Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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domenica 14 giugno 2015

Ignorare la bellezza


Gentili lettori,

desidero rispondere all'accorato appello [*] che l'illustre collega Francesco Cera pone a suggello del suo intelligente scritto sotto citato: mi sembra ormai inutile spendere altre energie per tentare di convincere il clero italiano circa l’importanza di un canto e di una musica fatti con arte nel culto divino!

Rimane il problema della tutela di un patrimonio, quello organario, che è di natura storica e dunque tutelato da un’apposita legge dello Stato (Legge 1 Giugno 1939, N.1089, "Tutela delle cose d'interesse Artistico o Storico"), integrata nel 2004 da uno specifico "Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio".

La domanda è: come tutelare dei beni storici particolari, come sono gli organi, che vieppiù perdono il loro primario utilizzo nel culto della Chiesa cattolica in Italia?

La soluzione che propongo è sempre questa: "giunse alfin il momento" che gli organisti professionisti italiani si riuniscano in un sodalizio LAICO che abbia per scopo precipuo la tutela e valorizzazione del patrimonio organario!

Per la serie: l’organo nel culto non lo volete?!... Peggio per voi: quanto meno lasciateci la possibilità di valorizzarlo culturalmente!

Circa la costituenda "Associazione Italiana Organisti Professionisti", vogliate cortesemente lasciare il Vostro parere nel forum di "Organi & Organisti" .

Grazie per la cortese attenzione e auguri di buona musica a tutti.


Cremona, il 2 giugno 2015, Festa dei SS. Marcellino e Pietro, Festa della Repubblica

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IGNORARE LA BELLEZZA

di Francesco Cera

Il patrimonio artistico che attraverso secoli di mecenatismo si è accumulato in Italia non finirà mai di stupirci per l’enorme ampiezza, oltre che per l’elevata qualità artistica. Si è consapevoli della quantità di pitture, sculture e altri manufatti di valore artistico conservati nei luoghi di culto, ma ancora pochissimo si ricorda quale eccezionale patrimonio sia quello degli organi storici.

La quantità è stimabile approssimativamente attorno ai 10.000 strumenti, se consideriamo che la sola regione Marche, più ricca di altre ma non di molto, ne ha catalogati circa 750. Numeri da record, senza paragoni tra i paesi d’Europa anche sotto l’aspetto dell’antichità.

Mentre altrove gli organi di epoca rinascimentale si contano sulle dita di una mano, in Italia se ne conservano più di una trentina, costruiti nel periodo che va dal 1475 (l’organo di Lorenzo da Prato in San Petronio a Bologna) alla fine del Cinquecento, alloggiati in splendide casse intagliate, con portelle dipinte da maestri di primo piano. Più di un centinaio gli organi del XVII secolo, migliaia quelli dei secoli XVIII e XIX, a volte tre o quattro in un solo piccolo paese.

La varietà di tradizioni lungo la penisola si esprime in sonorità differenti, sia per la scelta dei registri, sia per le qualità timbriche: a volte sfumature, a volte differenze rilevanti tra concezioni sonore, frutto di esigenze musicali, suggestioni artistiche e ambientali, in splendido legame con la cultura del luogo.

Eppure questo entusiasmante patrimonio non gode affatto della considerazione che merita, e giace ancora in buona parte nell’abbandono, nell’incuria e ancor oggi in alcuni casi viene distrutto o venduto all’estero. I deliziosi organi positivi, specialità del Regno di Napoli, restano muti in cima alle cantorie nel meridione.

Nonostante da più di trent’anni siano diffusi restauri di alto livello e fioriscano rassegne di concerti, resta irrisolto il problema fondamentale: il ruolo originario e l’utilizzazione abituale di questi strumenti.

È un dato sconfortante che nelle chiese in cui esiste un organo storico restaurato questo non viene suonato durante la messa, ma si preferisce l’organo elettronico in nome di una maggior comodità. È mai possibile ignorare la bellezza e la capacità di elevare lo spirito di un antico organo a canne per suonare un brutto surrogato? Se il problema è la distanza con l’altare o col coro, all’estero risolvono distanze enormi con telecamere, noi abbandoniamo l’organo.

Quanti strumenti potrebbero essere salvati, restaurati bene anche con cifre non alte, e suonati ogni domenica per la gioia e l’elevazione dei fedeli.

Urge una riqualificazione della musica nella liturgia, che sia sentita come inscindibile dal decoro e dal valore spirituale del rito, e un’educazione del clero in tal senso.

I giovani organisti diplomati quando possono scappano all’estero, dove trovano ciò che in Italia è negato.

Dunque un appello, oltre che alle istituzioni di salvaguardia, va soprattutto alla Chiesa.

[*] questo scritto apparve sul mensile "Amadeus" nel maggio 2013

sabato 2 maggio 2015

... per un'associazione di organisti professionisti...





Gentili lettori,

chi ha modo di frequentare il mondo organistico italiano avrà notato che, in genere, ogni organista di chiesa non fa che pensare al proprio orticello perché, data l’anarchia liturgico-musicale vigente nelle parrocchie e la mancanza di una severa regolamentazione, da parte della Chiesa, circa l’utilizzo extra-liturgico degli strumenti, se uno diventa organista "titolare" [*] in una chiesa, subito si prende la briga di organizzare una rassegna di concerti (per fare scambi con altri colleghi disponibili), registrare c.d., fare lezioni private e/o pubbliche (corsi di perfezionamento) e tutto quanto contribuisca al proprio tornaconto personale (ad majorem eius gloriam!)...

Queste attività musicali extra-cultuali (che, di per sé, non sono certo deprecabili) sono magari facilitate, ahimé, dal sempre minor interesse del clero e del popolo per l’utilizzo dell’organo nel culto divino: dunque all’organista (sempre che a priori non venga defenestrato!) non rimane che prodigarsi a valorizzare il "suo" strumento dal punto di vista meramente culturale...

Ora, appurato che la C.E.I. non ripeterà di certo con la categoria degli www.organisti.it l’errore di tirarsi la zappa sui piedi come fece stipulando il contratto nazionale con quella dei www.sacristi.it , inutile illudersi: rebus sic stantibus in Italia non c’è verso di riuscire a farsi assumere in regola in qualità di organista dalla parrocchia (che, come si sa, è spesso il regno dei pagamenti sottobanco e del lavoro nero: vedasi il recente caso della diocesi di Napoli).

Nonostante ciò, dato che ormai non è raro sentire di un parroco che "caccia" l’organista perché a messa si preferiscono chitarre e Gen Rosso, io credo che un SODALIZIO DI ORGANISTI PROFESSIONISTI contribuirebbe a rafforzare l’interesse pubblico verso l’organo "macchina" musicale!

Insomma, un’ASSOCIAZIONE LAICA e libera dalle restrizioni di un clero sempre meno interessato alla valorizzazione del canto e della musica nel culto, anche se con la Chiesa rimarrebbe ovviamente necessario intrattenere relazioni cordiali...
Per la serie: «vuoi l’organista? Io sono in grado di farti un servizio coi fiocchi!» Per contro: «a messa preferisci le chitarre?! Bene! L’organo almeno fammelo suonare in concerto, per far lezioni, visite guidate, corsi etc. etc.».

