Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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sabato 14 febbraio 2015

«L’organista si obbliga ad...» - Per un ripristino della figura dell’«organista titolare» in Italia




Gentili lettori,

cercate in rete le parole «organista curriculum» e noterete che raramente ne troverete uno che non contiene la dicitura «organista titolare» riferito al ruolo di organista che quel tal musico svolge a servizio (più o meno regolare, questo mai è dato saperlo) del culto in quella tal chiesa.

Ci pare che questo sia un vero e proprio abuso d’ufficio o, quanto meno, appropriazione indebita di titolo fasullo!

Infatti, mi pare che la definizione di «titolare» di un organo o di un ufficio liturgico dovrebbe essere propria solo di coloro che hanno ricevuto ufficialmente un incarico dal preposto parroco (o chi ne fa le veci) con relativa lettera di nomina (il che non presuppone che sia sottinteso né un regolare contratto di lavoro né, tanto più, una qualsivoglia forma di remunerazione).

In tutta Europa ogni chiesa ha sempre avuto un musicista responsabile della musica, che poteva essere un maestro di cappella o un organista oppure entrambi, anche fino a tempi molto recenti, come ci testimonia questo contrattino cortesemente segnalatomi da Mario Lanaro e riguardante una proposta di accordo effettuata a suo padre da parte del parroco di Malo:

Malo (Vicenza), 7 ottobre 1946 - Ill. Sig. [Severo] Lanaro, pregasi esaminare le condizioni da noi qui sotto esposte quale organista della Chiesa di Molina: l’organista si obbliga ad accompagnare le Messe nelle feste più solenni dell’anno, più la Domenica della sagra. Così il suddetto si obbliga di fare una prova prima dell’esecuzione di ogni Messa. Le prove che saranno necessarie saranno stipendiate a £ 25 l’ora. Per accompagnamento della Messa £ 400 ed un quintale di frumento ed un quintale di granoturco. Le Messe cantate sono diciotto. Se qualche volta potrà venire alle funzioni si farà contratto a parte. Ecco le condizioni, aspetto risposta se accetta prima ch’io metta in libertà l’organista attuale. Ossequi. Sac. Romolo Capozzo, Parroco della parrocchia di S. Maria di Molina in Malo.

Se tale comportamento era ritenuto norma anche in un paese di provincia, vien da chiedersi perché al giorno d’oggi nessun parroco nemmeno si sogna di proporre ad un organista una scrittura privata per stabilire doveri e diritti!

Ancor prima di toccare la questione della remunerazione – che di per sé rimane non obbligatoria per una parrocchia, così come nemmeno obbligatorio è dotarsi di organo e di organista – non sarebbe atto di civiltà giungere alla stipula di una convenzione nazionale in modo da stabilire norme comuni per l’individuazione del «titolo» di organista al servizio di una chiesa?

E, dato che la maggioranza degli organi nelle chiese italiane ricade sotto la tutela di un’apposita legge dello Stato, ci pare che risulti vieppiù urgente la nomina, di concerto magari con le competenti Soprintendenze regionali, di un vero e proprio «organista titolare» nelle chiese che custodiscano strumento di interesse storico-artistico, ad onta del fatto che la vera qualità della musica cultuale e del canto liturgico non interessa se non ad una minoranza tra i pastori d’anime!

Dunque: alla Chiesa italiana non importa che si faccia dignitosa musica e canto nelle attività di culto per mezzo di musicisti competenti? Allora che ai musicisti competenti venga affidato innanzitutto l’ufficio di «organista titolare» responsabile della valorizzazione dello strumento musicale organo tramite audizioni pubbliche e/o private, nonché della sua conservazione quale bene culturale, ovvero della sua manutenzione ordinaria (suonarlo dieci minuti a settimana, tenere pulito e in ordine lo strumento, tener lontani topi, ghiri, piccioni e... cialtroni incompetenti e boriosi!) e straordinaria (una revisione generale ogni dieci anni: la gente non si rende conto che l’organo è una macchina che abbisogna di fare periodici “tagliandi”, non come un quadro o una statua che bastano di una spolverata pasquale e via!).

All’organista «titolare», ufficialmente nominato a svolgere detti incarichi, competerebbe altresì il ripristino di quella onesta pratica, pure oggi dismessa, del collaudo ufficiale di uno strumento nuovamente costruito o di un antico restaurato prima che venga riconsegnato, chiavi in mano, al responsabile della chiesa ove è custodito.

Riassumendo: che non accada più, grazie alla ufficializzazione della figura di «organista titolare», di dover vedere un organo, bene storico e artistico da tutelare assieme a tutti gli altri, deperire per colpa del disinteresse di un parroco e/o di una comunità parrocchiale e/o di un pigiator di tasti della domenica!

Rimane tuttavia un quesito: siccome ben raramente un parroco accetterebbe siffatto “contratto” con un organista senza adeguati stimolo e supporto istituzionali provenienti dai “piani alti”, bisognerebbe far partire il processo da parte di due soggetti a livello nazionale che stipulino un accordo valido su tutto il territorio nazionale: dunque, chi dovrebbero essere questi due soggetti? Lo Stato e la Chiesa? Lo Stato e un’associazione professionale di organisti? Oppure i tre citati assieme? Aqui està el busillis! Dios nos valga!

sabato 31 gennaio 2015

Gradi di solennità del canto liturgico




Gentili lettori,

una domanda ex abrupto: in ordine di priorità sarebbe più importante il canto d’introito o l’acclamazione al Vangelo?!

Forse di getto sarete portati a rispondermi «il canto d’introito»! Ebbene, è proprio il contrario, secondo le norme qui in calce citate!

Queste norme, promulgate nel 1967 nella nota istruzione Musicam Sacram, dovrebbero costituire, a mio parere, la vera e unica base da cui far partire la giusta riforma della musica nel culto divino della Chiesa cattolica!

Detta istruzione fu elaborata dal «Consilium» per l’attuazione della Costituzione sulla sacra Liturgia, un organismo voluto dal papa Paolo VI per, diciamo, tenere in rotta la riforma liturgica promulgata nel dicembre del 1963.

Presentatevi al vostro parroco e chiedetegli conto se egli sia a conoscenza di eventuali deroghe canoniche a queste norme!

A me pare non ci siano scappatoie: «questa Istruzione - come leggiamo in calce alla medesima - è stata approvata dal Santo Padre Paolo VI, nell’udienza concessa a Sua Eminenza il Cardinale Arcadio M. Larraona, Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, il 9 febbraio 1967. Il Santo Padre l’ha pure confermata con la sua autorità, ed ha ordinato che fosse pubblicata, fissandone l’entrata in vigore per il giorno 14 maggio 1967, domenica di Pentecoste. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario».

Ora, ad esempio, il Gloria è dichiarato sia più importante del salmo responsoriale: invece oggi magari assistiamo al canto del ritornello al salmo responsoriale mentre il Gloria viene semplicemente recitato; oppure viene regolarmente fatto un canto durante l’offertorio (magari con parole che nulla hanno a che fare col gesto offertoriale, ma nemmeno col vangelo del giorno!) e invece si tralascia quasi sempre il canto del Kyrie!

