ruolo».

“Necessità di un continuo approfondimento”: con questa affermazione sembra quasi volersi indicare quella che dovrebbe essere un’attenzione costante che accompagna la vita della Chiesa, in modo particolare il suo celebrare.

È interessante che lo stesso numero del documento concluda dicendo che c’è una consapevolezza da rinnovare e da ridestare, una consapevolezza della specifica responsabilità, che è propria di chi ha un ministero, in rapporto alla liturgia. E credo che anche questo sia un dato da raccogliere come provocazione, come ulteriore indicazione per la nostra riflessione.

Dei documenti più recenti, vorrei ricordare soltanto la lettera apostolica che Giovanni Paolo II ha scritto nel XXV anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Un passaggio che mi sembra importante lo troviamo al numero 14: «Non si può dunque continuare a parlare di cambiamento come al tempo della pubblicazione del documento Sacrosanctum Concilium, ma di un approfondimento sempre più intenso della liturgia della Chiesa, celebrata secondo i libri attuali e vissuta, prima di tutto, come un fatto di ordine spirituale».

Quindi, secondo Giovanni Paolo II, si passa da un cambiamento che c’è stato nella liturgia ad un approfondimento che deve essere sempre più intenso. Si direbbe, in un certo senso, che queste indicazioni mostrino che è necessario, riguardo alla liturgia e al celebrare, non soltanto un “sapere”, quanto piuttosto un “saper celebrare”, che – ovviamente – richiede qualcosa di più e di diverso ad ogni fedele e ai presbiteri in particolare.

Alla luce dei primi dati che emergono dalla lettura di questi documenti e di altri che trattano della formazione del clero e della formazione permanente, mi sentirei di suggerire alcuni punti di riferimento per la nostra riflessione.

Innanzitutto domandiamoci qual è la finalità della formazione del clero? Non trattiamo qui dei seminaristi, quanto del clero già “in attività”. Perché dobbiamo formare i preti alla liturgia?

Lo scopo non può che essere quello che la Sacrosanctum Concilium ha ribadito con forza perché insito nella natura stessa della liturgia e, in generale, nella vocazione del popolo di Dio e cioè la «piena, consapevole, attiva partecipazione» (cfr. n.11).

È interessante notare che durante gli anni di insegnamento, quando si parla ai seminaristi o quando capita di parlare ai preti riguardo alla necessità di educarci e di formarci ad una autentica partecipazione alla liturgia, si nota sempre un po’ di sorpresa. Evidentemente, manca una consapevolezza che spinga anche chi presiede una celebrazione a curare la propria partecipazione, forse dandola per scontata e compresa nell’atto del presiedere.

La finalità della formazione del clero, quindi, non può che essere questa: un’attenzione, una cura verso la «piena, consapevole, attiva partecipazione». Parole che non sono inopportune o superflue neanche per i sacerdoti: anzi, forse proprio qui sta un po’ il punto su cui bisogna fare un passo in avanti.

Naturalmente, e questo vale in generale e non soltanto per i sacerdoti, va ricordato insistentemente che la partecipazione, non si esaurisce nell’esecuzione formale del rito, ma è partecipazione singolare al mistero di Dio, che nella celebrazione viene resa possibile “per ritus et preces”.

Quali possono essere le vie per una efficace formazione del clero?

Una via è sicuramente l’insegnamento che, sebbene abbia un suo specifico tratto e un suo momento fondamentale nel tempo del seminario, non si può dichiarare concluso con esso.

La liturgia, considerata sotto l’aspetto teologico, storico e giuridico, ma anche il cosiddetto aggiornamento, cioè l’approfondimento di quanto già appreso, interessa e abbraccia tutto l’arco del ministero del sacerdote. Per questo è necessario investirci di più e meglio.

Un’altra via è quella dell’iniziazione, nel senso che anche la formazione ha un suo statuto iniziatico e quindi anche un valore mistagogico che spinge ad aiutare i sacerdoti a rendersi sempre più conto del senso dei riti che celebrano. Anche questo aspetto non deve essere dato per scontato, né considerato esaurito nel momento dell’insegnamento di base.