Insomma, voi sapete che gli organi "invecchiati" di 70 anni diventano beni culturali tutelati dallo Stato: vogliamo fare in modo di contribuire a tutelarli oppure stiamo a guardare che rimangano in chiesa ad impolverarsi assieme a statue e tele per colpa dell’indifferenza dei preti?!

Così, la nuova associazione di organisti professionisti dovrebbe occuparsi primariamente della tutela dell’organo come bene storico-artistico: l’aspetto liturgico, semmai, verrà da sé...

Infatti, dato che è pur sempre non indifferente l’interesse di tanti organisti professionisti per il servizio liturgico, una volta fondata la nuova associazione saremo sempre in tempo, ad esempio, per promuovere la formazione di organisti di chiesa con una sorta di Co.per.li.m. nazionale per organisti in collaborazione con la CEI (cosa che, ad esempio, hanno iniziato a fare già nel 1959 in Francia, paese in cui, inoltre, come forse saprete, nel 1991 è stato fondato un vero e proprio sindacato di musicisti "artisti del culto" che hanno stipulato con la diocesi di Parigi un regolare contratto di lavoro valido su tutto il territorio nazionale).

Chi ci sta a diventare socio fondatore della nuova associazione organisti professionisti, mandi una proposta presso il sito Organi & Organisti!

Ad ogni modo, sarei lieto comunque di ricevere qui il Vostro parere.

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.


Cremona, il 2 maggio 2015


domenica 12 aprile 2015

Sai chi ha fatto la riforma liturgica? - Sì... il microfono!!




Egregio M.° Bottini,

oggi, seconda domenica di Pasqua dell'anno 2015, Santa Messa delle ore 10. Al suono della campanella segue un inutile banale commento che preannuncia la tematica liturgica del giorno, il quale, avendo la pretesa di annunciare il seguente canto d'introito, ne compromette invece fatalmente l'efficacia emozionale: si tratta del canto antifonico Cristo risorge, Cristo trionfa, Alleluia [*] di Piero Damilano (i progressisti credo lo cestinerebbero subito perché ormai vecchiume del secolo scorso - composto pochi anni prima del Concilio - invece, a mio parere, emblematico quale esempio per il successo del futuro del canto liturgico nella chiesa cattolica, ovvero la forma antifonica consistente in un brevissimo testo destinato dall'assemblea da intercalarsi a versetti salmici, o poetici, intonati da un solista o da un coro).

Ma il punto è un altro: oltre alla voce di un cantore solista, di per sé piuttosto urlante e poco accorto ad un uso intelligente del microfono, si aggiungeva purtroppo quella del sacerdote celebrante!

Risultato: due voci assordanti fanno tremare le colonne del sacro edificio, coprendo quasi il suono dell'organo, vanificando completamente qualsiasi buona intenzione canora dei non molti fedeli presenti.

Ma dico: si auspica tanto la "partecipazione attiva" dei fedeli a partire proprio dal canto, per poi cadere in questi grossolani errori pratici che sortiscono, al contrario, la disaffezione al canto da parte di chi vorrebbe cantare!

Il problema è dunque una ancora del tutto assente consapevolezza del "potere" ambiguo dell'amplificazione artificiale della voce nelle nostre chiese: si accende l'amplificatore e si parla nel microfono senza alcun criterio!

La riforma liturgica, scesa dai pulpiti, è passata al microfono, credendo di migliorare la comunicazione: ma il più delle volte miete vittime che invece il pulpito almeno lasciava indenni!

Per un approfondimento su microfono e liturgia, segnalo a tutti il seguente articolo tratto dalla rivista «Liturgia Culmen et Fons».

Grato per l'ospitalità, La saluto caramente in Domino.

Rosario Pasqua (Diocesi di Giffoni)


[*] cfr. P. Damilano, Canti liturgici per la Messa letta secondo la nuova legislazione della S. Congregazione dei riti con accompagnamento per organo od harmonium, Libreria editrice S. Cecilia, Roma 1959.

sabato 14 febbraio 2015

«L’organista si obbliga ad...» - Per un ripristino della figura dell’«organista titolare» in Italia




Gentili lettori,

cercate in rete le parole «organista curriculum» e noterete che raramente ne troverete uno che non contiene la dicitura «organista titolare» riferito al ruolo di organista che quel tal musico svolge a servizio (più o meno regolare, questo mai è dato saperlo) del culto in quella tal chiesa.

Ci pare che questo sia un vero e proprio abuso d’ufficio o, quanto meno, appropriazione indebita di titolo fasullo!

Infatti, mi pare che la definizione di «titolare» di un organo o di un ufficio liturgico dovrebbe essere propria solo di coloro che hanno ricevuto ufficialmente un incarico dal preposto parroco (o chi ne fa le veci) con relativa lettera di nomina (il che non presuppone che sia sottinteso né un regolare contratto di lavoro né, tanto più, una qualsivoglia forma di remunerazione).

In tutta Europa ogni chiesa ha sempre avuto un musicista responsabile della musica, che poteva essere un maestro di cappella o un organista oppure entrambi, anche fino a tempi molto recenti, come ci testimonia questo contrattino cortesemente segnalatomi da Mario Lanaro e riguardante una proposta di accordo effettuata a suo padre da parte del parroco di Malo:

Malo (Vicenza), 7 ottobre 1946 - Ill. Sig. [Severo] Lanaro, pregasi esaminare le condizioni da noi qui sotto esposte quale organista della Chiesa di Molina: l’organista si obbliga ad accompagnare le Messe nelle feste più solenni dell’anno, più la Domenica della sagra. Così il suddetto si obbliga di fare una prova prima dell’esecuzione di ogni Messa. Le prove che saranno necessarie saranno stipendiate a £ 25 l’ora. Per accompagnamento della Messa £ 400 ed un quintale di frumento ed un quintale di granoturco. Le Messe cantate sono diciotto. Se qualche volta potrà venire alle funzioni si farà contratto a parte. Ecco le condizioni, aspetto risposta se accetta prima ch’io metta in libertà l’organista attuale. Ossequi. Sac. Romolo Capozzo, Parroco della parrocchia di S. Maria di Molina in Malo.

Se tale comportamento era ritenuto norma anche in un paese di provincia, vien da chiedersi perché al giorno d’oggi nessun parroco nemmeno si sogna di proporre ad un organista una scrittura privata per stabilire doveri e diritti!

Ancor prima di toccare la questione della remunerazione – che di per sé rimane non obbligatoria per una parrocchia, così come nemmeno obbligatorio è dotarsi di organo e di organista – non sarebbe atto di civiltà giungere alla stipula di una convenzione nazionale in modo da stabilire norme comuni per l’individuazione del «titolo» di organista al servizio di una chiesa?

E, dato che la maggioranza degli organi nelle chiese italiane ricade sotto la tutela di un’apposita legge dello Stato, ci pare che risulti vieppiù urgente la nomina, di concerto magari con le competenti Soprintendenze regionali, di un vero e proprio «organista titolare» nelle chiese che custodiscano strumento di interesse storico-artistico, ad onta del fatto che la vera qualità della musica cultuale e del canto liturgico non interessa se non ad una minoranza tra i pastori d’anime!