Invece - udite, udite! - leggete qui sotto quali dovrebbero essere le parti più importanti da cantare nella messa: le parti dialogate tra sacerdote e fedeli!!

Oh bella! Un prete che canta le parti presidenziali in dialogo con l'assemblea?! Direi rarissima avis…

Grazie ai vescovi che in questi decenni hanno così vivamente raccomandato ai rettori dei seminari di far studiare musica e canto ai futuri sacerdoti!!

:-/

Vi saluto con affranta devozione


Cremona, il 23 gennaio 2015

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Estratto dalla istruzione Musica Sacram:


III.     Il canto nella celebrazione della messa

27.  Nella celebrazione dell’Eucaristia, con la partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, si preferisca, per quanto è possibile, la forma della Messa in canto anche più volte nello stesso giorno.
 
28. Rimane in vigore la distinzione tra Messa solenne, Messa cantata e Messa letta, stabilita dalla Istruzione del 1958 (n. 3), secondo la tradizione e le vigenti leggi liturgiche. Tuttavia, per motivi pastorali, vengono proposti per la Messa cantata dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la celebrazione della Messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo, integralmente o parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli alla partecipazione piena al canto.

29.  Il primo grado comprende:

a)  nei riti d’ingresso:
— il saluto del sacerdote celebrante con la risposta dei fedeli;
— l’orazione;
b) nella liturgia della parola:
— le acclamazioni al Vangelo;
c) nella liturgia eucaristica:
— l’orazione sulle offerte;
— il prefazio, con il dialogo e il Sanctus;
— la dossologia finale del Canone;
— il Pater noster con la precedente ammonizione e l’embolismo:
— il Pax Domini;
— l’orazione dopo la comunione;
— le formule di congedo.

30. Il secondo grado comprende:

a)  il Kyrie, il Gloria e l’Agnus Dei;
b)  il Credo;
c)  l’orazione dei fedeli.

31. Il terzo grado comprende:

a) i canti processionali d’ingresso e di comunione;
b) il canto interlezionale dopo la lettura o l’epistola;
c) l’Alleluia prima del vangelo;
d) il canto dell’offertorio;
e) le letture della sacra Scrittura, a meno che non si reputi più opportuno proclamarle senza canto.

32. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.

33. È bene che l’assemblea partecipi, per quanto è possibile, ai canti del «Proprio»; specialmente con ritornelli facili o forme musicali convenienti.
Fra i canti del «Proprio» riveste particolare importanza il canto interlezionale in forma di graduale o di salmo responsoriale. Esso, per sua natura, fa parte della liturgia della parola; si deve perciò eseguire mentre tutti stanno seduti e in ascolto e anzi, per quanto è possibile, con la partecipazione dell’assemblea.

34. I canti che costituiscono l’Ordinario della Messa, se sono cantati su composizioni musicali a più voci, possono essere eseguiti dalla «schola» nel modo tradizionale, cioè o « a cappella» o con accompagnamento, purché, tuttavia, il popolo non sia totalmente escluso dalla partecipazione al canto.
Negli altri casi, i canti dell’Ordinario della Messa possono essere distribuiti tra la «schola» e il popolo, o anche tra due cori del popolo stesso, in modo cioè che la divisione sia fatta a versetti alternati, o in altro modo più conveniente, che tenga conto di sezioni più ampie del testo.
In questi casi, tuttavia, si tenga presente:
— Il Credo, essendo la formula di professione di fede, è preferibile che venga cantato da tutti, o in un modo che permetta una adeguata partecipazione dei fedeli.
— Il Sanctus, quale acclamazione finale del prefazio, è preferibile che sia cantato, ordinariamente da tutta l’assemblea, insieme al sacerdote.
— L’Agnus Dei può essere ripetuto quante volte è necessario, specialmente nella celebrazione, durante la frazione del Pane. E bene che il popolo partecipi a questo canto, almeno con l’invocazione finale.

35. È conveniente che il Pater noster sia cantato dal popolo insieme al sacerdote [22]. Se è cantato in latino, si usino le melodie approvate già esistenti; se si canta in lingua volgare, le melodie devono essere approvate dalla competente autorità territoriale.

36. Nulla impedisce che nelle Messe lette si canti qualche parte del «Proprio» o dell’« Ordinario». Anzi talvolta si possono usare anche altri canti all’inizio, all’offertorio, alla comunione e alla fine della Messa: non è però sufficiente che siano canti «eucaristici», ma devono convenire con quel particolare momento della Messa, con la festa o con il tempo liturgico.

mercoledì 24 dicembre 2014

«La codificazione ufficiale della mediocrità» secondo Oscar Mischiati


Gentili lettori,

tutti hanno conosciuto Oscar Mischiati come un personaggio - diciamo così - di non facile approccio... ma quel che è certo, egli era un sapiente e una persona di buon senso: lo dimostra lo scritto che Vi consegno qui in calce (dettato ormai quasi trent’anni fa), il quale credo sia gradito alla maggior parte di Voi, in quanto non molto noto.

Al contrario, penso che queste parole mischiatiane risultino sgradite agli uomini di chiesa, proprio perché girano il coltello nella piaga... sì: la piaga della crisi liturgica della Chiesa!

Una Chiesa che, tradendo sostanzialmente la riforma liturgica promulgata dal concilio Vaticano II, sta alimentando la trasformazione della messa in uno show microfonato repleto di verbosità ridondanti, applausi da circo, brusio di chiacchiere e musica pop!

Una Chiesa che, mediamente, spende il minimo delle proprie energie (spirituali quanto economiche) per il decoro del culto, perché non ritiene il culto una priorità (come invece è dichiarato che sia) [§]!

In questo desolante contesto, cari lettori, cosa volete che interessi in questa Chiesa una musica di qualità fatta da professionisti?!

Buon Natale a tutti.

Cordialmente Vostro

Paolo Bottini

[§] « la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (costituzione conciliare sulla liturgia "Sacrosanctum Concilium", n. 10)

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Intervento di OSCAR MISCHIATI nel convegno di studi

"I beni culturali ecclesiastici tra culto e tutela"

Promosso dalla Amministrazione Provinciale di Varese con la collaborazione di:
Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici della Lombardia
Commissione per la Tutela degli Organi Artistici
Consulta regionale per i beni culturali ecclesiastici della Lombardia

Varese, Palace Hotel
Sabato 24 gennaio 1987

Il patrimonio organario antico italiano è ricchissimo, non solo per la quantità, ma anche per la qualità e varietà.

È difficile, allo stato attuale delle conoscenze, fornire dati precisi sulla consistenza, considerata anche l’estrema disuguaglianza nella distribuzione territoriale: ad esempio una provincia come quella di Belluno presenta soltanto un’ottantina di strumenti con interesse storico-artistico, la sola città di Bologna ne possiede oltre un centinaio. D’altro canto, se alcuni tipi d’organo (quello veneziano settecentesco, quello lombardo ottocentesco) presentano caratteri abbastanza diffusi e comuni (ciascuno nel proprio genere, ben inteso), profonde diversità qualificano e segnano gli strumenti attraverso i tempi e i luoghi: un organo rinascimentale toscano non è la stessa cosa di un coevo strumento lombardo. E gli esempi potrebbero continuare.