Una terza via per la formazione del clero è la celebrazione stessa, il celebrare. Credo che questa sia una via da considerarsi oggi privilegiata perché, senza strumentalizzare la celebrazione, sfrutta la quotidiana prassi celebrativa nella convinzione che non ci si forma all’arte del presiedere se non facendone continuamente esperienza.

La celebrazione non ripete ma ogni volta è nuovo evento e inoltre, poiché la vita cristiana è plasmata dalla liturgia («il rito è una forma di vita che forma alla vita»), la celebrazione è una via importante anzi, in questo momento, addirittura fondamentale.

Valorizzando adeguatamente questa via, è poi possibile considerare il “prima” ed il “dopo” celebrativo: ossia, la possibilità di un insegnamento ulteriore, di un cammino e di un approfondimento del senso dei riti che può scaturire dall’esperienza, e quindi dalla celebrazione stessa, come luogo dove ci si forma in modo sostanziale allo stesso celebrare.

Chi è responsabile della formazione del clero?

La ‘Pastores dabo vobis’ in questo dà un’indicazione utile. Innanzitutto ogni singolo prete è da coinvolgere responsabilmente per il ministero che ha ricevuto e, considerando anche il complesso contesto in cui è chiamato a vivere il suo servizio pastorale, è da evitare la semplice tentazione di un attivismo che esaspera l’abbandonarsi alla routine e un ritualismo formale ripetitivo delle cose.

Spesso emerge anche una sorta di presunzione che – forse per un atteggiamento psicologico di difesa – spesso condiziona il modo di avvicinarsi e di vivere la liturgia. È una presunzione che fa credere di possedere gli elementi fondamentali dell’agire liturgico e che basti poco per imparare a “dir messa”, o di avere un’esperienza tale da aver altro da imparare. Questa è una presunzione pericolosa perché chiude le porte ad una sana formazione liturgica e ministeriale e impedisce che la propria esperienza entri in un dialogo costruttivo con altre realtà.

Certamente fra i responsabili della formazione bisogna annoverare il Vescovo e forse per il Vescovo stesso bisognerebbe pensare ad una possibilità di formazione perché la grazia di stato non può certo supplire ad una sempre maggior consapevolezza che dovrebbe animare il ministero del Vescovo-liturgo. Ricordo quanto fu positiva l’esperienza di formazione liturgica per i vescovi promossa dalla nostra CEI qualche anno fa. È giusto avere un’attenzione nei confronti di chi ha responsabilità nella formazione del clero e, non so come, ma credo che si debba escogitare qualcosa anche per i Vescovi.

Una realtà importante, da considerare quando parliamo di responsabilità della formazione del clero è il presbiterio diocesano.

Nell’ultima assemblea CEI, il Vescovo Monari ha parlato a lungo ed approfonditamente del presbiterio come di un luogo importante per la vita e per la formazione dei presbiteri, quindi anche riguardo alla liturgia. Verrebbe istintivamente da pensare che momenti da proporre per la formazione alla liturgia dovrebbero essere giornate di studio, sedute di riflessione, ecc. Una delle prime cose da fare invece è la cura delle celebrazioni ed in particolare di quelle che vedono coinvolto il presbiterio: celebrazioni che si vivono nei momenti di incontro a livello diocesano e anche ultra-diocesano, celebrazioni che hanno luogo laddove i presbiteri si ritrovano (esercizi spirituali, convegni e quant’altro). È necessaria una cura particolare di queste celebrazioni, che non venga vista semplicemente nell’ottica della realizzazione asettica di uno spartito o che si accontenti di qualche cambiamento formale di poco conto. [...].

In generale, ritengo utile anche quanto viene proposto nei convegni sia come momento di incontro e confronto che di approfondimento, ma sono da considerarsi come supporto ad un progetto più globale ed articolato.

[autore: vescovo Claudio Maniago, febbraio 2007]

[nota a cura di Paolo Bottini: per ulteriore approfondimento sull'argomento "formazione liturgica del clero", si consulti il n. 2/2007 di "Rivista Liturgica" il cui sommario è descritto cliccando QUI]