Dunque: alla Chiesa italiana non importa che si faccia dignitosa musica e canto nelle attività di culto per mezzo di musicisti competenti? Allora che ai musicisti competenti venga affidato innanzitutto l’ufficio di «organista titolare» responsabile della valorizzazione dello strumento musicale organo tramite audizioni pubbliche e/o private, nonché della sua conservazione quale bene culturale, ovvero della sua manutenzione ordinaria (suonarlo dieci minuti a settimana, tenere pulito e in ordine lo strumento, tener lontani topi, ghiri, piccioni e... cialtroni incompetenti e boriosi!) e straordinaria (una revisione generale ogni dieci anni: la gente non si rende conto che l’organo è una macchina che abbisogna di fare periodici “tagliandi”, non come un quadro o una statua che bastano di una spolverata pasquale e via!).

All’organista «titolare», ufficialmente nominato a svolgere detti incarichi, competerebbe altresì il ripristino di quella onesta pratica, pure oggi dismessa, del collaudo ufficiale di uno strumento nuovamente costruito o di un antico restaurato prima che venga riconsegnato, chiavi in mano, al responsabile della chiesa ove è custodito.

Riassumendo: che non accada più, grazie alla ufficializzazione della figura di «organista titolare», di dover vedere un organo, bene storico e artistico da tutelare assieme a tutti gli altri, deperire per colpa del disinteresse di un parroco e/o di una comunità parrocchiale e/o di un pigiator di tasti della domenica!

Rimane tuttavia un quesito: siccome ben raramente un parroco accetterebbe siffatto “contratto” con un organista senza adeguati stimolo e supporto istituzionali provenienti dai “piani alti”, bisognerebbe far partire il processo da parte di due soggetti a livello nazionale che stipulino un accordo valido su tutto il territorio nazionale: dunque, chi dovrebbero essere questi due soggetti? Lo Stato e la Chiesa? Lo Stato e un’associazione professionale di organisti? Oppure i tre citati assieme? Aqui està el busillis! Dios nos valga!

sabato 31 gennaio 2015

Gradi di solennità del canto liturgico




Gentili lettori,

una domanda ex abrupto: in ordine di priorità sarebbe più importante il canto d’introito o l’acclamazione al Vangelo?!

Forse di getto sarete portati a rispondermi «il canto d’introito»! Ebbene, è proprio il contrario, secondo le norme qui in calce citate!

Queste norme, promulgate nel 1967 nella nota istruzione Musicam Sacram, dovrebbero costituire, a mio parere, la vera e unica base da cui far partire la giusta riforma della musica nel culto divino della Chiesa cattolica!

Detta istruzione fu elaborata dal «Consilium» per l’attuazione della Costituzione sulla sacra Liturgia, un organismo voluto dal papa Paolo VI per, diciamo, tenere in rotta la riforma liturgica promulgata nel dicembre del 1963.

Presentatevi al vostro parroco e chiedetegli conto se egli sia a conoscenza di eventuali deroghe canoniche a queste norme!

A me pare non ci siano scappatoie: «questa Istruzione - come leggiamo in calce alla medesima - è stata approvata dal Santo Padre Paolo VI, nell’udienza concessa a Sua Eminenza il Cardinale Arcadio M. Larraona, Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, il 9 febbraio 1967. Il Santo Padre l’ha pure confermata con la sua autorità, ed ha ordinato che fosse pubblicata, fissandone l’entrata in vigore per il giorno 14 maggio 1967, domenica di Pentecoste. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario».

Ora, ad esempio, il Gloria è dichiarato sia più importante del salmo responsoriale: invece oggi magari assistiamo al canto del ritornello al salmo responsoriale mentre il Gloria viene semplicemente recitato; oppure viene regolarmente fatto un canto durante l’offertorio (magari con parole che nulla hanno a che fare col gesto offertoriale, ma nemmeno col vangelo del giorno!) e invece si tralascia quasi sempre il canto del Kyrie!

Invece - udite, udite! - leggete qui sotto quali dovrebbero essere le parti più importanti da cantare nella messa: le parti dialogate tra sacerdote e fedeli!!

Oh bella! Un prete che canta le parti presidenziali in dialogo con l'assemblea?! Direi rarissima avis…

Grazie ai vescovi che in questi decenni hanno così vivamente raccomandato ai rettori dei seminari di far studiare musica e canto ai futuri sacerdoti!!

:-/

Vi saluto con affranta devozione


Cremona, il 23 gennaio 2015

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Estratto dalla istruzione Musica Sacram:


III.     Il canto nella celebrazione della messa

27.  Nella celebrazione dell’Eucaristia, con la partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, si preferisca, per quanto è possibile, la forma della Messa in canto anche più volte nello stesso giorno.
 
28. Rimane in vigore la distinzione tra Messa solenne, Messa cantata e Messa letta, stabilita dalla Istruzione del 1958 (n. 3), secondo la tradizione e le vigenti leggi liturgiche. Tuttavia, per motivi pastorali, vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo, integralmente o parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli alla partecipazione piena al canto.

29.  Il primo grado comprende:

a)  nei riti d’ingresso:
— il saluto del sacerdote celebrante con la risposta dei fedeli;
— l’orazione;
b) nella liturgia della parola:
— le acclamazioni al Vangelo;
c) nella liturgia eucaristica:
— l’orazione sulle offerte;
— il prefazio, con il dialogo e il Sanctus;
— la dossologia finale del Canone;
— il Pater noster con la precedente ammonizione e l’embolismo:
— il Pax Domini;
— l’orazione dopo la comunione;
— le formule di congedo.

30. Il secondo grado comprende:

a)  il Kyrie, il Gloria e l’Agnus Dei;
b)  il Credo;
c)  l’orazione dei fedeli.

31. Il terzo grado comprende:

a) i canti processionali d’ingresso e di comunione;
b) il canto interlezionale dopo la lettura o l’epistola;
c) l’Alleluia prima del vangelo;
d) il canto dell’offertorio;
e) le letture della sacra Scrittura, a meno che non si reputi più opportuno proclamarle senza canto.

32. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.

33. È bene che l’assemblea partecipi, per quanto è possibile, ai canti del «Proprio»; specialmente con ritornelli facili o forme musicali convenienti.
Fra i canti del «Proprio» riveste particolare importanza il canto interlezionale in forma di graduale o di salmo responsoriale. Esso, per sua natura, fa parte della liturgia della parola; si deve perciò eseguire mentre tutti stanno seduti e in ascolto e anzi, per quanto è possibile, con la partecipazione dell’assemblea.