La maggior parte di tale patrimonio versa in condizioni precarie di sopravvivenza, vuoi per prolungati periodi di abbandono (segnati dai danni prodotti dal tarlo, dai topi, talvolta dallo stillicidio dell’acqua piovana), vuoi per azioni vandaliche di asportazione e danneggiamento del materiale (tipico il caso di canne divelte e calpestate), vuoi infine per interventi inconsulti di manomissione: perlopiù volti ad adattare gli strumenti alle limitate cognizioni musicali e al cattivo gusto di organisti dilettanti, sprovveduti o velleitari; s’intende alludere alla sostituzione di tastiere e pedaliere ’più comode’ rispetto alla presunta scomodità di quelle originali, così come all’eliminazione di autentiche sonorità organistiche (Flauto in XII, Cornetto, registri ad ancia, file acute di Ripieno) perché ’stridule’ e alla loro sostituzione con materiale scadente (zinco) confezionato in maniera industriale e finalizzato ad effetti sdolcinati e d’infimo gusto, estranei all’arte e alla cultura musicale, meno che mai convenienti ai livelli di qualità e di dignità del tempio e del rito.

Eppure queste operazioni per lunghi (troppo lunghi!) decenni sono state qualificate come "riforma liturgica" laddove è da stigmatizzare un atteggiamento tuttora perdurante: quello di assumere come metro di valutazione degli organi (e non solo quelli) una categoria storicamente e culturalmente inconsistente quale quella di "liturgico" (ciò che era liturgicamente tassativo per Pio XII non lo è stato più con Paolo VI; né la situazione ha finora cessato di essere fluida; ma qui basti rilevare la relatività del termine).

Con il decadere dell’esercizio della musica in chiesa da livelli di qualità non di rado prestigiosa (di necessità, storicamente concreta e individuata: di volta in volta il gregoriano nel periodo romanico, la primitiva polifonia nel gotico, la grande arte contrappuntistico-imitativa nel Rinascimento e nel Barocco, lo stile "concertato" nel Barocco fino a ben addentro l’Ottocento) a livelli non professionali si accompagnò un singolare fenomeno: la codificazione ufficiale della mediocrità.

Alla creatività dell’arte si pretese di sostituire prescrizioni e norme atte ad orientare l’esercizio di "routine" mantenuto al più bassi profilo; così l’organo "diventava" liturgico se avesse avuto tastiere di 58 tasti, pedaliera di almeno 27 tasti, registri non spezzati "bassi" e "soprani, ecc. Atteggiamento che non si sa se definire più assurdo o ingenuo, ma al quale si deve la manomissione e la distruzione di centinaia di insigni strumenti (tra i tanti casi: i quattro organi della basilica del Santo a Padova, le coppie di organi di San Marco a Venezia, del Santuario di Loreto, della Cattedrale di Volterra, di S. Stefano dei Cavalieri a Pisa, ecc.).

Ma non meno assurde e ridicole sono le pretese "liturgiche" attuali di volere l’organo o l’organista in mezzo all’assemblea, confondendo pateticamente le esigenze del canto assembleare con le leggi dell’acustica e con le esigenze di un serio esercizio dell’arte dei suoni.

In ossequio a tale confuso velleitarismo si vorrebbero comandati gli organi a distanza mediante trasmissione elettrica, di fatto contraddicendo all’esigenza primaria della fonte sonora prossima a chi canta e suona e indulgendo ad un tipo squalificato di organo ripudiato universalmente dalla cultura organistica e musicale.

Senza contare che la riforma protestante e calvinista sono riuscite a far cantare le assemblee dei fedeli senza rimuovere o manomettere gli organi; più semplicemente e correttamente si è inculcata l’educazione musicale di base generalizzata, si è allestito un repertorio musicale qualificato ed appropriato di canti e si è affidato l’organo ad un professionista. Tutte cose che non si ottengono dall’oggi al domani, come "italianamente" si è preteso di fare in maniera confusa e pasticciona.

E come un tempo le commissioni diocesane di musica sacra inculcavano e benedicevano le riforme liturgiche degli organi - di fatto perseguendo un assurdo appiattimento e livellamento in netto contrasto con una tradizione senza pari per varietà e fantasia creativa, senza contare l’avallo perennemente concesso agli operatori più squalificati del settore (cui rifiutiamo per ragioni oggettive la qualifica di "organari") - così oggi da quegli stessi ambienti diocesani si ribadiscono posizioni in netto contrasto con gli indirizzi più aggiornati in campo organistico, organario, organologico e di tutela del patrimonio strumentale antico.

È stata quindi condizione storica strettamente necessitante per quanti nel nostro Paese hanno a cuore senza riserve la tutela e l’integrità del patrimonio storico organario richiamare l’attenzione degli uffici statali preposti a quelli che oggi complessivamente si usa chiamare "beni culturali" perché in questi ultimi fossero a pieno titolo compresi gli organi e gli strumenti musicali.

La situazione è lungi dall’aver trovato soddisfacente soluzione, anche perché nel nostro Paese, per una singolare distorsione di vecchia data, la tutela - e di conseguenza la preparazione dei funzionari ad essa preposti - è sempre stata ed è tuttora finalizzata ai fatti "visivi" (senza contare i condizionamenti delle valutazioni "estetiche"), disprezzando gli aspetti essenzialmente "storici", materiali e documentari dei manufatti e delle testimonianze in genere del passato: più volte, infatti, è accaduto che la "tutela" degli organi antichi giungesse a salvaguardare il solo prospetto, come se le canne interne e tutto il resto (tastiere, complesso dei comandi e dei meccanismi, somieri ecc.) non fossero anch’essi "oggetto" di rilevanza storica ed artistica ad un tempo. Quando addirittura non è accaduto che per mal inteso purismo architettonico organo e cantoria sono stati spazzati via come elemento ingombrante e "deturpante" (così nella Cattedrale di Pistoia o alla Madonna del Calcinaio a Cortona).

Un allargamento del campo visuale è quindi urgente e necessario, non solo in ottemperanza al dettato costituzionale, ma anche per adeguare l’opera della pubblica amministrazione agli orientamenti culturalmente più avvertiti e prevalenti da tempo nei paesi civili.

Ma l’intervento pubblico in materia organaria si giustifica anche per altri motivi.

Quando si parla di "chiesa", normalmente si identifica ’sic et simpliciter’ con la gerarchia; occorrerebbe ricordare che, più correttamente. Chiesa è la comunità di fedeli e di clero. A quest’ultimo spettano incontestabilmente i compiti magisteriale e sacramentale per la salvezza delle anime. Il "temporale" è invece incombenza dei fedeli costituiti, come cittadini, in legittime pubbliche aggregazioni, in una parola lo Stato, nella fattispecie la repubblica; della quale sono pure cittadini - con parità di doveri oltre che di diritti - i membri del clero e della gerarchia.

Sembra invece che a più di cent’anni di distanza questi ultimi non abbiano ancora accettato di buon animo la fine dello Stato pontificio e si considerino - e di fatto molto spesso si comportano - come se lo Stato non esistesse o addirittura come se l’intervento statale nel merito specifico della tutela storico-artistica (e quindi anche organaria) fosse un’illecita intrusione, una prevaricazione laicista nei fatti di culto e di religione.