34. I canti che costituiscono l’Ordinario della Messa, se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla «schola» nel modo tradizionale, cioè o « a cappella» o con accompagnamento, purché, tuttavia, il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto.
Negli altri casi, i canti dell’Ordinario della Messa possono essere distribuiti tra la «schola» e il popolo, o anche tra due cori del popolo stesso, in modo cioè che la divisione sia fatta a versetti alternati, o in altro modo più conveniente, che tenga conto di sezioni più ampie del testo.
In questi casi, tuttavia, si tenga presente:
— Il Credo, essendo la formula di professione di fede, è preferibile che venga cantato da tutti, o in un modo che permetta una adeguata partecipazione dei fedeli.
— Il Sanctus, quale acclamazione finale del prefazio, è preferibile che sia cantato, ordinariamente da tutta l’assemblea, insieme al sacerdote.
— L’Agnus Dei può essere ripetuto quante volte è necessario, specialmente nella celebrazione, durante la frazione del Pane. E bene che il popolo partecipi a questo canto, almeno con l’invocazione finale.

35. È conveniente che il Pater noster sia cantato dal popolo insieme al sacerdote [22]. Se è cantato in latino, si usino le melodie approvate già esistenti; se si canta in lingua volgare, le melodie devono essere approvate dalla competente autorità territoriale.

36. Nulla impedisce che nelle Messe lette si canti qualche parte del «Proprio» o dell’« Ordinario». Anzi talvolta si possono usare anche altri canti all’inizio, all’offertorio, alla comunione e alla fine della Messa: non è però sufficiente che siano canti «eucaristici», ma devono convenire con quel particolare momento della Messa, con la festa o con il tempo liturgico.

mercoledì 24 dicembre 2014

«La codificazione ufficiale della mediocrità» secondo Oscar Mischiati


Gentili lettori,

tutti hanno conosciuto Oscar Mischiati come un personaggio - diciamo così - di non facile approccio... ma quel che è certo, egli era un sapiente e una persona di buon senso: lo dimostra lo scritto che Vi consegno qui in calce (dettato ormai quasi trent’anni fa), il quale credo sia gradito alla maggior parte di Voi, in quanto non molto noto.

Al contrario, penso che queste parole mischiatiane risultino sgradite agli uomini di chiesa, proprio perché girano il coltello nella piaga... sì: la piaga della crisi liturgica della Chiesa!

Una Chiesa che, tradendo sostanzialmente la riforma liturgica promulgata dal concilio Vaticano II, sta alimentando la trasformazione della messa in uno show microfonato repleto di verbosità ridondanti, applausi da circo, brusio di chiacchiere e musica pop!

Una Chiesa che, mediamente, spende il minimo delle proprie energie (spirituali quanto economiche) per il decoro del culto, perché non ritiene il culto una priorità (come invece è dichiarato che sia) [§]!

In questo desolante contesto, cari lettori, cosa volete che interessi in questa Chiesa una musica di qualità fatta da professionisti?!

Buon Natale a tutti.

Cordialmente Vostro

Paolo Bottini

[§] « la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (costituzione conciliare sulla liturgia "Sacrosanctum Concilium", n. 10)

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Intervento di OSCAR MISCHIATI nel convegno di studi

"I beni culturali ecclesiastici tra culto e tutela"

Promosso dalla Amministrazione Provinciale di Varese con la collaborazione di:
Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici della Lombardia
Commissione per la Tutela degli Organi Artistici
Consulta regionale per i beni culturali ecclesiastici della Lombardia

Varese, Palace Hotel
Sabato 24 gennaio 1987

Il patrimonio organario antico italiano è ricchissimo, non solo per la quantità, ma anche per la qualità e varietà.

È difficile, allo stato attuale delle conoscenze, fornire dati precisi sulla consistenza, considerata anche l’estrema disuguaglianza nella distribuzione territoriale: ad esempio una provincia come quella di Belluno presenta soltanto un’ottantina di strumenti con interesse storico-artistico, la sola città di Bologna ne possiede oltre un centinaio. D’altro canto, se alcuni tipi d’organo (quello veneziano settecentesco, quello lombardo ottocentesco) presentano caratteri abbastanza diffusi e comuni (ciascuno nel proprio genere, ben inteso), profonde diversità qualificano e segnano gli strumenti attraverso i tempi e i luoghi: un organo rinascimentale toscano non è la stessa cosa di un coevo strumento lombardo. E gli esempi potrebbero continuare.

La maggior parte di tale patrimonio versa in condizioni precarie di sopravvivenza, vuoi per prolungati periodi di abbandono (segnati dai danni prodotti dal tarlo, dai topi, talvolta dallo stillicidio dell’acqua piovana), vuoi per azioni vandaliche di asportazione e danneggiamento del materiale (tipico il caso di canne divelte e calpestate), vuoi infine per interventi inconsulti di manomissione: perlopiù volti ad adattare gli strumenti alle limitate cognizioni musicali e al cattivo gusto di organisti dilettanti, sprovveduti o velleitari; s’intende alludere alla sostituzione di tastiere e pedaliere ’più comode’ rispetto alla presunta scomodità di quelle originali, così come all’eliminazione di autentiche sonorità organistiche (Flauto in XII, Cornetto, registri ad ancia, file acute di Ripieno) perché ’stridule’ e alla loro sostituzione con materiale scadente (zinco) confezionato in maniera industriale e finalizzato ad effetti sdolcinati e d’infimo gusto, estranei all’arte e alla cultura musicale, meno che mai convenienti ai livelli di qualità e di dignità del tempio e del rito.

Eppure queste operazioni per lunghi (troppo lunghi!) decenni sono state qualificate come "riforma liturgica" laddove è da stigmatizzare un atteggiamento tuttora perdurante: quello di assumere come metro di valutazione degli organi (e non solo quelli) una categoria storicamente e culturalmente inconsistente quale quella di "liturgico" (ciò che era liturgicamente tassativo per Pio XII non lo è stato più con Paolo VI; né la situazione ha finora cessato di essere fluida; ma qui basti rilevare la relatività del termine).

Con il decadere dell’esercizio della musica in chiesa da livelli di qualità non di rado prestigiosa (di necessità, storicamente concreta e individuata: di volta in volta il gregoriano nel periodo romanico, la primitiva polifonia nel gotico, la grande arte contrappuntistico-imitativa nel Rinascimento e nel Barocco, lo stile "concertato" nel Barocco fino a ben addentro l’Ottocento) a livelli non professionali si accompagnò un singolare fenomeno: la codificazione ufficiale della mediocrità.

Alla creatività dell’arte si pretese di sostituire prescrizioni e norme atte ad orientare l’esercizio di "routine" mantenuto al più bassi profilo; così l’organo "diventava" liturgico se avesse avuto tastiere di 58 tasti, pedaliera di almeno 27 tasti, registri non spezzati "bassi" e "soprani, ecc. Atteggiamento che non si sa se definire più assurdo o ingenuo, ma al quale si deve la manomissione e la distruzione di centinaia di insigni strumenti (tra i tanti casi: i quattro organi della basilica del Santo a Padova, le coppie di organi di San Marco a Venezia, del Santuario di Loreto, della Cattedrale di Volterra, di S. Stefano dei Cavalieri a Pisa, ecc.).

Ma non meno assurde e ridicole sono le pretese "liturgiche" attuali di volere l’organo o l’organista in mezzo all’assemblea, confondendo pateticamente le esigenze del canto assembleare con le leggi dell’acustica e con le esigenze di un serio esercizio dell’arte dei suoni.

In ossequio a tale confuso velleitarismo si vorrebbero comandati gli organi a distanza mediante trasmissione elettrica, di fatto contraddicendo all’esigenza primaria della fonte sonora prossima a chi canta e suona e indulgendo ad un tipo squalificato di organo ripudiato universalmente dalla cultura organistica e musicale.

Senza contare che la riforma protestante e calvinista sono riuscite a far cantare le assemblee dei fedeli senza rimuovere o manomettere gli organi; più semplicemente e correttamente si è inculcata l’educazione musicale di base generalizzata, si è allestito un repertorio musicale qualificato ed appropriato di canti e si è affidato l’organo ad un professionista. Tutte cose che non si ottengono dall’oggi al domani, come "italianamente" si è preteso di fare in maniera confusa e pasticciona.

E come un tempo le commissioni diocesane di musica sacra inculcavano e benedicevano le riforme liturgiche degli organi - di fatto perseguendo un assurdo appiattimento e livellamento in netto contrasto con una tradizione senza pari per varietà e fantasia creativa, senza contare l’avallo perennemente concesso agli operatori più squalificati del settore (cui rifiutiamo per ragioni oggettive la qualifica di "organari") - così oggi da quegli stessi ambienti diocesani si ribadiscono posizioni in netto contrasto con gli indirizzi più aggiornati in campo organistico, organario, organologico e di tutela del patrimonio strumentale antico.

È stata quindi condizione storica strettamente necessitante per quanti nel nostro Paese hanno a cuore senza riserve la tutela e l’integrità del patrimonio storico organario richiamare l’attenzione degli uffici statali preposti a quelli che oggi complessivamente si usa chiamare "beni culturali" perché in questi ultimi fossero a pieno titolo compresi gli organi e gli strumenti musicali.

La situazione è lungi dall’aver trovato soddisfacente soluzione, anche perché nel nostro Paese, per una singolare distorsione di vecchia data, la tutela - e di conseguenza la preparazione dei funzionari ad essa preposti - è sempre stata ed è tuttora finalizzata ai fatti "visivi" (senza contare i condizionamenti delle valutazioni "estetiche"), disprezzando gli aspetti essenzialmente "storici", materiali e documentari dei manufatti e delle testimonianze in genere del passato: più volte, infatti, è accaduto che la "tutela" degli organi antichi giungesse a salvaguardare il solo prospetto, come se le canne interne e tutto il resto (tastiere, complesso dei comandi e dei meccanismi, somieri ecc.) non fossero anch’essi "oggetto" di rilevanza storica ed artistica ad un tempo. Quando addirittura non è accaduto che per mal inteso purismo architettonico organo e cantoria sono stati spazzati via come elemento ingombrante e "deturpante" (così nella Cattedrale di Pistoia o alla Madonna del Calcinaio a Cortona).

Un allargamento del campo visuale è quindi urgente e necessario, non solo in ottemperanza al dettato costituzionale, ma anche per adeguare l’opera della pubblica amministrazione agli orientamenti culturalmente più avvertiti e prevalenti da tempo nei paesi civili.

Ma l’intervento pubblico in materia organaria si giustifica anche per altri motivi.

Quando si parla di "chiesa", normalmente si identifica ’sic et simpliciter’ con la gerarchia; occorrerebbe ricordare che, più correttamente. Chiesa è la comunità di fedeli e di clero. A quest’ultimo spettano incontestabilmente i compiti magisteriale e sacramentale per la salvezza delle anime. Il "temporale" è invece incombenza dei fedeli costituiti, come cittadini, in legittime pubbliche aggregazioni, in una parola lo Stato, nella fattispecie la repubblica; della quale sono pure cittadini - con parità di doveri oltre che di diritti - i membri del clero e della gerarchia.

Sembra invece che a più di cent’anni di distanza questi ultimi non abbiano ancora accettato di buon animo la fine dello Stato pontificio e si considerino - e di fatto molto spesso si comportano - come se lo Stato non esistesse o addirittura come se l’intervento statale nel merito specifico della tutela storico-artistica (e quindi anche organaria) fosse un’illecita intrusione, una prevaricazione laicista nei fatti di culto e di religione.

Di qui la tendenza degli ecclesiastici in genere a sottrarre al "civile" quanto più è possibile e a gestirlo quale patrimonio esclusivo: in particolare, appunto, i beni culturali cosiddetti ecclesiastici, a cominciare dagli archivi; che sono innumerevoli, spesso imponenti, ma raramente gestiti correttamente e accessibili o fruibili in condizioni soddisfacenti per lo studioso.

Se è vero che il clero (anche per l’assottigliamento dei ranghi in conseguenza sia della flessione delle vocazioni, sia delle innumerevoli riduzioni allo stato laicale determinate dagli smarrimenti pre- e post-conciliari) è letteralmente travolto dalle incombenze pastorali, non si vede perché tali patrimoni archivistici non vengano depositati presso quelle strutture pubbliche create - nell’interesse di ’tutti’ - per la conservazione e la consultazione del materiale documentario che vi è conservato.

Ulteriore, elementare, ma - a quanto sembra - non altrettanto ovvia osservazione è che i beni culturali cosiddetti ecclesiastici sono proprietà non del clero, ma della chiesa, quindi anche dei fedeli. Non esistendo nell’ambito di quest’ultima forme e strutture amministrative o rappresentative dei fedeli stessi per una gestione culturalmente avvertita e comunitarimente trasparente di tale patrimonio (come lo erano le "opere" o le "fabbricerie", esistite con validità civile, giurica dal Medioevo al concordato del 1929), non si vede come tale compito non possa e non debba essere esercitato da quegli istituti pubblici, statali, esistenti in quanto prefigurati e regolati da leggi che i cittadini medesimi si sono date. È anzi sorprendente come il clero non riesca ancora oggi a concepire il pubblico ufficio come una struttura ’anche al suo servizio.

Certo, è storicamente più che giustificata la diffidenza, l’estraneità o l’insoddisfazione del cittadino nei confronti di questo Stato italiano e delle sue strutture, per lo più arcaiche, fatiscenti, inefficienti, lente, paralizzanti, onerose, insufficienti. Ma non è men vero che questo deplorevole stato di cose è anche storicamente frutto di plurisecolari prevaricazioni clericalesche e, in tempi a noi più prossimi, del valoroso contributo di "cattolici", politicamente o meno impegnati.

Altra materia di considerazioni è quella in ordine alla storia della cultura.

È infatti fuori di dubbio che al tutela rigorosa e il restauro storico-filologico sono caratteristica dei nostri tempi nel rapporto con i manufatti storico-artistici del passato; ed è altrettanto certo che il concerto e la prassi del restauro mutano nel tempi: si affinano i procedimenti, si arricchiscono le conoscenze e le esperienze, si moltiplicano le occasioni di verifica e di confronto, , si allarga il campo dell’attenzione; fino ad una dozzina d’anni addietro, ad esempio, non si prestava attenzione al recupero del "temperamento" antico nell’accordatura degli organi; ed è di questi ultimissimi tempi l’adozione della camera a gas anche in campo organario quale mezzo di disinfestazione dal tarlo delle parti lignee.