Di qui la tendenza degli ecclesiastici in genere a sottrarre al "civile" quanto più è possibile e a gestirlo quale patrimonio esclusivo: in particolare, appunto, i beni culturali cosiddetti ecclesiastici, a cominciare dagli archivi; che sono innumerevoli, spesso imponenti, ma raramente gestiti correttamente e accessibili o fruibili in condizioni soddisfacenti per lo studioso.

Se è vero che il clero (anche per l’assottigliamento dei ranghi in conseguenza sia della flessione delle vocazioni, sia delle innumerevoli riduzioni allo stato laicale determinate dagli smarrimenti pre- e post-conciliari) è letteralmente travolto dalle incombenze pastorali, non si vede perché tali patrimoni archivistici non vengano depositati presso quelle strutture pubbliche create - nell’interesse di ’tutti’ - per la conservazione e la consultazione del materiale documentario che vi è conservato.

Ulteriore, elementare, ma - a quanto sembra - non altrettanto ovvia osservazione è che i beni culturali cosiddetti ecclesiastici sono proprietà non del clero, ma della chiesa, quindi anche dei fedeli. Non esistendo nell’ambito di quest’ultima forme e strutture amministrative o rappresentative dei fedeli stessi per una gestione culturalmente avvertita e comunitarimente trasparente di tale patrimonio (come lo erano le "opere" o le "fabbricerie", esistite con validità civile, giurica dal Medioevo al concordato del 1929), non si vede come tale compito non possa e non debba essere esercitato da quegli istituti pubblici, statali, esistenti in quanto prefigurati e regolati da leggi che i cittadini medesimi si sono date. È anzi sorprendente come il clero non riesca ancora oggi a concepire il pubblico ufficio come una struttura ’anche al suo servizio.

Certo, è storicamente più che giustificata la diffidenza, l’estraneità o l’insoddisfazione del cittadino nei confronti di questo Stato italiano e delle sue strutture, per lo più arcaiche, fatiscenti, inefficienti, lente, paralizzanti, onerose, insufficienti. Ma non è men vero che questo deplorevole stato di cose è anche storicamente frutto di plurisecolari prevaricazioni clericalesche e, in tempi a noi più prossimi, del valoroso contributo di "cattolici", politicamente o meno impegnati.

Altra materia di considerazioni è quella in ordine alla storia della cultura.

È infatti fuori di dubbio che al tutela rigorosa e il restauro storico-filologico sono caratteristica dei nostri tempi nel rapporto con i manufatti storico-artistici del passato; ed è altrettanto certo che il concerto e la prassi del restauro mutano nel tempi: si affinano i procedimenti, si arricchiscono le conoscenze e le esperienze, si moltiplicano le occasioni di verifica e di confronto, , si allarga il campo dell’attenzione; fino ad una dozzina d’anni addietro, ad esempio, non si prestava attenzione al recupero del "temperamento" antico nell’accordatura degli organi; ed è di questi ultimissimi tempi l’adozione della camera a gas anche in campo organario quale mezzo di disinfestazione dal tarlo delle parti lignee.

Tutte materie, come ognun vede, oggetto e fonte di studio, di ricerche, di dibattiti, di pubblicazioni; tutte cose cui certo il clero non è istituzionalmente tenuto né attrezzato.

Ma in ordine a quella stessa storia della cultura sarà lecito discutere e avanzare riserve in merito a scelte storicamente determinate della gerarchia: l’immagine, ad esempio, di una chiesa (come edificio), sobria, povera di immagini e di decorazioni non è - come si pretende da qualcuno - una reazione al tardo romanticismo, ma è piuttosto figlia proprio di quel romanticismo soggettivista che ha scarnificato la fede riducendola a "sentimento" e a fatto privato di coscienza, negando di fatto il concetto stesso di "religione" come rapporto oggettivo con il trascendente e demotivandone di conseguenza le manifestazioni esteriori.

Altrettanto discutibile che il rito si debba ridurre ad un fatto prevalentemente verbale, ossessivamente amplificato da microfoni e altoparlanti, impoverito di segni e di immagini, di valori estetici e simbolici, musicali, gestuali ecc., in un curioso, imprevedibile revival illuministico, in contrasto con tutta una ben radicata tradizione della nostra cultura, cui in definitiva si riconnettono da un lato la forma dialogica della filosofia platonica e dall’altro la struttura narrativa per parabole del testo evangelico.

Così come la celebrazione oggi di moda "versus populum" non è certo fondata sulla tradizione più autorevole e più antica, se fin dalle venerande cosiddette "Costituzioni Apostoliche" era tassativamente prescritto che celebrante e fedeli fossero rivolti ad oriente, per le ovvie implicazioni simboliche. E certo anche la scelta della casula al posto della pianeta non può non essere considerata altro che un’estetizzante indulgenza al mito tutto romantico del "medioevo" come epoca religiosa e del "romanico" come stile "sacro" (addirittura per bocca di Paolo VI, "mistico") per eccellenza!

Forse non era mai accaduto che la chiesa dovesse misurarsi con il giudizio in sede di storia della cultura, per secoli essendo stata essa stessa matrice di cultura; ma da quando ha cessato di svolgere questa funzione è andata anche scemando la sua credibilità (per usare un termine oggi di moda), essendo venuto meno l’oggettivo metro di valutazione del proprio ’modus operandi’ in seno all’umano consorzio.

La confezione di modelli sentimentali evasivi o fittizi o perlomeno di puro riferimento interno all’istituzione stessa - "exempli gratia" il liturgico (o la trilogia, ormai classico, di "bibbia, liturgia e terzo mondo") - non è certo idonea e sufficiente a reggere l’impatto con la cultura spesso ostile del mondo moderno; di qui il patetico smarrimento, l’acritico assorbimento o il disinvolto opportunismo di tanta parte del clero e del cosiddetto "mondo" cattolico.

In simile contesto non è certo tollerabile che gli organi antichi continuino ad essere vittima di mutevoli umori liturgici, quando per lunghi secoli essi hanno egregiamente svolto le loro funzioni; che poi l’attuale mutevolezza sia il segno di una chiesa - come qualcuno suppone - "più pura, più santa e più evangelica" di quella anteriore al Concilio Vaticano II è soltanto indice di confusione associata ad una presunzione d’orgoglio luciferino, purtroppo priva di concreti riscontri oggettivi.

sabato 22 novembre 2014

Cecilia cederebbe il posto a Giovanni Battista ?!


Gentili lettori,

leggete qui in calce - se ancora non siete edotti - come la povera martire CECILIA (qui rappresentata da Bernardino Campi in una nota tela sita nella chiesa di S. Sigismondo in Cremona) sia finita, suo malgrado, patrona della musica e dei musicisti, lei che era tutta immersa solamente nell’amore di Cristo!

Per i musicisti "latini" (ovvero non anglofoni o germanofoni) io proporrei, piuttosto, l'impetrazione a S. Giovanni Battista, dato che, come tutti sanno, le note musicali prendono il nome dall'incipit dei versetti dell'inno liturgico dei Vespri della solennità della natività di San Giovanni Battista e, di conseguenza, lo spostamento della data onomastica dal "ceciliano" 22 novembre al "giovanneo" 24 giugno!

Cosa ne pensate?

Buona lettura e auguri di buona musica.