Tutte materie, come ognun vede, oggetto e fonte di studio, di ricerche, di dibattiti, di pubblicazioni; tutte cose cui certo il clero non è istituzionalmente tenuto né attrezzato.

Ma in ordine a quella stessa storia della cultura sarà lecito discutere e avanzare riserve in merito a scelte storicamente determinate della gerarchia: l’immagine, ad esempio, di una chiesa (come edificio), sobria, povera di immagini e di decorazioni non è - come si pretende da qualcuno - una reazione al tardo romanticismo, ma è piuttosto figlia proprio di quel romanticismo soggettivista che ha scarnificato la fede riducendola a "sentimento" e a fatto privato di coscienza, negando di fatto il concetto stesso di "religione" come rapporto oggettivo con il trascendente e demotivandone di conseguenza le manifestazioni esteriori.

Altrettanto discutibile che il rito si debba ridurre ad un fatto prevalentemente verbale, ossessivamente amplificato da microfoni e altoparlanti, impoverito di segni e di immagini, di valori estetici e simbolici, musicali, gestuali ecc., in un curioso, imprevedibile revival illuministico, in contrasto con tutta una ben radicata tradizione della nostra cultura, cui in definitiva si riconnettono da un lato la forma dialogica della filosofia platonica e dall’altro la struttura narrativa per parabole del testo evangelico.

Così come la celebrazione oggi di moda "versus populum" non è certo fondata sulla tradizione più autorevole e più antica, se fin dalle venerande cosiddette "Costituzioni Apostoliche" era tassativamente prescritto che celebrante e fedeli fossero rivolti ad oriente, per le ovvie implicazioni simboliche. E certo anche la scelta della casula al posto della pianeta non può non essere considerata altro che un’estetizzante indulgenza al mito tutto romantico del "medioevo" come epoca religiosa e del "romanico" come stile "sacro" (addirittura per bocca di Paolo VI, "mistico") per eccellenza!

Forse non era mai accaduto che la chiesa dovesse misurarsi con il giudizio in sede di storia della cultura, per secoli essendo stata essa stessa matrice di cultura; ma da quando ha cessato di svolgere questa funzione è andata anche scemando la sua credibilità (per usare un termine oggi di moda), essendo venuto meno l’oggettivo metro di valutazione del proprio ’modus operandi’ in seno all’umano consorzio.

La confezione di modelli sentimentali evasivi o fittizi o perlomeno di puro riferimento interno all’istituzione stessa - "exempli gratia" il liturgico (o la trilogia, ormai classico, di "bibbia, liturgia e terzo mondo") - non è certo idonea e sufficiente a reggere l’impatto con la cultura spesso ostile del mondo moderno; di qui il patetico smarrimento, l’acritico assorbimento o il disinvolto opportunismo di tanta parte del clero e del cosiddetto "mondo" cattolico.

In simile contesto non è certo tollerabile che gli organi antichi continuino ad essere vittima di mutevoli umori liturgici, quando per lunghi secoli essi hanno egregiamente svolto le loro funzioni; che poi l’attuale mutevolezza sia il segno di una chiesa - come qualcuno suppone - "più pura, più santa e più evangelica" di quella anteriore al Concilio Vaticano II è soltanto indice di confusione associata ad una presunzione d’orgoglio luciferino, purtroppo priva di concreti riscontri oggettivi.

sabato 22 novembre 2014

Cecilia cederebbe il posto a Giovanni Battista ?!


Gentili lettori,

leggete qui in calce - se ancora non siete edotti - come la povera martire CECILIA (qui rappresentata da Bernardino Campi in una nota tela sita nella chiesa di S. Sigismondo in Cremona) sia finita, suo malgrado, patrona della musica e dei musicisti, lei che era tutta immersa solamente nell’amore di Cristo!

Per i musicisti "latini" (ovvero non anglofoni o germanofoni) io proporrei, piuttosto, l'impetrazione a S. Giovanni Battista, dato che, come tutti sanno, le note musicali prendono il nome dall'incipit dei versetti dell'inno liturgico dei Vespri della solennità della natività di San Giovanni Battista e, di conseguenza, lo spostamento della data onomastica dal "ceciliano" 22 novembre al "giovanneo" 24 giugno!

Cosa ne pensate?

Buona lettura e auguri di buona musica.


Cremona, il 22 novembre 2014

* * *

ROMA: LA NASCITA DEL CULTO DI SANTA CECILIA

di Paolo Grandi

Il culto popolare e religioso di Santa Cecilia è ispirato alla vita della giovane vergine Cecilia, martire cristiana a Roma all’inizio del III secolo d.C..
In realtà, non sono mai stati conosciuti gli atti del martirio e nessun documento prova storicamente la sua esistenza.

Il più antico documento che ha come ascendenza la Legenda Aurea del V secolo è la Passio Sanctae Ceciliae, un testo liturgico divulgato nelle sue linee essenziali tramite la Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varagine del XIII secolo. In seguito la Passio fu edita integralmente (180 ca.) insieme ad altre agiografie sulla giovane romana desunte da codici manoscritti antichi.
[…]

È incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della Musica. Tuttavia, un esplicito collegamento tra Cecilia e la Musica è documentato a partire dal tardo Medioevo.
La spiegazione più plausibile sembra quella di un’errata interpretazione dell’antifona di ingresso della messa nella festa della santa.

Il testo di tale canto in latino era: "Cantantibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar" ("Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa").

Organa in latino nel V secolo stava ancora per strumenti in generale, solo più tardi in epoca medievale aveva assunto una connotazione più stretta, organi in quanto strumenti musicali specifici. Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: "mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente". Da qui era facile l’interpretazione ancora più travisata: "Cecilia cantava a Dio... con l’accompagnamento dell’organo".
Si cominciò così, a partire dalla fine del XIV secolo nell’ambito del Gotico cortese, a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco. Si può avere un’idea di questo collegamento alla musica anche da un manoscritto liturgico, presente in Pinacoteca Nazionale a Bologna, in cui si notano l’inizio dell’antifona dedicata alla Santa (con la lettera iniziale C di "Cantantibus") e l’immagine della stessa mentre suona un organo.
In realtà, i codici più antichi non riportano questa lezione del versetto e neanche quella che inizierebbe con "Canentibus", sinonimo di "Cantantibus", bensì "Candentibus organis, Caecilia virgo…".

Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l’antifona descriverebbe Cecilia che "tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore". Il versetto non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio.
L’accostamento in Cecilia tra il suono degli strumenti e il canto del cuore aveva anche l’intendimento di indicare la superiorità della musica sacra nei confronti delle espressioni pagane del canto e della festa, tema che troverà riscontro anche nell’iconografia più affermata della santa. […]



sabato 18 ottobre 2014

l'Otto-per-mille agli organisti ?!




Al cortese lettore.

Nulla è stato fatto (nemmeno detto) per gli organisti nel recente convegno di musica sacra promosso dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana a Salerno [*] !

Sarebbe stato sufficiente prendere in carico la discussione circa la possibilità di attuare quanto saggiamente proponeva - ormai nel lontano 1999 - don Marino Tozzi, responsabile della Commissione di Musica Sacra della diocesi di Forlì-Bertinoro, di cui sotto riporto dettaglio!

La ripresa di un eventuale dialogo tra musicisti di chiesa e CEI dipende unicamente dal rinnovato sodalizio professionale dei primi!…

Meditate, gente…

Paolo Bottini

Cremona, 18 ottobre 2014

[*] cronaca del convegno (con possibilità di scaricare quasi tutte le relazioni)

* * *

Una proposta di don Marino Tozzi, da La musica sacra e l’otto per mille, in «Bollettino Ceciliano» 1999/4, pp. 111-112:

Un contributo-incentivo della CEI dai fondi dell’8 per mille alle chiese cattedrali (o altre chiese scelte dal vescovo) prive di maestro di cappella (e/o organista) regolarmente stipendiato se decidono di assumerlo con queste condizioni:

- un regolare concorso per titoli o esami che comprovi l’effettiva preparazione musicale e liturgica;

- impegno di chi viene assunto a costituire una Schola cantorum e ad assicurare il servizio secondo un clendario annuale prestabilito;

- un compenso ipotetico di un milione di vecchie lire [§] al mese, quale stipendio-base: da completare da parte dell’ente ecclesiastico interessato attraverso integrazioni, emolumenti per celebrazioni, alloggio gratuito. [...]

Nell’attuale panorama di squallore e nel clima di disarmo in cui versa la musica nella scuola, nelle istituzioni, nei mezzi di comunicazione, di fronte al "grido di dolore" che sale da tanti giovani specialmente organisti che hanno compiuto studi seri e che vorrebbero impegnarsi con passione, professionalità e senso di fede, sarebbe questo un forte segnale da parte della Chiesa italiana di impegno nel settore della musica sacra [...] e un’indicazione precisa che il "progetto culturale" della Chiesa italiana sta scendendo dai principi ai fatti concreti.

[§] mutatis mutandis: euro 700,00 circa (Ndr).


[il succitato testo è in rete anche nel sito "Organi & Organisti" al seguente collegamento https://www.organieorganisti.it/otto-per-mille-organisti]

giovedì 4 settembre 2014

No latino? No gregoriano!




Il giorno 3 settembre cade la festa liturgica di S. Gregorio Magno papa, quello che, secondo il mito tramandato, creò (o quanto meno favorì) il repertorio del canto cultuale della chiesa latina.


Colgo l'occasione per inoltrare, qui in calce, il recente scritto di Giacomo Baroffio intitolato "il futuro del canto gregoriano".

Circa questo argomento, il busillis, a mio parere, sta in due difficoltà oggettive attualmente insormontabili, le quali determinano di fatto l'esclusione del canto gregoriano dal culto divino della chiesa cattolica:

1) il famigerato «ceteris paribus» di SC 113 [*] che in italiano suona (ambiguamente): «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni [ceteris paribus], gli si riservi il posto principale»: cosa voglia dire quel "a parità di condizioni", piazzato lì quasi a compromesso dopo le acerrime discussioni dei padri conciliari durante l'assise, è ancora oggi oggetto di dibattito...

2) è ben noto che la maggior parte degli uomini di chiesa oggi aborre l'utilizzo della lingua latina nel culto (prefendo, piuttosto, disturbare il clima di preghiera e raccoglimento con inutili e noiose didascalie che non fanno che interrompere il naturale svolgimento del rito), nonostante il desiderio di SC 36 che «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini».

Come tutti sanno, il latino nel culto divino della chiesa cattolica è stato ben presto frettolosamente accantonato, assieme al canto gregoriano, nei primissimi anni del dopoconcilio [+], grazie anche alla spinta ultra-progressista del movimento "Universa Laus".

Si pensi solo al repertorio dei monaci camaldolesi: subito dopo l'ultimo concilio ecumenico si diedero da fare senza troppe remore a ripensare in italiano tutto il loro repertorio [§], accantonando completamente il gregoriano storico! Questo è solo l'esempio più virtuoso (ho cantato personalmente le antifone e i salmi di Camaldoli e assicuro che è un esperimento molto ben riuscito), invece nella maggior parte delle parrocchie italiane si continua a tutt'oggi a cantare stancamente un repertorio raffazzonato alla meno peggio, perché tutto sommato - diciamocelo - la liturgia è la cosa cui si dà meno importanza della vita cristiana in parrocchia!

Di conseguenza, come è ovvio: no latino? no gregoriano!!

In buona sostanza, l'uso del canto gregoriano in ambito cultuale dipende solo ed esclusivamente dalla volontà dei vescovi e, non da meno, da quella dei parroci.

E con buona pace dei gregorianisti incalliti, ai quali non rimane che rifugiarsi in esibizioni concertistiche che sono la noia più mortale che ci possa essere!

Buona lettura e grazie per la cortese attenzione.

Paolo Bottini

Cremona, il 3 settembre 2014

[+] per approfondire leggasi questo articolo di Sandro Magister


* * *


IL FUTURO DEL CANTO GREGORIANO [#]

di Giacomo Baroffio [°]


La situazione del canto gregoriano in Italia oggi è molto confusa a causa di differenti motivi. Ricordo solo i principali:


1] lo scontro tra le proposizioni elogiative del magistero pontificio e l'atteggiamento concreto di gran parte del clero, talora indifferente, spesso contrario, in modo deciso e anche con rabbia iconoclasta; [1]

2] la conseguente diffusa incertezza circa la sua identità e la sua collocazione nella Chiesa e nella società: che cos'è questo canto, quale il suo valore, quale spazio può o deve occupare;

3] l'incertezza a livello interpretativo con la coesistenza di modalità assai diverse, spesso conseguenza di una mancata formazione musicale e liturgica adeguata. Ci sono gruppi che cantano soltanto perché il "gregoriano" è un canto "esotico", richiama attenzione, gode di una certa simpatia in alcuni ambienti giovanili ...


In questo panorama, piuttosto desolante, ci si chiede se c'è un futuro per il canto gregoriano. Sono fermamente convinto che ci sia, ma penso che occorra affrontare il problema in modo corretto, altrimenti non si potrà giungere a una soluzione soddisfacente.

Il presente precede sempre, ma non genera quasi mai il futuro. Il presente si può prolungare nel tempo, dare qualche segno di apparente vitalità ma, nell'arco di una generazione o di pochi decenni, sfocia in uno stato di stagnazione. [2] Certo, persistono strutture che sembrano solide, mentre in realtà sono inaridite e sono sorrette dalla rigidità di una disciplina esteriore e dalla forza d'inerzia dell'abitudine.

A sessant'anni da quando ho iniziato a occuparmi di canto liturgico, la situazione intorno al canto liturgico è migliorata assai sotto vari aspetti. Si pensi alle innumerevoli edizioni di musica in gran parte accessibili in rete, alla possibilità di leggere e ingrandire antichi manoscritti in splendide fotografie digitali, alla gioia di ascoltare innumerevoli esecuzioni attraverso radio, CD, DVD, Youtube e altri canali. Sono tante occasioni che permettono di confrontarsi con differenti e anche provocanti interpretazioni. È un arricchimento inimmaginabile a metà del secolo scorso, ma tutto ciò - nonostante il numero infinito di duplicazioni - non ha la forza di superare o sfondare la barriera dell'immobilismo di fondo che fa del presente una landa inaridita, congelata.