Cremona, il 22 novembre 2014

* * *

ROMA: LA NASCITA DEL CULTO DI SANTA CECILIA

di Paolo Grandi

Il culto popolare e religioso di Santa Cecilia è ispirato alla vita della giovane vergine Cecilia, martire cristiana a Roma all’inizio del III secolo d.C..
In realtà, non sono mai stati conosciuti gli atti del martirio e nessun documento prova storicamente la sua esistenza.

Il più antico documento che ha come ascendenza la Legenda Aurea del V secolo è la Passio Sanctae Ceciliae, un testo liturgico divulgato nelle sue linee essenziali tramite la Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varagine del XIII secolo. In seguito la Passio fu edita integralmente (180 ca.) insieme ad altre agiografie sulla giovane romana desunte da codici manoscritti antichi.
[…]

È incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della Musica. Tuttavia, un esplicito collegamento tra Cecilia e la Musica è documentato a partire dal tardo Medioevo.
La spiegazione più plausibile sembra quella di un’errata interpretazione dell’antifona di ingresso della messa nella festa della santa.

Il testo di tale canto in latino era: "Cantantibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar" ("Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa").

Organa in latino nel V secolo stava ancora per strumenti in generale, solo più tardi in epoca medievale aveva assunto una connotazione più stretta, organi in quanto strumenti musicali specifici. Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: "mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente". Da qui era facile l’interpretazione ancora più travisata: "Cecilia cantava a Dio... con l’accompagnamento dell’organo".
Si cominciò così, a partire dalla fine del XIV secolo nell’ambito del Gotico cortese, a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco. Si può avere un’idea di questo collegamento alla musica anche da un manoscritto liturgico, presente in Pinacoteca Nazionale a Bologna, in cui si notano l’inizio dell’antifona dedicata alla Santa (con la lettera iniziale C di "Cantantibus") e l’immagine della stessa mentre suona un organo.
In realtà, i codici più antichi non riportano questa lezione del versetto e neanche quella che inizierebbe con "Canentibus", sinonimo di "Cantantibus", bensì "Candentibus organis, Caecilia virgo…".

Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l’antifona descriverebbe Cecilia che "tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore". Il versetto non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio.
L’accostamento in Cecilia tra il suono degli strumenti e il canto del cuore aveva anche l’intendimento di indicare la superiorità della musica sacra nei confronti delle espressioni pagane del canto e della festa, tema che troverà riscontro anche nell’iconografia più affermata della santa. […]



sabato 18 ottobre 2014

l'Otto-per-mille agli organisti ?!




Al cortese lettore.

Nulla è stato fatto (nemmeno detto) per gli organisti nel recente convegno di musica sacra promosso dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana a Salerno [*] !

Sarebbe stato sufficiente prendere in carico la discussione circa la possibilità di attuare quanto saggiamente proponeva - ormai nel lontano 1999 - don Marino Tozzi, responsabile della Commissione di Musica Sacra della diocesi di Forlì-Bertinoro, di cui sotto riporto dettaglio!

La ripresa di un eventuale dialogo tra musicisti di chiesa e CEI dipende unicamente dal rinnovato sodalizio professionale dei primi!…

Meditate, gente…

Paolo Bottini

Cremona, 18 ottobre 2014

[*] cronaca del convegno (con possibilità di scaricare quasi tutte le relazioni)

* * *

Una proposta di don Marino Tozzi, da La musica sacra e l’otto per mille, in «Bollettino Ceciliano» 1999/4, pp. 111-112:

Un contributo-incentivo della CEI dai fondi dell’8 per mille alle chiese cattedrali (o altre chiese scelte dal vescovo) prive di maestro di cappella (e/o organista) regolarmente stipendiato se decidono di assumerlo con queste condizioni:

- un regolare concorso per titoli o esami che comprovi l’effettiva preparazione musicale e liturgica;

- impegno di chi viene assunto a costituire una Schola cantorum e ad assicurare il servizio secondo un clendario annuale prestabilito;

- un compenso ipotetico di un milione di vecchie lire [§] al mese, quale stipendio-base: da completare da parte dell’ente ecclesiastico interessato attraverso integrazioni, emolumenti per celebrazioni, alloggio gratuito. [...]

Nell’attuale panorama di squallore e nel clima di disarmo in cui versa la musica nella scuola, nelle istituzioni, nei mezzi di comunicazione, di fronte al "grido di dolore" che sale da tanti giovani specialmente organisti che hanno compiuto studi seri e che vorrebbero impegnarsi con passione, professionalità e senso di fede, sarebbe questo un forte segnale da parte della Chiesa italiana di impegno nel settore della musica sacra [...] e un’indicazione precisa che il "progetto culturale" della Chiesa italiana sta scendendo dai principi ai fatti concreti.

[§] mutatis mutandis: euro 700,00 circa (Ndr).


[il succitato testo è in rete anche nel sito "Organi & Organisti" al seguente collegamento https://www.organieorganisti.it/otto-per-mille-organisti]

giovedì 4 settembre 2014

No latino? No gregoriano!




Il giorno 3 settembre cade la festa liturgica di S. Gregorio Magno papa, quello che, secondo il mito tramandato, creò (o quanto meno favorì) il repertorio del canto cultuale della chiesa latina.


Colgo l'occasione per inoltrare, qui in calce, il recente scritto di Giacomo Baroffio intitolato "il futuro del canto gregoriano".

Circa questo argomento, il busillis, a mio parere, sta in due difficoltà oggettive attualmente insormontabili, le quali determinano di fatto l'esclusione del canto gregoriano dal culto divino della chiesa cattolica:

1) il famigerato «ceteris paribus» di SC 113 [*] che in italiano suona (ambiguamente): «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni [ceteris paribus], gli si riservi il posto principale»: cosa voglia dire quel "a parità di condizioni", piazzato lì quasi a compromesso dopo le acerrime discussioni dei padri conciliari durante l'assise, è ancora oggi oggetto di dibattito...

2) è ben noto che la maggior parte degli uomini di chiesa oggi aborre l'utilizzo della lingua latina nel culto (prefendo, piuttosto, disturbare il clima di preghiera e raccoglimento con inutili e noiose didascalie che non fanno che interrompere il naturale svolgimento del rito), nonostante il desiderio di SC 36 che «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini».

Come tutti sanno, il latino nel culto divino della chiesa cattolica è stato ben presto frettolosamente accantonato, assieme al canto gregoriano, nei primissimi anni del dopoconcilio [+], grazie anche alla spinta ultra-progressista del movimento "Universa Laus".

Si pensi solo al repertorio dei monaci camaldolesi: subito dopo l'ultimo concilio ecumenico si diedero da fare senza troppe remore a ripensare in italiano tutto il loro repertorio [§], accantonando completamente il gregoriano storico! Questo è solo l'esempio più virtuoso (ho cantato personalmente le antifone e i salmi di Camaldoli e assicuro che è un esperimento molto ben riuscito), invece nella maggior parte delle parrocchie italiane si continua a tutt'oggi a cantare stancamente un repertorio raffazzonato alla meno peggio, perché tutto sommato - diciamocelo - la liturgia è la cosa cui si dà meno importanza della vita cristiana in parrocchia!