Affinché il presente si apra al futuro è necessario che si ritorni alle origini, alla forza propulsiva creatrice e fantasiosa, all'entusiasmo umile capace di reggere il confronto con i propri fallimenti e altri ostacoli. Per evitare che le case religiose si riducano a pensionati per tristi brontosauri e zitelle inacidite, è necessario ritornare alle sorgenti, a vivere l'impulso originario dei fondatori. Chiunque essi siano, Benedetto o Francesco o Teresa d'Avila. Nell'ambito del canto gregoriano è urgente fare un'analoga operazione di ressourcement, direbbero i francesi. Il futuro si crea andando alle sorgenti, non con un movimento retrospettivo, all'indietro, di stampo archeologico e narcisistico.[3] Ciò che conta è uno slancio in avanti, attingendo alla fonte originaria forza e suggestioni di rinnovamento, proposte di novità, dinamiche innovatrici.

Questa, ora delineata a grandi tratti, è però soltanto una tappa. Si raggiungono le origini nel passato e si rileggono con gli occhi del presente per scoprire le vie del futuro. Quello che siamo soliti chiamare "canto gregoriano, canto romano-franco, canto liturgico tradizionale ..." - sempre "canto" diciamo per convenzione e abitudine - canto non è. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di D-i-o che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. È inoltre la stessa Parola che il cantore innalza a D-i-o quale preghiera della Chiesa. In seguito il canto aderisce anche alla parola con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica. È quanto accade, ad esempio, in tanti responsori e canti delle Ore.

Se non si parte da questa realtà vissuta, è inutile pensare al futuro del canto gregoriano. Usciranno tanti nuovi articoli e libri che scandaglieranno fatti storici, tecnici, estetici, paleografici ... senza futuro, finendo per impantanarsi in discussioni inutili, in risultati ripetitivi e alla fine deludenti. Si faranno anche tanti concerti davanti a platee affollate. Qui precipitiamo in una situazione che oscilla tra il ridicolo e il tragico. Pretendiamo di proporre una musica di oltre 1000 anni fa, senza neppure sapere come si cantasse allora. È un giardino grottesco di pietra con tanti monumenti di ipotesi. D'altra parte, in prospettiva storica, il canto gregoriano è simile a una zattera di ipotesi sballottata dalle onde di un oceano tempestoso d'ignoranza.

Dopo queste parole sembrerebbe che tutto sia perduto e inutile. Al contrario. È ora di svegliarsi dal sonno e cercare di raggiungere le fonti dell'acqua viva che alimenta il canto, nutre i cantori, rinnova la Chiesa. L'acqua viva è la Parola di D-i-o. Di fronte ad essa è d'obbligo assumere l'atteggiamento di curiosità / amore / attaccamento, che hanno i piccoli nei confronti della voce della mamma e del babbo. "Lectiones sanctas libenter audire" ricorda san Benedetto. Non è questione di imporsi una disciplina, di affrontare un lavoro impervio. Nessuno ci obbliga a leggere la Bibbia in ebraico, anche se non sarebbe male condividere almeno questo desiderio con Teresa di Lisieux. Ci chiamiamo e siamo figli di D-i-o. La nostra gioia nasce dall'ascolto della sua voce, del timbro sonoro che ci raggiunge attraverso la mediazione del canto.

Si tratta, tuttavia, pur sempre di un cammino didattico che esige una serie di impegni: trovare il tempo per leggere la Bibbia; avere la forza di spazzare via i pensieri, anche buoni e positivi, che intasano mente e cuore; disporre di uno spazio di silenzio dove far risuonare la Parola con tutte le sfumature che essa può suscitare.

Un'indicazione pratica. Se non siamo abituati a fare della Bibbia il nostro libro di preghiera, imitiamo le sorelle e i fratelli che in Germania ogni giorno dell'anno ruminano una Losung, una parola d'ordine che apre e dilata il cammino quotidiano. In Germania si trova un libretto con una frase biblica per ogni giorno. Noi cattolici nei Paesi latini potremmo utilizzare facilmente come parola d'ordine il ritornello del salmo responsoriale oppure il verso dell'alleluia o il testo di un'antifona (introito e comunione).

Quando raggiungeremo un minimo di familiarità con la Parola e avvertiremo la necessità di ruminarla quotidianamente, allora sentiremo anche il bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di D-i-o più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge. Così li possiamo gustare, li lasciamo scendere nel profondo di noi stessi affinché dall'intimo cambino la nostra vita. La Parola allora ci rende profeti e nel canto annunciamo la speranza nel futuro che D-i-o solo può aprire e costruire. Per il bene di ciascuno e di tutti, nella Chiesa e nella società civile.

Questo è il futuro del canto gregoriano. Questo è il futuro dei cantori che accolgono il dono della profezia e - nella forza dello Spirito - la trasformano in preghiera.

_____

[1] Penso spesso a un incontro di anni fa con un autorevole cardinale della Curia romana. Alle mie lamentele sull'atteggiamento dei vescovi italiani nei confronti del canto gregoriano e della musica sacra, il porporato mi disse testualmente: "Il fatto che i vescovi italiani non apprezzino il gregoriano e la musica sacra è la conseguenza di una situazione ben più grave e delicata. La maggior parte dei vescovi non ha nessun interesse per la liturgia!". Peccato che queste parole il cardinale non le abbia tuonate davanti all'assemblea generale della Conferenza episcopale.

[2] Se non erro, studi di sociologia della vita religiosa hanno messo in evidenza il suo irrimediabile sfaldamento e declino nell'arco di una o al massimo due generazioni, circa 30 anni dall'inizio delle singole esperienze originali.

[3] In alcuni Paesi c'è purtroppo un forte ripiegamento sul presente che si traduce in una resistenza sorda e impedisce un'apertura serena a nuove ricerche e itinerari metodologici. Ci sono voluti alcuni decenni prima che non scandalizzasse più un approccio al gregoriano in una prospettiva di vergleichende Choralwissenschaft, lo studio cioè del canto romano-franco nel confronto con gli altri repertori, in primo luogo il romano-antico e l'ambrosiano. Stentano anoca ad affermarsi nuove prospettive suggerite dalla etnomusicologia, come la ricerca delle tecniche di composizione del tipo maqam. Per non parlare del suggerimento, proposto questo dalla geologia, di indagare sullemetamorfosi per contatto...



[°] per approfondire il Baroffio-pensiero: http://win.organieorganisti.it/baroffio_liturgiaincanto.htm ; http://win.organieorganisti.it/pseudochirografo_baroffio.htm ; https://www.organieorganisti.it/benedetto-xvi-ai-musicisti-di-chiesa

[#] (intervento alla tavola rotonda conclusiva della "XXXV Semana de estudios gregorianos" presso Abadia Santa Cruz del Valle de los Caidos, 29 agosto 2014)