Di conseguenza, come è ovvio: no latino? no gregoriano!!

In buona sostanza, l'uso del canto gregoriano in ambito cultuale dipende solo ed esclusivamente dalla volontà dei vescovi e, non da meno, da quella dei parroci.

E con buona pace dei gregorianisti incalliti, ai quali non rimane che rifugiarsi in esibizioni concertistiche che sono la noia più mortale che ci possa essere!

Buona lettura e grazie per la cortese attenzione.

Paolo Bottini

Cremona, il 3 settembre 2014

[+] per approfondire leggasi questo articolo di Sandro Magister


* * *


IL FUTURO DEL CANTO GREGORIANO [#]

di Giacomo Baroffio [°]


La situazione del canto gregoriano in Italia oggi è molto confusa a causa di differenti motivi. Ricordo solo i principali:


1] lo scontro tra le proposizioni elogiative del magistero pontificio e l'atteggiamento concreto di gran parte del clero, talora indifferente, spesso contrario, in modo deciso e anche con rabbia iconoclasta; [1]

2] la conseguente diffusa incertezza circa la sua identità e la sua collocazione nella Chiesa e nella società: che cos'è questo canto, quale il suo valore, quale spazio può o deve occupare;

3] l'incertezza a livello interpretativo con la coesistenza di modalità assai diverse, spesso conseguenza di una mancata formazione musicale e liturgica adeguata. Ci sono gruppi che cantano soltanto perché il "gregoriano" è un canto "esotico", richiama attenzione, gode di una certa simpatia in alcuni ambienti giovanili ...


In questo panorama, piuttosto desolante, ci si chiede se c'è un futuro per il canto gregoriano. Sono fermamente convinto che ci sia, ma penso che occorra affrontare il problema in modo corretto, altrimenti non si potrà giungere a una soluzione soddisfacente.

Il presente precede sempre, ma non genera quasi mai il futuro. Il presente si può prolungare nel tempo, dare qualche segno di apparente vitalità ma, nell'arco di una generazione o di pochi decenni, sfocia in uno stato di stagnazione. [2] Certo, persistono strutture che sembrano solide, mentre in realtà sono inaridite e sono sorrette dalla rigidità di una disciplina esteriore e dalla forza d'inerzia dell'abitudine.

A sessant'anni da quando ho iniziato a occuparmi di canto liturgico, la situazione intorno al canto liturgico è migliorata assai sotto vari aspetti. Si pensi alle innumerevoli edizioni di musica in gran parte accessibili in rete, alla possibilità di leggere e ingrandire antichi manoscritti in splendide fotografie digitali, alla gioia di ascoltare innumerevoli esecuzioni attraverso radio, CD, DVD, Youtube e altri canali. Sono tante occasioni che permettono di confrontarsi con differenti e anche provocanti interpretazioni. È un arricchimento inimmaginabile a metà del secolo scorso, ma tutto ciò - nonostante il numero infinito di duplicazioni - non ha la forza di superare o sfondare la barriera dell'immobilismo di fondo che fa del presente una landa inaridita, congelata.

Affinché il presente si apra al futuro è necessario che si ritorni alle origini, alla forza propulsiva creatrice e fantasiosa, all'entusiasmo umile capace di reggere il confronto con i propri fallimenti e altri ostacoli. Per evitare che le case religiose si riducano a pensionati per tristi brontosauri e zitelle inacidite, è necessario ritornare alle sorgenti, a vivere l'impulso originario dei fondatori. Chiunque essi siano, Benedetto o Francesco o Teresa d'Avila. Nell'ambito del canto gregoriano è urgente fare un'analoga operazione di ressourcement, direbbero i francesi. Il futuro si crea andando alle sorgenti, non con un movimento retrospettivo, all'indietro, di stampo archeologico e narcisistico.[3] Ciò che conta è uno slancio in avanti, attingendo alla fonte originaria forza e suggestioni di rinnovamento, proposte di novità, dinamiche innovatrici.

Questa, ora delineata a grandi tratti, è però soltanto una tappa. Si raggiungono le origini nel passato e si rileggono con gli occhi del presente per scoprire le vie del futuro. Quello che siamo soliti chiamare "canto gregoriano, canto romano-franco, canto liturgico tradizionale ..." - sempre "canto" diciamo per convenzione e abitudine - canto non è. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di D-i-o che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. È inoltre la stessa Parola che il cantore innalza a D-i-o quale preghiera della Chiesa. In seguito il canto aderisce anche alla parola con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica. È quanto accade, ad esempio, in tanti responsori e canti delle Ore.

Se non si parte da questa realtà vissuta, è inutile pensare al futuro del canto gregoriano. Usciranno tanti nuovi articoli e libri che scandaglieranno fatti storici, tecnici, estetici, paleografici ... senza futuro, finendo per impantanarsi in discussioni inutili, in risultati ripetitivi e alla fine deludenti. Si faranno anche tanti concerti davanti a platee affollate. Qui precipitiamo in una situazione che oscilla tra il ridicolo e il tragico. Pretendiamo di proporre una musica di oltre 1000 anni fa, senza neppure sapere come si cantasse allora. È un giardino grottesco di pietra con tanti monumenti di ipotesi. D'altra parte, in prospettiva storica, il canto gregoriano è simile a una zattera di ipotesi sballottata dalle onde di un oceano tempestoso d'ignoranza.

Dopo queste parole sembrerebbe che tutto sia perduto e inutile. Al contrario. È ora di svegliarsi dal sonno e cercare di raggiungere le fonti dell'acqua viva che alimenta il canto, nutre i cantori, rinnova la Chiesa. L'acqua viva è la Parola di D-i-o. Di fronte ad essa è d'obbligo assumere l'atteggiamento di curiosità / amore / attaccamento, che hanno i piccoli nei confronti della voce della mamma e del babbo. "Lectiones sanctas libenter audire" ricorda san Benedetto. Non è questione di imporsi una disciplina, di affrontare un lavoro impervio. Nessuno ci obbliga a leggere la Bibbia in ebraico, anche se non sarebbe male condividere almeno questo desiderio con Teresa di Lisieux. Ci chiamiamo e siamo figli di D-i-o. La nostra gioia nasce dall'ascolto della sua voce, del timbro sonoro che ci raggiunge attraverso la mediazione del canto.

Si tratta, tuttavia, pur sempre di un cammino didattico che esige una serie di impegni: trovare il tempo per leggere la Bibbia; avere la forza di spazzare via i pensieri, anche buoni e positivi, che intasano mente e cuore; disporre di uno spazio di silenzio dove far risuonare la Parola con tutte le sfumature che essa può suscitare.

Un'indicazione pratica. Se non siamo abituati a fare della Bibbia il nostro libro di preghiera, imitiamo le sorelle e i fratelli che in Germania ogni giorno dell'anno ruminano una Losung, una parola d'ordine che apre e dilata il cammino quotidiano. In Germania si trova un libretto con una frase biblica per ogni giorno. Noi cattolici nei Paesi latini potremmo utilizzare facilmente come parola d'ordine il ritornello del salmo responsoriale oppure il verso dell'alleluia o il testo di un'antifona (introito e comunione).

Quando raggiungeremo un minimo di familiarità con la Parola e avvertiremo la necessità di ruminarla quotidianamente, allora sentiremo anche il bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di D-i-o più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge. Così li possiamo gustare, li lasciamo scendere nel profondo di noi stessi affinché dall'intimo cambino la nostra vita. La Parola allora ci rende profeti e nel canto annunciamo la speranza nel futuro che D-i-o solo può aprire e costruire. Per il bene di ciascuno e di tutti, nella Chiesa e nella società civile.

Questo è il futuro del canto gregoriano. Questo è il futuro dei cantori che accolgono il dono della profezia e - nella forza dello Spirito - la trasformano in preghiera.

_____

[1] Penso spesso a un incontro di anni fa con un autorevole cardinale della Curia romana. Alle mie lamentele sull'atteggiamento dei vescovi italiani nei confronti del canto gregoriano e della musica sacra, il porporato mi disse testualmente: "Il fatto che i vescovi italiani non apprezzino il gregoriano e la musica sacra è la conseguenza di una situazione ben più grave e delicata. La maggior parte dei vescovi non ha nessun interesse per la liturgia!". Peccato che queste parole il cardinale non le abbia tuonate davanti all'assemblea generale della Conferenza episcopale.

[2] Se non erro, studi di sociologia della vita religiosa hanno messo in evidenza il suo irrimediabile sfaldamento e declino nell'arco di una o al massimo due generazioni, circa 30 anni dall'inizio delle singole esperienze originali.

[3] In alcuni Paesi c'è purtroppo un forte ripiegamento sul presente che si traduce in una resistenza sorda e impedisce un'apertura serena a nuove ricerche e itinerari metodologici. Ci sono voluti alcuni decenni prima che non scandalizzasse più un approccio al gregoriano in una prospettiva di vergleichende Choralwissenschaft, lo studio cioè del canto romano-franco nel confronto con gli altri repertori, in primo luogo il romano-antico e l'ambrosiano. Stentano anoca ad affermarsi nuove prospettive suggerite dalla etnomusicologia, come la ricerca delle tecniche di composizione del tipo maqam. Per non parlare del suggerimento, proposto questo dalla geologia, di indagare sullemetamorfosi per contatto...



[°] per approfondire il Baroffio-pensiero: http://win.organieorganisti.it/baroffio_liturgiaincanto.htm ; http://win.organieorganisti.it/pseudochirografo_baroffio.htm ; https://www.organieorganisti.it/benedetto-xvi-ai-musicisti-di-chiesa

[#] (intervento alla tavola rotonda conclusiva della "XXXV Semana de estudios gregorianos" presso Abadia Santa Cruz del Valle de los Caidos, 29 agosto 2014)

giovedì 21 agosto 2014

Nel centenario della morte di S. Pio X papa...




Il famoso motu proprio di S. Pio X papa sulla musica sacra - tra i primi atti del romano pontefice eletto il 4 agosto 1903 e del quale cadeva ieri il centenario della morte - rimase normativo nel cammino della musica sacra durante tutto il secolo passato e ancora oggi contiene elementi imprescindibili per orientare una materia che, in Italia, è lasciata sostanzialmente all'anarchia a causa della generale mancanza di precise direttive da parte dei vescovi (che pare considerino la liturgia stessa materia di routine sulla quale non è necessario pontificare!) [*]

Nonostante ciò, fortunatamente, ormai dal 1994, almeno l'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI si occupa della formazione liturgico-musicale di coloro che, a vario titolo, si occupano della musica cultuale, all'opposto purtroppo non esiste alcun corso (o esame, come nella diocesi di Parigi) che sia effettivamente "abilitante" per l'esercizio della professione di organista di chiesa...

In proposito, sarebbe sufficiente che nei conservatori venissero potenziati i corsi di "organo per la liturgia" nel 2001 auspicati dalla CEI stessa e, in parallelo, i conservatori stessi prendessero accordi con le rispettive diocesi affinché vengano individuati posti di lavoro a concorso, grazie all'Otto-per-Mille alla Chiesa Cattolica, affinché i neo-diplomati possano effettivamente mettere pienamente a frutto le competenze raggiunte mediante l'alta formazione musicale ricevuta.

Riassumendo:

- necessità di più chiare direttive liturgico-musicali da parte dei vescovi
- accordi conservatori/diocesi in materia di reali sbocchi lavorativi a livello locale
- individuazione di fondi CEI da destinare a chiese importanti o a qualunque parrocchia richieda la presenza di un organista professionista

Utopie?! A me pare di no, basta che chi ha il potere di decidere, decida!

Noi organisti siamo a disposizione per un franco dialogo...

Paolo Bottini

[*] A conferma di questa apparentemente forte affermazione, desidero riportare la testimonianza di Giacomo Baroffio resa in occasione “XXXV Semana de estudios gregorianos” presso Abadia Santa Cruz del Valle de los Caidos il 29 agosto 2014):

Penso spesso a un incontro di anni fa con un autorevole cardinale della Curia romana. Alle mie lamentele sull’atteggiamento dei vescovi italiani nei confronti del canto gregoriano e della musica sacra, il porporato mi disse testualmente: “Il fatto che i vescovi italiani non apprezzino il gregoriano e la musica sacra è la conseguenza di una situazione ben più grave e delicata. La maggior parte dei vescovi non ha nessun interesse per la liturgia!”. Peccato che queste parole il cardinale non le abbia tuonate davanti all’assemblea generale della Conferenza episcopale.

lunedì 18 agosto 2014

Federico CAUDANA musicista ex allievo salesiano




Il 16 agosto 2014 è iniziato l’anno bicentenario della nascita di S. Giovanni Bosco. In proposito desidero ricordare un musicista “salesiano” che fu tra i primi allievi dell’Oratorio di Valdocco: Federico Caudana, il quale divenne nel 1907 organista e maestro di cappella del Duomo di Cremona e a partire dal 1924 tra i principali collaboratori (nonché, presto, intimo amico) dell’editore bergamasco di musica Vittorio Carrara. Il testo sotto riportato è tolto dalla biografia di Federico Caudana, dal sottoscritto compilata per i tipi del «Bollettino Storico Cremonese» uscito nel settembre 2009. Grazie per la cortese attenzione. Paolo Bottini


* * *


Federico CAUDANA, che «con Lorenzo Perosi e Franco Vittadini fu nel campo della musica sacra uno degli autori più eseguiti per l'ispirazione e la correttezza dello stile»,1 nacque a Castiglione Torinese il 4 dicembre 1878 e morì a San Mauro Torinese nella villa “Richelmy”, ove si trovava in villeggiatura, il 29 luglio 1963; fu sepolto a Cremona il 31 luglio dopo funerali solenni in cattedrale.

Rimasto solo al mondo a soli quattro anni, per la morte di entrambi i genitori, fu cresciuto dagli zii, in particolare da don Vincenzo Caudana (fratello del padre e parroco a Pino Torinese) il quale lo affidò successivamente all'Oratorio di San Francesco di Sales (Torino-Valdocco) istituito da don Giovanni Bosco, ove entrò all’inizio dell’anno anno scolastico 1892/93.

La formazione che ricevette dall'ambiente salesiano condizionò profondamente la sua vita: a testimonianza della sua “fede” salesiana, tra le diverse opere di Caudana dedicate al grande santo esiste una messa popolare ad una voce con organo composta nell'ottobre 1956 e che l'autore volle dedicare a don Renato Ziggiotti, all'epoca “rettor maggiore” della Società Salesiana. Lo stesso Caudana bambino, inoltre, ebbe occasione di incontrare don Bosco in persona:

Io voglio bene a don Bosco ed ai Salesiani. Ho avuto il bene di conoscere don Bosco nell'anno 1887 in settembre che di passaggio da Chieri a Torino ha dormito, con un altro sacerdote che ho pure conosciuto (don Branda), a casa mia: dopo quattro mesi è morto. È per me una soddisfazione aver conosciuto un santo così grande.2

Bisogna sottolineare che don Bosco – buon dilettante d'organo, di violino e pure compositore di musica (come testimoniato nella Vita di S. Giovanni Bosco di don Giovanni Battista Lemoyne) – aveva a cuore che i ragazzi ricevessero pure una seria educazione musicale, per questo fondò a Torino la scuola di musica dell'Oratorio di San Francesco di Sales il cui scopo era in primis «promuovere la gloria di Dio contribuendo al maggior lustro delle funzioni religiose sì nell'Oratorio che fuori», e in secundis, «procurare un utile sollievo e un futuro mezzo di speciale risorsa ai giovani artigiani più distinti per buona condotta e diligenza».3

Ed è proprio all'epoca degli studi ginnasiali presso l'Oratorio Salesiano di Valdocco che emerse il talento musicale del giovane Federico, quando il maestro Giuseppe Dogliani, laico cooperatore nell'Oratorio, lo ebbe nella sua corale e, probabilmente, gli impartì i primi insegnamenti di pianoforte avviandolo così allo studio della musica, la quale durante quei cinque anni di permanenza,4 secondo i precisi intendimenti di don Bosco, costituì anche per Caudana una costante presenza sia nella liturgia che nella ricreazione. A Valdocco egli si trattenne sino al termine dell'anno scolastico 1895/96 (perciò in un periodo posteriore alla presenza di don Bosco, che morì il 31 gennaio 1888).

Le cronache ci consegnano l'esecuzione di musica di Federico Caudana a Valdocco ancora nel 1912 (dall'estate 1907 si trovava già a Cremona): un «grandioso Sacerdos et Pontifex del maestro F. Caudana, alternati colle soavi parti variabili in gregoriano, ebbero davvero un'esecuzione meravigliosa» il 23 e 24 maggio 1912 da parte della schola cantorum dell'Oratorio Salesiano diretta da Giuseppe Dogliani.5 Nel 1934 Caudana diventa il compositore salesiano laico per eccellenza grazie alla pubblicazione della cantata Don Bosco Santo, originariamente dedicata «al mio illustre ed amato maestro Dogliani Cav. Giuseppe degno figlio di don Bosco»,6 la cui partitura venne pubblicata dall'editore Carrara nel numero di settembre del medesimo anno del periodico «Melopea Educativa».

E poi la canonizzazione di don Bosco, proclamato santo il 1 aprile 1934, spinge subito Carrara a progettare la pubblicazione di canti utili per la messa propria in onore san Giovanni Bosco e a Caudana «ex Allievo Salesiano» viene affidato il compito di mettere in musica il testo «Contra spem, in spem credidit...»: ne esce un mottetto di comunione a due voci pari con accompagnamento d'organo e d'armonio che vien pronto il 20 aprile.

L'editore di musica bergamasco Vittorio Carrara s'imponeva di mantenere, come linea editoriale, una media facilità delle composizioni, in vista della diffusione capillare in tutta Italia presso le tantissime piccole scholæ cantorum e gli organisti dilettanti dalle limitate capacità, richiedendo dunque ai propri collaboratori composizioni di facile approccio.

Ma già nel 1894, a soli sedici anni, Caudana si mette in luce nel mondo salesiano componendo Cinque cantate per Israele, ma la vocazione di compositore è ben più precoce: a La Spezia il 10 luglio 1889, non ancora undicenne, compone la romanza per canto e pianoforte Ritornerà?; a quest'epoca possiamo anche, quasi certamente, far risalire il Valzer lento per pianoforte, la cui partitura rimastaci possiede una tarda annotazione autografa che ne rivela la composizione «quando era un giovinotto sbarbato». Forse scrivibile agli anni di studio a Valdocco è anche una melodia per tenore o soprano con pianoforte dal titolo Canto dell'anima su versi di Alfredo Morotti.

A favore dell'ambiente salesiano, inoltre, non mancheranno per Caudana occasioni di scrivere anche inni: nel 1943 ebbe occasione di mettere in musica un testo, scritto da don Secondo Rastello del collegio salesiano “Rota” di Chiari (Brescia), in omaggio al paese di Precasaglio di Ponte di Legno sede della “Casa Alpina don Bosco”; composto nel 1949 per il «prof. don Emilio Bonomi – Istituto Salesiano don Bosco – via dell'Istria, Trieste» è il mottetto Spiritus Domini, e in villeggiatura a «Giaveno ore 10 del giorno 19 agosto 1959» terminava di comporre un nuovo Inno ex allievi salesiani dopo aver ricevuto solo mezzora prima «la poesia per mezzo di mio genero Paolo».


*

1 Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica 1800-1984, Torino 1984, p. 57.
2 Cfr. Epistolario inedito Caudana-Carrara (estratti), a cura di Paolo Bottini, 7/5/34: trattasi del corpus di lettere inviate tra il 1924 e il 1962 da Federico Caudana all'amico-editore Vittorio Carrara (1885-1966), presso la cui casa editrice, fondata nel 1912 a Bergamo, Caudana iniziò a collaborare nel 1924, diventando presto, oltre che amico personale del fondatore Vittorio, uno dei più preziosi fornitori di musica. È opera mia la trascrizione di questo epistolario finora inedito, da cui sono citati in questa biografia numerosi estratti.
3 Giovanni Bosco, Regolamento della Scuola di Musica posta sotto il patronato di S. Cecilia, Torino, 31 ottobre 1873; citato in «Musica Sacra», III (1970), 1. Tra l'altro don Bosco fu l'autore del testo e della musica della popolare laude natalizia Ah! Si canti in suon di giubilo.
4 Dato riscontrabile dall'attestato, presentato da Caudana in qualità di partecipante al concorso per il titolo di organista e maestro di cappella del duomo di Cremona svoltosi nel luglio 1907, custodito presso: Archivio Storico Diocesano di Cremona, Fabbriceria della cattedrale, busta 29.
5 «Bollettino Salesiano», XXXVI (1912), 6, p. 183.
6 Cfr. Paolo Bottini, Regesto del “Fondo Caudana” nella Biblioteca Statale di Cremona, tesi di diploma presso il “Corso di perfezionamento liturgico-musicale” (Co.per.li.m.) della C.E.I., Frascati, 2001. L'intero corpus dei manoscritti musicali autografi è stato consegnato dalla figlia del Maestro, Giuseppina Tonetti Caudana (morta nel 2001), alla Biblioteca Statale di Cremona nel 1997. Il catalogo completo delle opere di Caudana, sempre a cura di Paolo Bottini, sarà pubblicato nel 2015 per i tipi della Nuova Editrice Cremonese.